Ore 16 del 30 luglio 1627. Sulla capitanata l’apocalisse

Ambiente & Turismo

Terremoto del 1627 in Puglia

“S’udì muggir la terra non a guisa di un toro, ma d’un grandissimo tuono che non se ne può dar comparizione, poiché offuscava l’udito e la mente e subito si vide ondeggiare la terra, a guisa che sogliono le onde nel maggior agitamento del mare…”.

Così in Capitanata (la Capitanata oggi è un distretto storico culturale della Puglia, ma un tempo fu un’unità amministrativa, tra l’altro, del Regno delle Due Sicilie); così in Capitanata, si diceva, quel triste giorno di 393 anni fa, secondo il ricordo in un testimone oculare, l’abate Antonio Luchino di Sansevero cui rimandiamo.

“Per quattro giorni avanti del terremoto si vidde una quiete d’aria grandissima, che non spirava venti, nemmeno una minima aura, ed i caldi erano eccessivi, e quasi insopportabili. Il sole tanto al nascere, quanto al tramontare, si vedea carico di vapori grossi, in maniera, che facilmente senza offensione vi si poteva fissare gli occhi; e il giorno del terremoto fu assai maggiore il caldo, la quiete e l’adombramento de’ vapori attorno al sole.

Cominciarono ad udirsi, ma leggermente, i terremoti sin dall’anno precedente 1626, in ottobre, novembre e dicembre; in gennaio del 27, in febbraio, in marzo ed aprile: non s’udirono poi il maggio, e il giugno, sino a’ trenta di luglio. E più di venti giorni prima fu una grandissima pioggia nella Puglia, e maggiore nelle nostre parti, che, ancorché fusse di mezza està, si vedevano le campagne piene di acque, che da lungi parevano laghi, e paludi, a cui poi seguirono caldi eccessivi.

A’ ventisette di luglio, tre giorni precedenti, fu l’ecclissi della luna, che si oscurò tutta l’orbita, e dal principio dell’oscurazione sino alla fine vi passarono sei ore. Si guastarono le acque de’ pozzi e, con maraviglia e stupore di chi le gustava, davano odore sulfureo, e grave. E il giovedì, giorno precedente, si udirono molti lampi a guisa di tuoni occupati sotto alla terra. Vi fu un altro segno veduto un quarto d’ ora avanti da Monsignor Illustrissimo Venturi, Vescovo della città; il quale da una finestra del palagio dove abitava, che riguardava il Monte Sant’Angelo, vidde una piccola nube, la quale velocissimamente se ne andava verso il detto monte; del che si maravigliò non poco, considerando come quella nube era spinta in tal maniera senza che spirasse vento o aura alcuna. A’ trenta di luglio dell’anno 1627, il venerdì, che, come si disse, con maggior forza che ne’ giorni precedenti il sole faceva sentire il suo calore, giunta l’ora fatale, sedici del giorno, si udì muggir la terra non a guisa d’un toro, ma di grandissimo tuono, che non si saprebbe dare altra comparazione, poichè offuscava la mente e l’udito; ed appresso subito sì vidde ondeggiare la terra a guisa che sogliono le onde nel maggior agitamento del mare, in maniera che io ed i miei compagni fummo battuti da quell’impeto di faccia a terra, e, senza mancar niente il muggito, nell’alzarci si sollevò ondeggiando di nuovo la terra, e di nuovo caddimo; ma assai più la terza volta, che ondeggiò con maggiore rabbia che a me parse cadere da sopra un colle. Diede poi una scossa si grande e terribile verso ostro (sud), che rovinò in un subito tutta la Città; e noi avanti a’ nostri occhi viddimo, e udimmo, la ruina della Chiesa delle Grazie. Seguitò poi lentamente il tremore, ed alzati, che fummo, si vidde ingombrata, e coverta di una densissima caligine di polvere la Città; e così si vidde sopra Torremaggiore, S. Paolo, Serra Capriola, Apricena e Lesina; con che quelle terre diedero segno ancora di loro ruina.

Tutti, restati sbigottiti e pieni di timore, andammo con sollecito piede verso la Città per soccorrere i nostri parenti e cittadini, se si poteva; e durò tanto il tremore che giunsimo nella città, lontana da quel luogo quasi uno stadio, ed allora quel venticello fresco rinforzò, e quella polvere s’alzò in aria, la quale riverberando i raggi del sole, pareva di lontano, che fusse involta di fiamma di fuoco, e si potevano chiaramente vedere le ruine della misera città abbattuta e

fracassata; e in un subito si rappresentò a’ languidi occhi caso di molta pietà e compassione; poichè oltre le alte e lamentevoli grida, che s’udivano per tutto dei salvi, che piangevano la comune e privata disgrazia, si vedevano uscir fuori

della città le meste genti impolverate in maniera che non vi si poteva in modo alcuno scorgere effigie umana, e sembrava ognuno un ammasso di polvere; il che si aggiungeva maggior pietà e compassione vedendosi scaturire dalle ferite di quei miseri fonti anzi rivi di sangue, che scorrendo di sopra quella polvere, parevano tanti ruscelli, che corressero per arenose campagne. Si vedevano altri portar fuori corpi morti, altri semivivi, ed altri storpiati, che non potevano camminare; e li buttavano per la campagna con tanti lamenti e pianti, che occupavano le menti, e poteva dirsi aver cuor d’aspro macigno chi non accompagnava loro con lamenti e pianti. Quei che non avevano patito cosa alcuna si davano attorno agli orti a far capanne con sprovieri di tela e lenzuoli.

che si potevano con tanta necessità ritrovare….”

