La tragedia del Mottarone non è un’eccezione

La tragedia del Mottarone non è un’eccezione

La tragedia del Mottarone non è un’eccezione. Le ricorrenti emergenze naturali hanno evidenziato che l’avidità umana è molto più diffusa di quanto si pensi.

L’agire del nostro mondo è condizionato dal denaro che molti ritengono lo strumento che conduce alla felicità. Non dobbiamo, perciò, scandalizzarci se succedono fatti che ci commuovono per qualche momento, passato il quale torneremo ad ammirare e invidiare chi ha accumulato una quantità di denaro da fare spavento.

Le cronache sono ricche di episodi aberranti con protagonisti che per i soldi e il potere venderebbero l’anima al diavolo. Non possiamo, pertanto, scandalizzarci di fronte al propagarsi della teoria dello scarto, secondo la quale alle persone economicamente improduttive per ragioni di età o di salute non sarebbe disdicevole negare le stesse tutele riservate ai giovani che, invece, sono in grado di dare il loro fattivo contributo all’attività produttiva.

A conferma voglio citare un episodio raccontato da Carlo Lucarelli in un suo articolo pubblicato su LA STAMPA del 28 maggio 2021. Racconta il Nostro che nel 1972 la rivista Medicina del Lavoro rivela che in “uno studio su un campione di operai che lavorano a contatto con l’amianto in un cantiere della Liguria” si poneva in evidenza la pericolosità dell’ambiente di lavoro, per cui si evidenziava la necessità di adeguate protezioni.

Smaltire le polveri in sicurezza e trattenere in fabbrica gli indumenti di lavoro per evitare di portare fuori dall’ambiente lavorativo occasioni di contagio. Ebbene, uno dei consigli suggeriti da quello studio era di utilizzare solo operai ultraquarantenni, “perché dal momento che i tumori da amianto ci mettono un po’ di tempo prima di manifestarsi, è probabile che i lavoratori siano già morti prima ancora di ammalarsi”.

Dunque, prima la produzione poi la salute delle persone. Proprio l’utilizzo di questa logica ha prodotto i morti del Ponte Morandi, del Mottarone e ha causato e continua a causare CADUTI SUL LAVORO. Del resto, per  l’homo productivus le morti sul lavoro altro non sarebbero che effetti collaterali, un costo del nostro benessere che, sempre secondo questa logica, dobbiamo accettare.

E le norme sulla sicurezza sono considerate inutili limitazioni, inventate dalla burocrazia, delle quali, sempre in nome della produzione, sarebbe lecito disinteressarsi.

E’ la stessa logica con la quale si muovono coloro che disseminano nel sottosuolo italico tonnellate di schifezze che poi arrivano sui nostri deschi mettendo in serio pericolo la nostra salute. Come le pannocchie di mais cresciute in terreni avvelenati che diamo ai nostri bambini: “Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta nei fanghi…Io sono stato consapevolmente un delinquente”.

Non è una mia invenzione. Sono parole pronunciate da un imprenditore bresciano, responsabile commerciale della Wte srl in merito alle 150 mila tonnellate di fanghi tossici disseminati in tutto il Nord Italia (Corriere della Sera del 27 maggio 2021).

Infine, chi non ricorda le risate di alcuni imprenditori che si dichiaravano grati ai terremoti che creavano occasioni di ricostruzioni e di conseguenti arricchimenti (Terremoto L’Aquila del 2009)? E’ umanità, questa? Al lettore l’ardua sentenza.

Raffaele Vairo

Redazione Corriere di Puglia e Lucania


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