Pontelandolfo e Casalduni. I fatti dell’agosto 1861

Arte, Cultura & Società

Tre precisazioni:

  • Chi scrive non è uno storico, non ha alcun titolo per esserlo e, per ragioni anagrafiche, mai lo potrà diventare;
  • Solo i mezzi meccanici (Foto-Video camere) sono in grado di cogliere e tramandare gli accadimenti così come sono avvenuti, l’uomo no. Infatti, è esperienza comune la rielaborazione dell’accaduto un attimo dopo il fatto. Ognuno dice la sua e ognuno distorce, così, a modo proprio, la realtà. Si potrebbe concludere che la “verità” assoluta, colta dagli umani, non esiste se consideriamo che nelle aule di giustizia le sentenze sono emesse non sulla base della verità “vera” bensì sulla scorta di quella “processuale” (al di là di ogni ragionevole dubbio), risultante dalle carte;
  • Nell’agosto del 2011, il Presidente della Repubblica in carica allora, Giorgio Napolitano, per mezzo di Giuliano Amato nella sua veste di presidente del Comitato dei Garanti delle Celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità d’Italia, si è scusato a nome di tutti gli italiani per le atrocità accadute a Pontelandolfo nel 1861.

Tutto ciò premesso, tra il 7 il 14 agosto del 1861, in provincia (Benevento) ebbero luogo i fatti che la storiografia più comune definisce come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni. Narrarli, anche da semplice cronista, significa spingersi su un terreno scivoloso assai, perché occorre districarsi tra due tesi diametralmente opposte. Una, che definisce il “massacro” frutto di una spietata rappresaglia comandata dal Generale Cialdini, volta a vendicare l’uccisione, peraltro crudele, di oltre 40 militari piemontesi. Qualcosa di più, ma molto di più, di un semplice eccesso di zelo. La seconda, che vuole l’intervento militare alla stregua di una valutata anche se dirompente e sanguinosa reazione dell’esercito regio contro i briganti e la popolazione civile, che li aveva aiutati nel corso della sommossa di Pontelandolfo, nonché nell’eccidio dei soldati “regolari”.

Non da oggi, la rivisitazione dei fatti legati al periodo post unitario ha visto la nascita di scrittori su posizioni diametralmente opposte rispetto a quanti preferiscono lo “status quo” in fatto di storiografia ufficiale. La qual cosa è da considerarsi benvenuta ove la ricerca sia, per quanto possibile, oggettiva e le conclusioni non frutto di animosità.  Si sa noi italiani non siamo sportivi bensì tifosi: Coppi e Bartali; Ascari e Farina; Juventus e Milan ecc. Ma almeno di fronte alla storia dovremmo abbandonare l’animo del giocatore per vestire quello dell’arbitro. E’ di per se difficile dare giudizi e scrivere con oggettività su accadimenti relativamente recenti, figuriamoci a proposito di fatti vecchi di circa 160 anni.

Tutto inizia il 1° agosto 1861 quando il Sindaco di Pontelandolfo, Lorenzo Melchiorre, riceve, da parte del brigante Gennaro Rinaldi detto “Sticco”, l’ordine di versare 8.000 ducati, in caso contrario il paese sarebbe stato messo a ferro e fuoco. Questi si rivolge al Governatore di Benevento Gallarini che invia a Pontelandolfo una colonna mobile di 200 Guardie Nazionali sotto il comando del colonnello Giuseppe de Marco. Giacché i cittadini vedono di mala voglia l’arrivo dei soldati sino a rifiutare di approvvigionarli del vettovagliamento necessario, il De marco lascia il paese e con lui le autorità locali, sindaco compreso. L’abitato rimane così privo di efficaci difese. E’ il 7 agosto quando, in occasione della festa patronale di San Cosimo giunge nel centro abitato la banda di Cosimo Giordano. La popolazione sembra ben accogliere questi uomini i quali dopo essersi confusi tra la gente in festa iniziano le devastazioni che sono descritte nella sentenza della Corte di Appello di Napoli che ha giudicato i fatti il 7 giugno del 1864. “Si diedero, i sediziosi, a consumare una serie di atti che stabiliscono nettamente il carattere dell’attentato alla distruzione dell’attuale governo. Il posto di guardia disarmato, le bandiere nazionali calpestate; lo stemma sabaudo a colpi di fucile abbattuto e infranto; gli archivi della giudicatura e del Municipio incendiati; il botteghino dei generi privativi forzato distraendovi il denaro trovato e le merci, in danno dello Stato, il traino del procaccia arrestato appropriandosi del denaro che trasportava, la carrozza postale danneggiata distuggendovi il Regio Stemma scolpitovi, i cavalli sottattine, forzate le prigioni e liberati i detenuti”. A quanto sopra vanno aggiunti i crimini contro la proprietà privata attraverso l’incendio ed il saccheggio delle case dei dei più abbienti fuggiti, nonché la caccia ai liberali, o presunti tali, che provoca l’uccisione di alcune persone, tra le quali l’esattore Michelangelo Perugini.

