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Da Safe house della ‘ndrangheta a Cooperativa sociale, la storia del primo bene confiscato alla mafia calabrese in Umbria

Grotteria Mare, Metropolitan City of Reggio Calabria, Italy
Grotteria Mare, Metropolitan City of Reggio Calabria, Italy. Foto di Christian Wiebel su Unsplash

Di Mariachiara Monaco

Proprio come una fenice che risorge dalle ceneri, un’azienda agricola, confiscata alla potente famiglia di ‘ndrangheta dei De Stefano di Reggio Calabria, è diventata una cooperativa sociale della legalità.

Si tratta del primo bene confiscato alla mafia in Umbria, consegnato ufficialmente all’amministrazione comunale di Pietralunga (PG), che dal 2013 in collaborazione con l’associazione Libera antimafia ha lavorato al progetto di riqualificazione, non solo recuperando il bene sequestrato, ma dando vita a una vera e propria rivoluzione per restituire una risorsa al territorio. Sono stati anni di lavoro, di interventi per rendere lo stabile a norma e il terreno produttivo, di partecipazioni ai bandi per i finanziamenti, fino ad ottenere un riscatto, quello della intera società civile contro la criminalità organizzata.

Una storia di tenacia e di speranza che fa da contraltare ai tanti casi in cui i beni confiscati si “disperdono” in procedure farraginose.

Per anni la ’ndrangheta ha gestito quel casolare lasciando che l’incuria prendesse il sopravvento, usandolo come “safe house” per latitanti negli anni 80 e nei primi anni 90, quando durante le guerre di mafia, se un affiliato rischiava la vita o l’arresto veniva mandato in esilio per qualche mese, fino a che non si calmavano le acque.

Tutto questo non avveniva alle pendici dell’Aspromonte, oppure in riva allo stretto, ma in Umbria, dove le cosche reggine sono arrivate senza sparare, ma per «controllare le attività economiche infiltrandosi anche in appalti e concessioni», queste le parole del procuratore capo di Perugia Luigi De Ficchy per descrivere la forte aggressione economica che ha portato nell’orbita delle famiglie calabresi bar, ristoranti, alberghi, negozi e intere aziende.

Tornando alla questione relativa all’azienda agricola, dopo la confisca definitiva avvenuta il 27 ottobre 2011, passati più di 10 anni, il bene è stato assegnato alla cooperativa sociale “Pane e Olio” che, accanto ai campi estivi per la legalità, ha promosso anche numerose attività di formazione.

Eugenio Rondini, presidente della commissione regionale Antimafia, ha parlato di una giornata storica: «Il primo bene confiscato alla ‘ndrangheta in Umbria è stato convertito in cento ettari di terreno volti alla produzione di miele, tartufo, frutta, verdura, allevamento di animali, ospitalità, campi estivi ed altre attività con finalità sociale».

Il riutilizzo dei beni sottratti alla mafia passa da un processo di adeguamento molto impegnativo, ma che rappresenta un esempio concreto di giustizia. Infatti gli edifici che sono stati trasformati da sedi della malavita a luoghi costruttivi e utili alla società sono molti su tutto il territorio nazionale, e celano storie veramente interessanti.

Non mancano però i cavilli della burocrazia, che rallentano sempre più il processo di epurazione, come ha spiegato il sindaco del piccolo centro umbro: «C’è un problema nella fase intermedia dell’iter di restituzione dei beni strappati alla mafia, perché tra il sequestro e la riconsegna alla cittadinanza spesso passano decenni. Servirebbe – dice – un fondo da cui attingere per la manutenzione dei beni presi in carico, altrimenti le piccole realtà non ce la possono fare a mantenere tali beni in condizioni accettabili per la ridestinazione d’uso. Tra il sequestro e la riconsegna alla cittadinanza, i beni si deteriorano senza manutenzione, e se ci fosse una legge per l’immediato riutilizzo a fini di alloggio, sarebbe un vantaggio per tutta la comunità. Da Pietralunga – continua il primo cittadino – è partita la guerra di liberazione umbra nel ’43, oggi parte da qui la lotta moderna contro la mafia. La cooperativa Pane e Olio che riceve il bene, si inserisce pienamente in questo processo di responsabilità».

Dando un occhiata alle statistiche, si nota come negli ultimi cinque anni quasi 32 miliardi di euro sono stati sottratti alle mafie, una somma enorme pari l’1,8% del PIL nazionale. I numeri raggruppano le attività di sequestro e confisca svolte in sede preventiva e penale da tutte le forze di polizia, investigative e giudiziarie. Cifre a nove zeri che vedono Cosa nostra in testa, seguita dalla ‘ndrangheta che sorpassa per volume le attività illecite della camorra.

Mentre la regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle mafie è la Sicilia, seguita da Lombardia, Campania, Calabria, Puglia e Lazio. Tra queste troviamo associazioni sportive dilettantistiche, ma anche consorzi di cooperative, diocesi, parrocchie e Caritas, fondazioni, e istituti scolastici di diversi ordini e grado.

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