Yoan Leonardi. Non si può piangerlo in silenzio?

Cronaca

«È coraggioso il padre di Yoan Leonardi, il giovane di 23 anni ucciso in provincia di Novara dal suo migliore amico. Ha quel coraggio che oggi, talvolta, viene confuso con la debolezza. Nonostante di forza ce ne voglia tantissima per non odiare l’assassino di un figlio, non prendersela con i suoi genitori, e aspettare che la giustizia faccia il suo corso. “Alberto ha ucciso mio figlio a tradimento, ma non provo odio per lui”, ha detto Marino Leonardi ai cronisti che gli chiedevano come mai i genitori dell’assassino del figlio si trovassero ieri a casa sua. “Sono miei amici, e lo rimarranno”, ha aggiunto subito dopo, spiegando il perché di quell’abbraccio tra lui, la sua ex-moglie, e i genitori di Alberto».

Sono alcune righe di un articolo di Michela Marzano, apparso qualche giorno fa su La Repubblica. L’autrice conclude: «I genitori di Yoan ci ricordano l’importanza della tolleranza e del perdono, della lealtà e dell’amicizia. E di come sia possibile restare umani, nonostante la disperazione in cui si precipita quando ci viene ammazzato un figlio».

Non esageriamo un po’? Non si va da un eccesso all’altro? Non si rischia di far apparire un’azione nefanda, tremenda, meno nefanda e meno tremenda di quello che è? Si tratta di coraggio oppure di altro? Non capisco i giornalisti che vanno a fare domande sul perdono, alle persone cui è stato appena assassinato un figlio, e non capisco le persone cui è stato appena assassinato un figlio, che rispondono ai giornalisti. Non si può piangere in silenzio, senza parlare di odio o non odio, di perdono o di vendetta? Non si può lasciar passare il tempo, almeno un po’ di tempo,  e poi parlare magari di perdono, tolleranza e via di seguito?

Il figlio, il povero figlio vigliaccamente assassinato, il figlio innocente accoltellato, sarà contento del padre che abbraccia i genitori del suo assassino? Scrive Michela Marzano: “Ma non si tratta nemmeno di far pagare i suoi genitori, come se le colpe del figlio ricadessero automaticamente su di loro”. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma delle colpe dei figli qualche responsabilità i genitori ce l’hanno. Tutti siamo in qualche misura responsabili delle colpe dei nostri figli, giacché noi li alleviamo e noi, almeno in parte, li educhiamo.

Le notizie di maltrattamenti, uccisioni, occultamenti di cadaveri, le notizie delle azioni più schifose sono quotidiane, e sentir parlare di perdono e abbracci, quando il delitto è stato appena perpetrato, dà un po’ fastidio.

Renato Pierri