Autostrade, l’UE richiama l’Italia: “deriva dirigista”

Cronaca

Sono passati due anni e mezzo dal crollo del Ponte Morandi, viadotto che costituiva il tratto finale dell’autostrada italiana A10, gestito da Aspi (Autostrade per l’Italia S.p.A.), società appartenente al gruppo ‘Atlantia’, riconducibile alla famiglia Benetton. Il bollettino finale è drammatico: quarantatré morti, pesanti ripercussioni su centinaia di famiglie e migliaia di aziende, l’arresto di diversi manager Aspi.

Alla tragedia seguì una (apparentemente) forte risposta della politica. “Vi togliamo tutto!” tuonò l’allora Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli mentre il leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, all’indomani del fatto, faceva sapere sui suoi canali social di voler nazionalizzare la gestione delle autostrade.

A metà luglio dell’estate passata, dopo anni di promesse, l’ennesimo schiaffo a Genova ed alla famiglia delle vittime. Nessuna revoca delle concessioni bensì una mera operazione di mercato finalizzata a far tornare Aspi una public company mediante l’ingresso di Cassa depositi e prestiti. Atlantia continuerà a detenere il 10% delle quote, percentuale non sufficiente per l’ingresso al consiglio di amministrazione ma titolo legittimo per la futura spartizione dei dividendi.

La questione, seppur in modo insoddisfacente, sembrava definitivamente conclusa finché, qualche giorno fa, l’Unione Europea ha messo in dubbio la gestione della controversia Atlantia da parte dell’Italia.

La commissione Ue ha inviato una lettera formale al governo, criticandone l’operato: neanche una sciagura come quella di Genova e i seri elementi a carico della società concessionaria giustificano una torsione in Italia che ‘cancelli la certezza del diritto, favorisca società a controllo pubblico e danneggi gli investitori di minoranza’.

La pietra dello scandalo sarebbe il decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162 (cd. Decreto milleproroghe) che introdusse una serie di misure volte a modificare ex post il contratto fra Autostrade ed il Governo del 2007, dando a Roma il potere di revocare le concessioni, versando un indennizzo di gran lunga minore in caso di inadempimento della società concessionaria.

Bruxelles scrive di aver “ricevuto un numero considerevole di reclami – da parte dei soci di minoranza Atlantia – e domande in merito a tali misure normative” e che “le modifiche normative in questione sembrano essere tali da incidere sulla posizione di coloro che hanno fatto affidamento sul precedente regime di concessione, in particolare, sulle disposizioni contrattuali potenzialmente più favorevoli in materia di indennizzi o estinzione anticipata

Il mantra è sempre lo stesso: i vertici Ue temono una deriva dirigista e vogliono evitare che i paesi membri pongano limiti, attraverso il diritto interno, alla libertà di stabilimento ed alla libera circolazione dei capitali.

Le ‘basse’ vicende umane, quarantatré vite spezzate, il dramma nazionale di quel maledetto 14 agosto 2018 sembrano nulla a chi vorrebbe gli Stati nazionali asserviti ai poteri economici internazionali.

In piena crisi di governo si intravede all’orizzonte l’ennesima grana per Palazzo Chigi, Giuseppe Conte si troverà a dover giustificare ad organismi sovranazionali i motivi che hanno spinto l’esecutivo a porre in essere la timida manovra per far entrare lo Stato in Aspi.

Una proprietà e gestione pubblica non basta, è necessario nazionalizzare radicalmente i settori chiave dell’economia. Nazionalizzare vuol dire impedire ai privati di svolgere del tutto una certa attività, come per molti anni in Italia è stata l’attività del settore elettrico. Il prossimo esecutivo dovrà mostrare maggior coraggio: le autostrade sono state costruite dallo Stato, grazie alle tasse dei cittadini e dei consumatori, nell’esclusivo interesse del popolo italiano. Dopo il crollo del ponte Morandi, la nuova emergenza Covid-19 lancia il medesimo monito: dobbiamo impedire che servizi fondamentali vengano assoggettati alle logiche di profitto di multinazionali straniere.

Nilo Di Pietro