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L’incomunicabilità

Esiste l’incomunicabilità dovuta all’impossibilità di comunicare oppure alla mancanza di voglia di comunicare.

C’è l’incomunicabilità dovuta al non detto oppure all’indicibile.

Può venire dalla incapacità di esprimere ciò che siamo o di recepire ciò che sono gli altri.

Potrebbe essere causata dal parlare tanto per parlare oppure dal parlare sempre d’altro, non discutendo mai delle questioni importanti.

È un tema fondamentale degli inizi del secolo, affrontato da Pirandello, e poi più tardi, affrontato sia dal cinema come ad esempio in Antonioni che nella filosofia come ad esempio in Sartre, per cui “l’inferno sono gli altri”.

Inoltre uno dei cardini del teatro dell’assurdo è per l’appunto l’incomunicabilità perché secondo questi autori la vita in sé è insensata e senza significato, così come i dialoghi e i personaggi.

Ma anche nelle opere di Beckett e Ionesco il linguaggio, apparentemente sciatto e limitato, serve a comunicare la pochezza della condizione umana, la fragilità, la vulnerabilità di ogni essere umano.

Ma in questa sede non vorrei fare citazioni a sproposito e forzare troppo la mano con la filosofia e la cultura perché l’incomunicabilità è qualcosa che proviamo tutti, ogni volta che giungiamo all’esasperazione in un rapporto ad esempio.

Trattando questa tematica in modo filosofico finiremmo per fare troppe astrazioni e rendere troppo concettoso un argomento pratico, quotidiano, concreto.

Alcuni comunque pensano che l’incomunicabilità, facendo parte di ogni vita umana, sia un falso problema oppure un problema secondario a differenza di grandi questioni come la povertà, l’ineguaglianza, l’ingiustizia.

E se l’incomunicabilità fosse una concausa di molti mali?

Nessuno può esserne certo. Personalmente ritengo che l’incomunicabilità, il disagio esistenziale, l’alienazione, la solitudine siano stati accentuati dalla società contemporanea.

In particolare l’incomunicabilità potrebbe essere determinata dalla deumanizzazione della civiltà contemporanea.

Perché si deve comunicare se siamo rotelle di un ingranaggio? Perché comunicare, se siamo sfruttati e/o in qualche modo sfruttiamo? Perché comunicare se la logica del sistema ci sfugge?

E poi talvolta mi chiedo se posso veramente comunicare lo scorrere inesorabile del tempo, la precarietà esistenziale.

Farsi queste domande va bene ma non si può rimanere arenati da esse. In qualche modo dobbiamo continuare a vivere, andare avanti.

Forse qualcosa resta. Forse qualcosa resiste. Si può provare incomunicabilità ogni volta che parliamo della sofferenza dell’anima oppure quando vogliamo stabilire dove sia la verità.

Probabilmente c’è sempre qualcosa che ci dà scacco matto ed è l’incomunicabile. Noi possiamo comunicare agli altri veramente il senso della nostra esistenza?

Questa domanda è legittima, ma impostare tutto su di essa è ritenere la comunicazione umana un continuo dialogo tra sordi.

Esiste l’incomunicabilità di coppia, quella tra padri e figli, quella tra malati e sani, quella tra i cosiddetti folli e i cosiddetti normali. Esiste una parte della solitudine che non è comunicabile.

C’è l’incomunicabilità determinata dalla solitudine. Quando ci sentiamo soli proviamo incomunicabilità.

Ma può sperimentare l’incomunicabilità anche chi fa quelle che Heidegger chiamava chiacchiere impersonali, come andare al bar e parlare con conoscenti del tempo o del governo.

Come scrisse Kavafis: “e se non vuoi la vita che desideri cerca almeno di non sprecarla nel troppo commercio con la gente”.

Ho avuto modo di scrivere io (scusate l’autocitazione): gli uomini parlano spesso a vuoto ma rarissimamente del loro vuoto.

Per dirla alla Guccini “tutti fanno a chi parla più forte per non dire che stelle e morte fan paura”.

C’è chi non si trova in sintonia con gli altri per cui sta male con sé stesso; chi sta male con sé stesso e non riesce perciò a rapportarsi agli altri.