  A questa cronaca di movimenti tellurici va aggiunto il maremoto che ne seguì, peggiorando una situazione di per se già tragica. Il mare si alzò fino a sommergere quasi tutto il Tavoliere delle Puglie e sfiorando la stessa Foggia. Il Gargano da penisola fu ridotto dalla violenza dello tsunami quasi ad isola perché le acque del mare di fatto circondarono quasi tutto il Promontorio. La fonte è il “Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 1461 a.c. al 1990, Istituto Nazionale di Geofisica Italiano.

Per comprendere la portata della tragedia, si tenga conto che gli effetti in termini di distruzione  del terremoto di cui si parla fu pari al X grado della scala Mercalli (distruttivo), valutato al 6,7 di quella Ritcher. Per pura informazione, va detto che non può esserci una facile comparazione tra le due scale, infatti, la prima misura gli effetti del terremoto, quella Richter invece la “forza” del terremoto stesso. Così, ad esempio un movimento tellurico di forte intensità, poniamo 7 gradi Ritcher, se avesse luogo in pieno deserto, sarebbe di grado I nella scala Mercalli, perché privo di esiti distruttivi percepito si e no da qualche cammelliere di passaggio. In ogni caso si trattò di un terremoto di gran lunga superiore a quello dell’Aquila, dell’Irpinia o del Friuli.

I centri maggiormente devastati per non dire rasi al suolo furono  Apricena, San Paolo di Civitate dove si aprirono grosse voragggini nel terreno, San Severo e Torremaggiore, tutti ubicati nell’area epicentrale.

”Lutti e distruzione toccarono in maniera rilevante anche Chieuti e Serracapriola, San Nicandro Garganico e Rignano, distrutti per buona parte e Lesina, dove si registra il fenomeno più eccezionale dello tsunami. Qui, infatti, la furia del terremoto prosciugò l’intero Lago di Lesina. Allo stesso tempo il tratto di mare che va dalla foce del Fortore sino a Torre Mileto si ritirò per qualche ora e sopravvenne con un’onda che dovette essere gigantesca se si pensa che avanzò di circa due miglia, inondando le campagne di San Nicandro Garganico. Movimenti del livello del mare si notarono anche dalla foce del fiume Sangro sino al litorale di Siponto. Variazioni vistose si notarono anche nelle falde acquifere: nei giorni precedenti il terremoto, oltre ad alcune esalazioni in corrispondenza di pozzi e sorgenti, l’acqua assunse un sapore sulfureo e, in alcuni casi, una colorazione insolitamente ferruginosa. Durante le scosse più forti alcuni pozzi furono visti gettare fuori acqua e fango. L’elencazione dei fenomeni naturali correlati al sisma, dunque, appare piuttosto nutrita, se non altro per il fatto che buona parte della popolazione si trovava in campagna per le ultime faccende attinenti alla mietitura, il che fu assai provvido anche in perdita di vite umane. Sebbene le fonti siano piuttosto discordi nell’individuare il numero delle vittime, si calcola un numero accertato di 4.500 cittadini tra gli otto centri maggiormente colpiti, da cui si esclude, quindi, l’incalcolabile numero dei forestieri, e le vittime nei centri più distanti, per cui la soglia aumenterebbe fino intorno ai 10.000. Per avere un’idea, si pensi che città come San Severo e Apricena videro praticamente dimezzato il numero di abitanti; per gli altri centri più prossimi la percentuale di perdite si aggira tra il 20-40%. Curiose per il diletto del lettore sono le testimonianze “prodigiose” , rese in modo più realistico da testimoni diretti come Lucchino o enfatizzate da racconti indiretti (De Poardi) impregnati di quel turbamento e sgomento che spesso sfociano nella favolistica popolare: emblematico il caso di un neonato ritrovato vivo sotto le macerie, mentre era allattato dalla madre morta, o di un ragazzino su cui cadde una campana preservandolo dalle rovine; di madre e figlio trovati salvi in una botte, di persone sopravvissute per giorni sotto le macerie”.

Purtroppo l’Italia è zona sismica tutta, dal più al meno, cosicché eventi tragici come quello narrato, hanno nel tempo avuto  seguiti anche più luttuosi, Il terremoto di Messina del 1908 ne è un esempio. Oggi l’uomo, però, ha maggiori responsabilità d’una volta in ordine alla perdita di vite umane, infatti, come dicono i sismologhi non è tanto la “scossa” a produrre vittime  quanto la precaria costruzione degli immobili. Dal passato avremmo dovuto imparare, invece il denaro derivante dalla speculazione edilizia è stato ed è un Moloch che periodicamente pretende sacrifici umani.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it

Autori consultati: Antonio Luchino,

Matteo Vocale, Serracapriola.net,

De Poardi