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Franco Fortini – Traducendo Brecht

Franco Fortini, (pseudonimo di Franco Lattes), nato a Firenze il 10 settembre 1917, è stato un poeta, saggista, critico letterario e traduttore italiano. Nasce da padre ebreo e madre cattolica.

Dopo aver terminato gli studi scolastici si iscrive alle facoltà di Lettere e Giurisprudenza a Firenze.

Al fine di evitare le conseguenze delle discriminazioni per la razza, a partire dal 1940 assume il cognome della madre, che è appunto Fortini, ma questo stratagemma non lo aiuta, in quanto l’organizzazione universitaria fascista lo espelle comunque dall’università.

Dopo la guerra in cui presta servizio come soldato dell’esercito italiano, è costretto a riparare in Svizzera.

Qui si unisce al gruppo dei partigiani della Valdossola che organizzano la Resistenza. Due anni dopo si trasferisce a Milano e comincia a lavorare in campo letterario. Svolge attività di docenza presso l’Università di Siena, dove insegna Storia della Critica.

E’ un intellettuale rivoluzionario che, partito con la condivisione degli ideali dell’ermetismo (corrente letteraria del periodo), arriva a “sposare” i principi del marxismo critico propugnato da Marx. 

Fortemente sostenitore della rivoluzione, si impegna nelle lotte ideologiche che contraddistinguono l’epoca in cui vive, e lo fa attraverso le sue opere letterarie in prosa e in versi.

Come la maggior parte dei poeti italiani a lui contemporanei, esprime una profonda crisi dell’intellettuale di fronte alla Storia, e la conseguente negazione di qualsiasi funzione della poesia, ad eccezione della presa di coscienza e della testimonianza. “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”, è un verso famoso di Fortini, in cui è abilmente sintetizzato il suo punto di vista.

Secondo Velio Abati, autore che gli ha dedicato il volume “Franco Fortini: un dialogo ininterrotto”, questo intellettuale ha scelto una linea “corale” di poesia, non di lirica, quanto piuttosto di “ passi filosofici”.

Traducendo Brecht

Un grande temporale

per tutto il pomeriggio si è attorcigliato

sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.

Fissavo versi di cemento e di vetro

dov’erano grida e piaghe murate e membra

anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando

ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,

ascoltavo morire

la parola d’un poeta o mutarsi

in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi

sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli

parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso

credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente

gli uomini e le donne che con te si accompagnano

e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome. Il temporale

è sparito con enfasi. La natura

per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia

non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

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