Oggi c’è la tecnologia che per certi versi riduce la comunicabilità e per altri la amplifica. Siamo connessi col mondo.

Però allo stesso tempo siamo spesso distanti dai nostri cari, tutti isolati nelle nostre stanze, indaffarati con il cellulare, il tablet, la televisione.

Comunque il non detto è tutto ciò che ci vergogniamo di dire, sono i nostri piccoli segreti inconfessabili o almeno sono tutto ciò che è sconveniente ed inopportuno dire.

Non si può dire tutto. In una coppia coloro che si dicono tutto si espongono ad un grave rischio, ovvero quello di essere “spubblicati” quando lasceranno o saranno lasciati dal partner o dalla partner.

Ogni confessione si può ritorcere contro in ambito sentimentale

Non c’è modo di porre rimedio a questa minaccia, a questo pericolo costante, se non quello di salvaguardare la propria sfera privata ed un alone di mistero, di imperscrutabilità dinanzi al proprio o alla propria partner.

Oggi si condivide tutto intimamente e inoltre spesso c’è poca discrezione quando le persone fanno all’amore: le donne raccontano tutto fin nei minimi dettagli alle amiche, gli uomini fanno da sempre la stessa identica cosa con gli amici.

C’è uno spargimento di amore in pubblico. È una grande rincorsa a dimostrarsi tutti disinibiti, evoluti, emancipati.

In questi tempi molte coppie si raccontano le loro fantasie erotiche, poi però molte donne simulano l’orgasmo.

Il sesso dovrebbe essere il completamento del dialogo nelle coppie ma in molte di esse il dialogo procede a stenti.

Però molti psicologi pensano che in una coppia si debbano evitare troppe parole perché la cosa più importante è l’intesa sessuale.

L’incomunicabilità non è un tema che riguarda solo il rapporto tra noi e gli altri ma che riguarda la propria interiorità.

Esistono delle zone morte e delle terre di nessuno inesplorabili in noi stessi, ovvero indicibili. Esistono delle zone d’ombra, delle parti di noi stessi, che raramente accettiamo.

Esistono cose ignote, di cui siamo inconsapevoli, e cose sgradite, che rimuoviamo, neghiamo, mettiamo in un angolo oscuro della coscienza.

Secondo un assioma della scuola di Palo Alto non si può non comunicare

Forse avventarsi contro i limiti del linguaggio umano non serve a niente. Forse comunicare l’incomunicabilità è un ottimo modo di esprimere sé stessi, essere partecipi di qualcosa di più grande, sentirsi sulla stessa barca.

Ritornando ai rapporti di coppia, se il non detto viene sempre diminuito resta in una minima parte e poi c’è sempre l’indicibile.

Spesso le persone sono così estroverse ed indiscrete a parlare di sesso, mentre invece non parlano mai delle loro paure, prime tra tutte quelle di morire e di rimanere soli.

Oppure non confidano mai alla dolce metà che con quella vita non ce la fanno più, che non ce la fanno più a tirare avanti, che la misura è colma, che il livello di sopportazione e di tollerazione è stato raggiunto da tempo.

Spesso non dicono per opportunismo e quieto vivere ai propri familiari che non sopportano certe persone, certi parenti, certe amicizie.

Ci sono tutti i segreti possibili ed ammissibili che rientrano nell’ambito del non detto e poi c’è il mistero dell’indicibile.

Noi pensiamo di capire gli altri, ma a volte nella nostra mente si insinua il dubbio, il sospetto lecito e legittimo che gli altri non ci possano capire.

Ogni volta che ci apriamo al dialogo e ci confidiamo facciamo una scommessa, ci esponiamo al rischio. Facciamo un atto di fiducia.

Speriamo che l’altra persona non ci tradisca, che quello che le diciamo non diventi il segreto di Pulcinella. Ogni dialogo vero, autentico è un mettersi a nudo, è un atto di fede nell’altro.

La scienza ci conferma che l’empatia esiste, che esistono i neuroni specchio

Ma quante volte ci siamo sentiti incompresi e ci siamo tenuti un peso sul cuore, che sembrava un macigno?

Forse tutto ciò fa parte della nostra condizione umana, ma questo fardello è troppo pesante se portato da soli.

