La speculazione ai tempi del coronavirus

Cronaca

di Luigi Benigno

Alcuni cittadini cominciano a segnalare un aumento dei prezzi dei dispositivi di sicurezza, quali mascherine, guanti, detergenti, generi alimentari di prima necessità etc. Si potrebbe pensare che sia tutto normale, che ciò dipenda dal fatto che la domanda cresce a fronte di un’offerta insufficiente, per cui secondo la legge del mercato sia lecito che i prezzi aumentino.

Non è così in una situazione di emergenza sanitaria ed economica come quella attuale, per cui soccorre il codice penale che stabilisce che è reato vendere a prezzi alti speculando sullo stato di emergenza.

Il codice penale, infatti, punisce le manovre speculative su merci; punisce cioè chi favorisce l’aumento dei prezzi al fine di trarne profitto, comminando la pena del carcere fino a tre anni.

La speculazione si verifica quando il soggetto agente metta in atto comportamenti atti a provocare volontariamente la penuria di merci necessarie a fronteggiare il virus, allo scopo di poter vendere a maggior prezzo i prodotti di cui è in possesso.

La legge punisce tale condotta con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 516 a 25.822 euro, quindi chiunque, nell’esercizio di qualsiasi attività produttiva o commerciale, compie manovre speculative ovvero occulta, accaparra od incetta materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità, in modo atto a determinarne la rarefazione o il rincaro sul mercato interno (art. 501 bis del codice penale).

Dunque, secondo la legge commette reato chi, esercitando un’attività commerciale di qualsiasi tipo, compie condotte volte a causare penuria di prodotti alimentari o di prima necessità, ovvero l’aumento dei prezzi.

Commettono reato quei commercianti e rivenditori che, approfittando della crescente richiesta di beni utili a contrastare l’epidemia nonché di beni di prima necessità, si adoperano per aumentare i prezzi di tali prodotti, magari nascondendoli o accaparrandosene grandi quantità al fine di farli sparire dal mercato e detenerne praticamente l’esclusiva.

La speculazione sul Coronavirus fa scattare il reato perché vendere a prezzi alti approfittando dell’emergenza epidemiologica in atto rientra nella condotta vietata dalla legge.

Perché possa aversi a tutti gli effetti il reato di manovre speculative su merci occorre però che l’aumento ingiustificato dei prezzi causato da un singolo commerciante determini una possibile influenza sui comportamenti degli altri operatori del settore.

Il commerciante che, approfittando dell’emergenza sanitaria da Coronavirus, vende a prezzi maggiorati i prodotti che la gente chiede con più insistenza per via dell’epidemia commette un reato.

Il delitto, però, si integra solamente se la condotta di colui che vende a prezzi alti per via del Coronavirus sia in grado di influenzare i comportamenti degli altri operatori del mercato.

Nello specifico, la Corte di Cassazione, con una sentenza del 1989, ha stabilito che, affinché si integri il reato, è sufficiente l’aumento ingiustificato dei prezzi causato da un singolo commerciante che profitti di particolari contingenze del mercato e, così facendo, determini la possibile influenza sui comportamenti degli altri operatori del settore, anche se poi il rincaro generale dei prezzi non dovesse avvenire. Si tratta, quindi, di un reato di pericolo, in quanto è sufficiente che la condotta di colui che specula sul Coronavirus sia anche solo astrattamente idonea a influenzare altri operatori perché possa scattare il reato.

La condotta è punibile anche se la condotta speculativa si riflette soltanto su di un mercato locale, purché riguardi una zona territoriale ampia.

Commette, quindi, reato di speculazione chi vende a prezzi più alti del normale, approfittando dell’epidemia, avendo preordinato l’accaparramento di grosse quantità di prodotti utili a combattere il contagio col fine di rivenderli a prezzi esorbitanti nel momento in cui la richiesta sarà altissima, potendo influire col suo comportamento sugli altri venditori del settore che operano sul mercato locale.

Avv. Luigi Benigno

Segr. Gen. Associazione Centro Tutele Consumatori e Imprese