Lo Stato reagisce e invia al comando del tenente Cesare Augusto Bracci 40 Bersaglieri del 36° Reggimento e 4 Carabinieri per ristabilire l’ordine nella zona. La consegna prevedeva più che un intervento militare un preliminare servizio d’informazioni e, quindi, l’attestarsi ai limiti dei territori interessati, allo scopo d’impedire un’eventuale ritirata dei briganti nel momento che costoro sarebbero stati attaccati da una truppa di militi  più consistente. I soldati italiani giunsero sul posto l’11 agosto 1861 e si spinsero subito sino al centro di Pontelandolfo. Qui, non trovarono, come ci si poteva aspettare, un paese assediato dai briganti bensì un villaggio addirittura con questi schierato e che accolse i militari attaccandoli. I soldati dovettero ritirarsi a scopo difensivo nella torre medievale. In seria difficoltà, non riuscendo a controllare la situazione decisero di ripiegare verso la limitrofa Casalduni, scelta che segnerà la loro fine. Ancor prima di giungere in paese furono attaccati dai briganti di Angelo Pica supportati dai contadini che resero loro difficile il ripiegamento. Non c’era che arrendersi. Ne seguì un massacro. Si contarono solo due bersaglieri superstiti, uno fuggì verso San Lupo, l’altro, un graduato, dopo una pubblica abiura, fu riportato a Pontelandolfo e rinchiuso nella torre, dove poi sarà liberato da Negri.

La reazione dello Stato non si fece attendere troppo. Il mattino del 14 agosto a Pontelandolfo giunsero 500 bersaglieri, commilitoni di quelli trucidati, al comando dal colonnello Pier Eleonoro Negri. Questi non è al corrente che analoga spedizione punitiva, in pari tempo raggiungerà Casalduni con truppe al comando del maggiore Carlo Melegari.

Negri ha un breve scontro con la banda di Cosimo Giordano, quindi entra nel paese di Pontelandolfo con i suoi 500 bersaglieri ed il supporto della G.N. mobile comandata da Giuseppe De Marco, forte di circa 200 militi. “L’ordine di Negri è di trucidare tutta la popolazione, escluso donne e bambini. Purtroppo la truppa inferocita non rispetta quell’ordine (ma Negri e i suoi ufficiali non fanno nulla per farlo eseguire) e sono uccisi quanti capitano sfortunatamente nelle loro mani, compresi vecchi, donne e bambini. Alcune donne sono violentemente stuprate e poi finite a colpi di baionetta, alcuni vecchi, infermi, uccisi nel proprio letto. I soldati entrano nelle case, costringono gli abitanti ad uscirne e appena questi sono in strada, trovano ad attenderli un improvvisato plotone di esecuzione. Segue un saccheggio che non risparmia neppure gli arredi sacri. Poi le abitazioni vengono incendiate sistematicamente e a coloro che vi erano ancora nascosti tocca la triste sorte di essere arsi vivi”.

Melegario dal canto suo, raggiunto  Casalduni “dispone una compagnia di G.N. e una compagnia di truppa fuori dell’abitato, a protezione da eventuali attacchi alle spalle dei briganti, quindi, con il resto dei soldati, entra nell’abitato. Vi trova pochi cittadini (gli altri, avvertiti del pericolo, erano fuggiti sui monti vicini). Ordina subito la rappresaglia sui pochi rimasti e l’incendio del paese”.

Quando sul tetro destino dei due centri urbani scese il silenzio, Negri potrà telegrafare a Cialdini, plenipotenziario a Napoli del Re Vittorio Emanuele II: “Bruciano ancora”.

Le narrate azioni, per anni difese a spada tratta da ogni critica, da quanti non hanno saputo cogliere l’occasione per approfondire le ragioni del “brigantaggio” post unitario, ora, con buona pace di tutti,  sono state dichiarate efferate ed illegittime. Lo ha affermato il Capo dello Stato formulando scuse ufficiali alle popolazioni colpite. Pertanto, fu vera gloria? No.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it

Bibliografia:

Sergio Boschero “La storia in rete”

Ugo Simeone e Achille Iacobelli “Il Cavaliere”

Gustavo Rinaldi “Il Regno delle Due Sicilie”

Libere Fonti Web