Ecco perché nonostante tutti i limiti della comunicazione cerchiamo gli altri e gli altri talvolta cercano noi. Quanti ad esempio hanno problemi con la dolce metà e cercano qualcuno a cui confidarsi/confessarsi?

Oppure hanno problemi lavorativi e pensano che nessuno li capisca, nonostante ciò cercano sempre un confidente.

Spesso la maggioranza delle persone si sfoga con amici, amanti, preti, psicologi, maghi, escort.

 

Spesso gran parte della comunicazione umana non è sincera, autentica, ma basata sulle formalità, sull’ipocrisia. Sul lavoro non si può dire le cose in faccia ai superiori. Nessuno può dire quello che pensa.

Né noi né gli altri accettiamo di sentirci dire cose sgradevoli, offensive. Ad ogni modo non siamo monadi. Siamo fatti per comunicare.

Eppure c’è sempre l’indicibile

Ogni linguaggio ha dei limiti. Come insegna Wittgenstein i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.

L’indicibile scaturisce dal fatto che certe cose non sapremo mai dirle. Abbiamo dei limiti cognitivi, empirici, ontologici, linguistici a trattare di nulla, di infinito, di essere, di eterno, di invisibile.

Non sono cose fatte per noi. Ma c’è anche altro indicibile, che nasce dal fatto che non siamo noi che parliamo, ma che siamo parlati.

Secondo questa teoria non siamo noi che scegliamo parole ma sono le parole che scelgono noi. È l’inconscio quindi che governa il linguaggio.

Talvolta si ha la netta impressione che il linguaggio ci trascenda, che vada al di là delle nostre intenzioni, che si affermi al di là della nostra volontà.

Anche questo è fonte di incomunicabilità. Da ciò viene fuori ciò che in poesia si chiama autonomia del significante.

Certe sensazioni, sentimenti, pensieri ci sembrano di primo acchito non condivisibili.

A volte non comunichiamo perché pensiamo che non saremmo capiti, che non ne valga la pena, che sarebbe tutto inutile.

L’incomunicabilità nasce anche dal fatto che ognuno sia come chiuso nella sua storia, quasi sigillato, che ognuno porti la sua croce, cristianamente parlando, che non ci sia possibilità di condivisione.

Eppure condividere è necessario perché chi parla si sfoga e chi ascolta dà sostegno psicologico ed emotivo. In psicologia, sul lavoro, in amore, con gli amici è utile per tutti comunicare. Il confronto ci vuole, se non orale quantomeno scritto.

Condividere il dolore, la rabbia ma anche l’odio è necessario

Una valvola di sfogo ci vuole. Qualcuno che ci tende la mano ci vuole. Alcune esperienze possono sembrare difficilmente trasmissibili agli altri.

Si pensi solo all’Olocausto, ai Gulag, ai genocidi oppure ad altre vicende.

Chi ha visto l’orrore e lo ha sperimentato sulla sua pelle ritiene che gli altri che non lo hanno vissuto in prima persona non possano capire.

Invece qualsiasi testimonianza tout-court deve essere trasmessa e recepita a fin di bene. Alcune esperienze mettono a dura prova la relazione.

Sono le situazioni-limite descritte da Jaspers, come ad esempio la sofferenza e la morte. Come può comunicare un medico ad un paziente che ha una malattia incurabile?

Come può comunicare un carabiniere la morte in un incidente di un loro caro a delle persone?

Non sempre tutto va a buon fine perché ci possono essere la titubanza, la mancanza di capacità comunicativa, la sfiducia, la mancanza di sensibilità, l’immaturità, l’insensibilità.

Ci possono essere sia difetti che eccessi nella emissione ma anche nella ricezione del messaggio. C’è chi parla con gli animali.

Ma questi possono capire il tono della voce (la comunicazione paralinguistica) oltre a qualcosa della comunicazione non verbale.

L’incomunicabilità può derivare anche da aver provato qualcosa di illogico, insensato, paradossale.

In fondo per Camus l’assurdo alberga in ogni animo umano ma non è comunicabile del tutto. Però talvolta si può provare incomunicabilità anche quando vogliamo trasmettere un bene profondo e non ci riusciamo oppure non pensiamo di riuscirci.

