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Lo stop al tetto agli stipendi dei manager della Pa fa scoppiare la polemica

La deroga è prevista da un emendamento, a prima firma Forza Italia, poi riformulato dal governo, del decreto Aiuti bis, il provvedimento che ha stanziato 17 miliardi di aiuti a sostegno di famiglie e imprese contro il caro bollette.

Foto di martaposemuckel da Pixabay

© Alberto PIZZOLI / POOL / AFP
– L’aula del Senato

 

AGI – Salta, per lo meno in alcuni casi espressamente previsti, il tetto finora fissato a 240mila agli stipendi dei manager pubblici. La deroga è prevista da un emendamento, a prima firma Forza Italia, poi riformulato dal governo e approvato durante l’esame al Senato del decreto Aiuti bis, il provvedimento che ha stanziato 17 miliardi di aiuti a sostegno di famiglie e imprese contro il caro bollette.

La riformulazione del governo è stata la procedura con cui si sono stabilite le modifiche concordate da apportare al testo del decreto, dopo le fibrillazioni dei giorni scorsi e gli attriti che hanno spaccato la maggioranza che sosteneva l’esecutivo Draghi sulle misure relative al superbonus, con M5s che ha puntato i piedi sulla parte inerente la cessione dei crediti, poi un’intesa in extremis ha sbloccato lo stallo.

Ora il decreto attende solo l’ok definitivo della Camera, in calendario giovedì. Ma scoppia la polemica sulla norma che elimina in parte il tetto massimo agli stipendi dei manager, limite introdotto dal governo Renzi. Il quale critica la modifica, defininendola “non certo geniale”.

Anche il Pd attacca, assicurando che la norma sarà corretta. Ed è ‘rimpallo’ di ‘responsabilità’ tra partiti e esecutivo. I primi puntano il dito contro il Mef che, a loro dire, è l’artefice della riformulazione. Dal governo, al contrario, non si nasconde l’irritazione, sottolineando che quanto avvenuto è riconducibile a una iniziativa parlamentare.

L’emendamento approvato prevede che al Capo della polizia, al Direttore generale della pubblica sicurezza, al Comandante generale dell’Arma, al Comandante generale della Gdf, al Capo del Dap, così come agli altri capi di stato maggiore, nonchè ai Capi dipartimento della presidenza del Consiglio e al Segretario generale della Presidenza del Consiglio, e ai Capi Dipartimento e ai Segretari generali dei ministeri, è consentito – in deroga al tetto di 240mlia euro previsto per i manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della Corte di Cassazione) – un “trattamento economico accessorio per ciascuno di importo determinato nel limite massimo delle disponibilità del fondo” determinato con decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro dell’Economia.

E’ un tetto che avevo messo io” sugli stipendi dei manager pubblici, ricorda il leader di Italia viva. “Oggi il governo ha fatto una riformulazione di un emendamento e non avevamo alternative” per impedirlo “per evitare che saltasse tutto”, ovvero l’approvazione da parte del Senato del decreto Aiuti bis. “Spero si torni al ‘tetto Renzì di 240mila euro: non mi sembra un’idea geniale aumentare adesso gli stipendi ai massimi dirigenti, ma non potevamo che votare il decreto altrimenti saltavano 17 miliardi di aiuti, ma il tetto a 240mila euro mi sembrava molto piu’ serio di quanto è stato deciso oggi”, attacca Renzi. “No a passi indietro” sul tetto di 240mila euro, incalza il renziano Davide Faraone, capogruppo Iv al Senato.

La modifica non è gradita nemmeno al Pd. Le presidenti dei gruppi dem di Camera e Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, intervengono all’unisono per precisare che nonostante la “soddisfazione” per il primo ok al decreto Aiuti bis “purtroppo nel testo è passato anche un emendamento di Forza Italia riformulato dal Mef, come tutti gli emendamenti votati oggi con parere favorevole, che non condividiamo in alcun modo e che elimina il tetto dei 240mila euro agli stipendi di una parte della dirigenza apicale della pubblica amministrazione”.

Le due esponenti del Pd annunciano quindi che nel passaggio finale alla Camera “presenteremo un ordine del giorno che impegna il governo a modificare la norma e ripristinare il tetto nel primo provvedimento utile e cioè nel dl Aiuti ter”.

Secondo alcune fonti parlamentari a palazzo Madama, la modifica – che era già stata approvata durante l’esame in commissione – aveva ricevuto il via libera “proprio da chi oggi grida allo scandalo”, oltre che dai firmatari della norma, mentre le altre forze politiche si sarebbero astenute.

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