Arrigo Boito a cento anni dalla morte

Cultura & Società

 Uno scrittore che ha rivoluzionato gli scapigliati

Pierfranco Bruni

Se in Salvatore Quasimodo c’è la bellezza della Mater dulcissima e delle nebbie, in Arrigo Boito, appartenente a tutt’altra generazione, quella stessa madre diventa la madre in cui si sfoglia “il libro della vita”.

“Il libro bianco” che diviene verginità della penna incuneandosi nel tempo in cui si misura il passare degli anni, come traspare da alcuni versi di Arrigo Boito, risalenti al 1867, dai quali emerge proprio questa straordinaria espressione:

“Passaron gli anni, i mali e la ventura,
vissi, lottai col corpo e col pensier.
Oggi l’anima mia si è fatta scura,
e il libro ner”.

Quel libro bianco della madre, che cuciva le tomaie dell’alba nell’infanzia scavata nella memoria e aveva come visione una aureola d’oro, diventa “il libro ner”, ovvero, il libro della fine. Infatti questi versi, tratti da Libro dei versi di Arrigo Boito, riportano come titolo Scritto sull’ultima pagina.
Ho voluto evidenziare questa medesima visione che conviveva sia in Arrigo Boito che in Salvatore Quasimodo.

Due personalità completamente diverse. Entrambi hanno caratterizzato uno specifico percorso letterario. Boito con la Scapigliatura, il cui punto centrale era Beaudelaire, quel mondo scapigliato che, nonostante tutto, aveva come punto di riferimento la visione quasi stilnovista di un rimare dantesco.
Entrambi sono passati per Milano. Arrigo Boito è morto a Milano. Era nato a Padova, ma il suo viaggiare da Parma a Milano lo ha condotto ad attraversare diverse esperienze, da quelle della lettura e della letteratura, ai linguaggi che superavano il verismo, esattamente come Salvatore Quasimodo lo supera attraverso il codice di Ed è subito sera, quel tempo dell’ermetismo in cui le radici sono prettamente greche. Anche in Arrigo Boito il mondo del simbolo e del mito diventa una caratteristica fondamentale, a partire da Mefistofele fino a Nerone, opere che custodiscono, nel loro verseggiare, radici molto profonde radicate nella visione della grecità.

Arrigo Boito è considerato un librettista, un autore di testi per musica. Molti musicisti sono passati attraverso il suo linguaggio, i suoi scritti, da Verdi in poi. Egli stesso fu un compositore, profondamente scavato in quella musicalità classica. Ha scritto racconti, favole. Un giocoliere di parole in cui la favola bella dannunziana si trasforma in un vero e proprio modello di linguaggio innovativo.

La Scapigliatura, in fondo, è un linguaggio innovativo. Innova sia da un punto di vista ironico che semantico. Boito, Camerana, Praga. Tutti autori all’interno di un processo che ha legato la letteratura alla cultura, in senso più generale.
Arrigo Boito, fratello di Camillo (autore dello straordinario testo Senso, dal quale è stato tratto un film di Visconti), ha teorizzato un nuovo modello attraverso la sua poesia. Poesia in cui l’ironia era forte. Il senso del sarcasmo e della recita diventano, a volte, la teatralità dell’esistere. Anche in Quasimodo, come in D’Annunzio, ritroviamo questa stessa teatralità dell’esistere. La recita in cui la vita viene attraversata dalla letteratura.

La storia d’amore con Eleonora Duse dimostra la penetrazione di intenti letterari; ma la sua poesia, che è trafitta da un raggio di sera, come direbbe Quasimodo, diventa anche madrigale. Infatti nel 1866 Arrigo Boito scrive un Madrigale nel quale si legge:

“Arte nata da un raggio e da un veleno,
su questo segno della tua potenza
mi si rivela a pieno
la tua duplice essenza”.

C’è, quindi, una risposta e una domanda a questo verseggiare in cui la poesia non è mai arte del discutere, ma silenzio tratteggiato lungo le corde di una musica.
Ecco perché Boito è dentro la musicalità, all’interno di quel percorso musicale che fa delle note il ritmo delle parole.

Se dovessimo fare questo medesimo gioco ad incastro anche con Salvatore Quasimodo, ci riuscirebbe bene. Questo dire e non dire, questo restare all’interno di un dimensione in cui la luce diventa un’ombra scialba. La luce scialba, dice Arrigo Boito.
La poesia di Quasimodo è vissuta all’interno di queste ombre, di queste luci, ovvero “delle sere danzanti sulle parole portate nella voce”. La poesia è una danza. Aveva ragione Quasimodo nel suo legame con Maria Cumani, la danzatrice, la poetessa, l’attrice. La parola poetica è una danza, così come ha ragione Arrigo Boito nel suo incontro con la Duse.

La poesia e la magia, due percorsi indiscutibilmente affini in cui tutta la dissolvenza del reale diventa la visione del “non vero”, del metafisico costante.
Boito è  lontano dalle teologie, dalle morali. Con Beaudelaire traccia il senso privilegiato di una parola che potrebbe scandalizzare ma che diventa innovazione, profezia. Boito morirà nel 1918, vent’anni anni prima di D’annunzio. Eravamo nel tempo in cui Quasimodo si formava, in cui viveva la sua isola, mentre Boito viaggiava tra i versi dell’Alfier nero, di Iberia, del Trapezio, de Il pungo chiuso e prima ancora del Libro dei versi, del Re Orso.

Sono tutti titoli di opere in cui la motivazione non si pone come modello problematico, ma come sperimentazione linguistica, metrica, nel ritmo di un tempo che sembra insondabile, ma che è soprattutto indelebile.
Era nato nel 1842 ed è morto nel 1918. Padova, Milano. Una sperimentazione forte in cui il tempo della memoria diventa il giorno del destino, il giorno dell’avventura. Gioca con le parole in modo determinato, perché il suo consolidato messaggio poetico si trasforma in un messaggio esistenziale.

Uno dei temi fondamentali presenti nella poesia di Boito è il tema della luna, il tema delle stelle. La luna e le stelle, ossia la notte. Quel libro nero, che fa parlare la madre di Boito, non è altro che una luna fedele che illumina ciò che noi vediamo bianco. Nei versi dell’incipit della poesia Ballatella, scritta proprio come una stanza per musica, si legge:

“Luna fedel, tu chiama
col raggio e io col suono
la fulgida mia dama”.

Sono versi che si ripetono all’interno di questa ballatella, si ripetono in modo costante tra un linguaggio a quartine e un linguaggio epigrammatico vero e proprio. Il gioco linguistico, sempre più una versione sperimentale, diventa un percorso tra il vero e l’istinto. Ma la vita e la poesia, per dirla sia con Boito e con Quasimodo, son “luce e ombra”. Primo verso della poesia Dualismo. Un percorso fondamentale per entrare nella vita letteraria di Boito, ma anche per cercare di non perdere il gusto e il senso delle comparazioni.

Da Mefistofele a Otello al Falstaff, la recita è il teatro nella vita ed è la poesia nella consapevolezza del tempo che si perde, che non ci perde, ma che noi perdiamo.