Pensate pure per un attimo a generazioni di contadini analfabeti che avevano poche parole, un vocabolario molto scarno per dire alla loro moglie che l’amavano.

Però forse l’incomunicabilità per essere tale deve essere percepita e nei secoli addietro c’era meno consapevolezza.

Oggi ci sono le canzoni, le poesie, gli aforismi. Chi non trova parole sue le prende da altri, le scrive nei diari, nei blog e talvolta sui muri. In questo modo trasmette una emozione, un sentimento alla sua ragazza.

Si è davvero credibili quando si vuole comunicare l’amore? Secondo Pessoa le lettere d’amore, quando c’è l’amore, sono ridicole.

A volte mi chiedo se i poeti sono davvero credibili con i loro amori impossibili o semplicemente non ricambiati, ma talvolta mi scordo dell’universalità dell’amore e della poesia.

Ad ogni modo l’incomunicabilità più che dai limiti espressivi nasce da un fattore puramente psicologico, ovvero dall’incomprensione.

Come scrisse Pasolini la morte non consiste nel non comunicare ma nel non potere essere più compresi

A volte semplificando, alcune relazioni vanno avanti per calcolo, per convenienza oppure per scongiurare il peggio.

Però alcuni si chiedono chi è mai quella donna con cui convivono da anni, se ne valga la pena di comunicare con lei, se lei potrà capire.

A volte dall’incompatibilità caratteriale originano molti tipi di incomunicabilità.

Tutti ci chiediamo se ne valga la pena di comunicare, ma comunicare è imprescindibile, è una azione irrinunciabile, a cui non si può sottrarsi.

Per Maturana l’umanità è una “comunità linguaggiante”. In fondo il vero momento clou della comunicazione è quando i familiari si raccolgono al capezzale del morente.

Il moribondo ha la necessità di confessarsi ad un prete oppure di dire ai figli che vuole loro bene. Gli altri comunicano la solidarietà e l’affetto.

Per tutti questi motivi ritengo che al capezzale di una persona per il raccoglimento adeguato ci vorrebbero solo pochi intimi.

In definitiva non si può comunicare autenticamente con tutti oppure scegliendo casualmente i nostri interlocutori. Dobbiamo fare sempre una scrematura attenta.

Non tutti meritano simile attenzione oppure ci presterebbero attenzione ed ascolto. Noi non possiamo capire tutti né tutti possono capire noi.

Noi non possiamo dedicarci a tutti e tutti non possono prestare ascolto a noi. Qualche volta è opportuno alzare dei muri, anche se altri lo riterranno ingiusto.

È per il nostro bene e per il bene altrui, per il nostro benessere e quello altrui. Se non vi piace l’espressione “alzare dei muri” potrei utilizzare “mettere dei paletti”.

A volte può accadere che altri non vogliano comunicare con noi. Oppure può succedere che noi rifiutiamo il dialogo con altri.

Come scrive Simone Weil: “Amare il prossimo come sé stessi non significa amare tutti gli esseri ugualmente, perché io non amo ugualmente tutti i modi di esistenza di me stesso. Né non farli mai soffrire perché io non rifiuto di far soffrire me stesso”.

Non si può essere amici di tutti perché significherebbe essere amici di nessuno

Potrebbero poi nascere conflitti e contrasti insanabili perché a questo mondo esistono anche blocchi comunicativi e difetti di comunicazione, insomma relazioni umane nate male, che non devono continuare.

Ci sono cosiddette amicizie o cosiddetti/e partner che fanno stare male e noi abbiamo tutto il diritto di evitare.

Ciò fa parte dei diritti di ogni persona in una democrazia evoluta come quella occidentale. Ad ogni modo qualcuno ci vuole con cui parlare.

Parlare è una esigenza umana

Non è importante in molti casi stabilire e verificare se uno si è espresso male o se l’altro non ha capito. Essenziale è il rispecchiamento, l’identificazione, seppur momentanea.

L’alternativa del silenzio, della chiusura totale, dell’isolamento completo è improponibile. L’importante è ripristinare un feedback e riprendere la comunicazione.

Anche questo è un modo per mettere al centro la relazione e con essa la persona.

Davide Morelli

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