Migrante tiene in ostaggio quartiere per 9 ore: “esigo casa popolare”

Cronaca

Nove ore di ‘assedio’ e un notevole dispiego di forze militari per consentire a un ufficiale giudiziario di eseguire lo sfratto di una famiglia di nordafricani nel Veronese.
Sono le 9 quando l’ufficiale, con gli operai di un’impresa specializzata in sgomberi e i legali del proprietario degli immobili, arriva a corte Macaccara. Una famiglia di nigeriani, anch’essa sfrattata, ha provveduto già a prendere le sue cose e se ne va. Non fa lo stesso, però, una coppia di nordafricani che vivono lì da oltre 15 anni. Hanno quattro figli minorenni: uno è in casa, gli altri sono a scuola alle elementari e alle medie. La famiglia già anni addietro ha ricevuto uno sfratto, mai eseguito.

Perché lui, B.H.J., sulla cinquantina, allora era salito per protesta sul tetto finché tutti non se n’erano andati. L’uomo inscena lo stesso copione: la moglie barricata all’interno col bimbo, lui sul tetto. Ma questa volta l’ufficiale giudiziario ha tutta l’intenzione di portare a termine l’operazione. Arrivato sul posto e visto l’uomo sul tetto che grida di non voler andarsene, chiama i carabinieri.

In poco tempo attorno alla Macaccara si assiepano carabinieri con due stazioni mobili, militari della compagnia di Villafranca con il capitano Ottavia Mossenta, pattuglie della polizia municipale con il comandante Marco Borrelli, un’ambulanza, due autopompe con carrello dei vigili del fuoco, l’assistente sociale del Comune, un veterinario del servizio dell’Asl e il consigliere comunale delegato alla sicurezza Maurizio Cassano. «Voglio stare qua, non me ne voglio andare. Ci sono dei bambini qui, vergognatevi», grida l’uomo ora in piedi sul tetto, ora seduto, ora comodamente sdraiato sui coppi, brandendo un cellulare con il quale comunica con la moglie al piano di sotto o scatta foto e video. La donna alla finestra grida altrettanto. Qualche ora dopo arrivano il nucleo radiomobile dei carabinieri e due negoziatori. A ora di pranzo quasi una quarantina di persone piantona la corte.

L’inquilino, che non lavora e risiede a Sommacampagna da decenni, è conosciuto anche dal Comune. L’ente segue, tramite i servizi sociali, i suoi quattro figli, ed è intervenuto più volte per intimargli di eliminare i rifiuti accatastati nella corte ai quali ogni tanto dà fuoco.

È metà mattina quando parte la prima trattativa. Il capitano Mossenta cerca di farlo ragionare. Il Comune promette un alloggio alternativo. Ma la coppia non si muove e chiede di parlare con il sindaco Graziella Manzato che arriva attorno alle 13 con gli assessori Giandomenico Allegri e la delegata ai servizi sociali Alessandra Truncali. Ma i tre concludono poco. L’uomo strappa una promessa a Manzato chiedendo una carta scritta con la quale il primo cittadino promette di trovargli una casa. «Gliel’ho firmata», dice andandosene Manzato, «ma ancora non è contento».

Il ribelle, infatti, la vuole subito e secondo le sue esigenze. Poi spazientito urla: «Sommacampagna non fa niente, voglio il sindaco di Verona. Voi potete fare tutto, qual è il problema? Si può fare tutto. Ho quattro bambini e mi buttate fuori», urla di quando in quando anche prendendo a parolacce carabinieri e vigili del fuoco. Alle 13.40 la prima operazione.

I carabinieri indossano giubbotti antiproiettili, casco e scudo. I pompieri accerchiano la casa con un mezzo davanti e l’altro sul retro. La donna minaccia di far scoppiare la casa, lui di darsi fuoco. Alla vista del dispiegamento di uomini prende in mano una tegola e la lancia. Salta sul tetto, cammina di qua e là e comincia a lanciare coppi contro i carabinieri. «Non vi conviene, non ascolto nessuno», urla. «Guardami bene, hai coraggio? Sparami. La casa non crolla, la faccio crollare io». Ma nulla da fare, alle 14.30 tutta la corte viene evacuata. Rimane all’interno solo Mossenta con qualche carabiniere per procedere con il dialogo. Fuori gli altri restano pronti; i pompieri con gli estintori in mano. Nulla di fatto, alle 16 tutti dentro ancora.

I vigili del fuoco orientano l’idrante verso l’uomo che all’acqua risponde con un feroce lancio di tegole. Nel frattempo Mossenta con i suoi uomini riesce a entrare in casa e a mettere in salvo il piccolo di 4 anni. Alle 16.30 la moglie cede e viene ammanettata. L’uomo comincia allora un ultimo round: «In manette, mia moglie in manette», grida. I negoziatori lo invitano a scendere promettendo che gliele toglieranno.

Alle 16.40 l’inquilino capitola e viene ammanettato, ma per poco.
La giornata si conclude con una denuncia per resistenza e procurato allarme.

Quindi, un immigrato tiene in ostaggio per 9 ore un intero quartiere, lanciando tegole contro i carabinieri, esigendo una casa popolare o di restare dov’è senza pagare, mentre noi lo manteniamo con sussidi e servizi ai figli che lui ha fatto a spese nostre, e nemmeno lo arrestano.

Poi si meravigliano se qualcuno si incazza.