Riflessioni sul voto di domenica 26 maggio

Elezioni 2019

L’analisi dei flussi elettorali che avevamo accennato nel primo articolo pè stata poi confermata dagli studi successivi degli istituti demoscopici, per cui c’è poco da aggiungere, salvo qualche precisazione che facciamo ora.

Il risultato è stato in parte “falsato” (sarebbe meglio dire amplificato) dalla presenza di sei milioni di astenuti, per cui, rispetto ad un anno fa:

-la Lega sembra aver ottenuto il 34% con un balzo di 17 punti e il raddoppio dei suoi voti
-il M5s sembra arretrato al 17%, perdendo 15 punti e meno della metà dei suoi voti
-il Pd sembra essere aumentato a circa il 23%, dunque acquisendo una bella fetta di nuovi elettori

In realtà, cioè considerando le cifre assolute e non percentuali, la Lega passa da 5.698.687 voti di un anno fa a 9.175.208 voti con un incremento di circa 3.500.000 voti che è decisamente meno del raddoppio apparente.

Il M5s va da 10.732.066 a 4.659.089 voti perdendo ben più delle metà dei suoi elettori (-6.133.000 voti circa pari a quasi il 60% del suo elettorato).

Il Pd perde quasi 100.000 voti (da 6.161.896 a 6.089.853) ed aumenta percentualmente solo per il forte incremento delle astensioni.

Infine (sorpresa!) il maggiore incremento elettorale non è quello della Lega ma quel del “Partito dell’astensione” su cui conviene centrare l’attensione.

Nel comportamento astensionista possiamo distinguere diverse fasce per motivazione:
-la fascia fisiologica formata da anziani, ammalati, cittadini all’estero o comunque impossibilitati a votare
-la fascia “pregiudiziale” formata da quanti non votano per deliberata scelta perché non attribuisce al voto alcuna reale valenza politica
-la fascia disinteressata al test: ad esempio, nelle elezioni amministrative ed, appunto, europee, la partecipazione cala rispetto alle politiche evidentemente ritenute più importanti
-la fascia di “protesta” che si astiene per punire determinati partiti e non trovando offerte adeguate.

Nel nostro caso (circa 6 miliomi di elettori in meno da un anno all’altro), l’incremento ha molto poco a che fare con le prime due fasce che, per loro natura, sono molto più stabili ed, evidentemente si concentra sulle altre due. Effettivamente le elezioni europee sono assai poco sentite dal nostro elettorato e l’astensione del 2014 fu minore di quella attuale, ma pur sempre piuttosto elevata. Per cui si potrebbe concludere che è questa la ragione di questi picco molto alto, se non fosse che c’è un dato che fa pensare: l’incremento di astenuto è quasi sovrapponibile al calo del M5s.

Per cui è ragionevole pensare che si tratti mella maggior parte di “astenuti di protesta” contro il M5s.

Sarebbe bene ricordarci che gli elettori astenuti non sono elettori morti, ma possono tornare a votare in ogni momento, per cui, se vogliamo capire che tendenze si profilano per le prossime elezioni occorre scrutare con attenzione cosa si muove in questo settore dell’elettorato.

All’indomani delle elezioni politiche del 2018, vevamo detto che siamo entrati in una fase paragonabile a quella del 1992-96 quando il trapasso di regime fu caratterizzato da una elevata instabilità del sistema dei partiti, con flussi elettorali massicci e rapidissimi, cosa che, peraltro, era iniziata già prima, con le elezioni europee del 2009 e poi approfonditasi.

E’ un quadro concettuale che spiega abbastanza bene quel che sta accadendo e che dice lungo quali linee dobbiamo aspettarci novità. Anche se è una considerazione da prendere con le molle, notiamo che i partiti che sono andati meglio (o almeno relativamente meglio) sono quelli che hanno un impianto territoriale (Lega, Pd, FdI) mentre quelli più “volatili” e meno radicati (M5s, Fi e Sinistra) sono quelli che hanno incassato le maggiori sconfitte.