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Angelo Sandri Segretario Nazionale Democrazia Cristiana avvia con decisione la stagione del “fare”

Eletti i Consiglieri Nazionali della Democrazia Cristiana si passa dal vocabolario delle buone intenzioni a quello dell’economia, del pragmatismo, a quello più concreto della difesa degli interessi dei cristiani, alla salvaguardia della qualità della vita.

Ascoltiamo i tamburi della propaganda, vecchi e nuovi predicatori presentano ad intermittenza l’elenco dei buoni propositi, la riformulazione di sistemi e dottrine.  Con incauta monotona uniformità si continuano ad occupare dell’ovvio. Echeggiano le parole magiche del cambiamento, del rinnovamento, insomma del cosiddetto “nuovo”.  Subiamo l’ascolto di consigli per gli acquisti: la vecchia Repubblica, la nuova Repubblica, la gente, il Paese, metodi vecchi, metodi nuovi. Pressati dalla tirannia degli opinionisti, detentori del pressappoco, aneliamo un incontro con le virtù dell’esattezza, in attesa che muti l’acustica della dialettica politica. Si spera che calata la temperatura della improduttiva polemica su ogni minima questione per fare cassa di fumosi consensi, dei gesti rabbiosi di protesta, si possa discutere di attività politica, di scelte, di decisioni.

Non è più il tempo di praticare l’attività politica come religione delle ortodossie o come ascendenze dogmatiche. E’ mutata la composizione di classe, è definitivamente scomparsa la polarizzazione ideologica. Il vocabolario rivoluzionario ha lasciato il posto a quello dell’economia, del pragmatismo, a quello più concreto della difesa degli interessi dei cristiani, della salvaguardia della qualità della vita.

La caduta verticale delle ideologie genera per la politica il compito di portare a soluzioni problemi. Cresce, appunto, la consapevolezza che ciò che in effetti conta è il problema da affrontare con tutti gli strumenti possibili per portarlo a soluzione. Questo innesta un processo di specializzazione crescente che dà luogo ad una singolare esistenza di interdisciplinarità che esige un continuo ricondizionamento della cultura specifica ai termini reali del problema.

Come ha detto con efficacia Karl Popper: “noi non siamo studiosi di certe discipline, bensì di problemi.  E i problemi possono passare attraverso i confini di qualsiasi materia o disciplina”. A conclusioni non diverse è giunto un economista-sociologo come Gunnar Myrdal, il quale presenta insofferenza verso le tradizionali demarcazioni che separano rigidamente tra loro le discipline della scienza sociale: ” non esistono problemi economici, sociologici, psicologici”, esiste l’insieme, il tutto. Per calibrare le singole iniziative il parametro di riferimento è il sistema. In generale condizione necessaria perché sia stabilito un sistema e sia mantenuto come tale (senza degenerare nell’insieme dei suoi componenti) è che i suoi elementi interagiscano tra loro. In grande approssimazione, si ha un sistema quando gli elementi, i segmenti che lo formano interagiscono tra loro, in modo che il comportamento dell’uno influenza quello dell’altro, ad esempio attraverso scambi di energia negli urti, svolgendo funzionalità diverse, ad esempio in un circuito elettronico, e scambiando informazioni come nei sistemi sociali e meglio quando l’azione di un elemento del sistema, l’agire di coloro che operano in quel segmento del sistema, influenza tutte le componenti del sistema, in modo differenziato, con proporzionalità diverse.  Un sistema è il bilancio dello Stato, le risorse sono limitate, i problemi molti, se privilegio un settore ne soffrono altri. Si tratta di scelte politiche. Ed ancora non è sufficiente destinare somme ad esempio alla sanità, ma indicare come devono essere spese e verificarne l’impiego.

Di fronte ai problemi è necessario fare ricorso a tutti gli strumenti possibili, è necessario evitare il dilettantismo. Per portare a assoluzione il problema occorre decidere e per decidere bisogna che qualcuno decida.

I cristiani sono qui dove sono, dove vivono, lungo le strade della città che abitiano, nel tempio dell’Amore verso l’altro da sé, senza accusare, senza prescrivere comportamenti e scelte, senza che l’altro perda la libertà. Un “fare” non dichiarato, ma praticato; di quello vissuto, percepito. Primeggia l’Uomo che vola verso l’ignoto, che fa appello a tutte le sue energie, che responsabilmente ottimizza lo sforzo, che dà motore alle proprie risorse.

L’Uomo che corre; l’esercizio di una attività completa la persona nella sua integrità biologica e psicologica, perché lo sforzo dell’Uomo è il principio del fare, della responsabilità, poi il resto viene di conseguenza.

L’agire intellettuale, gambe che corrono, muscoli che si gonfiano, sono il simbolo dell’azione, esportano la responsabilità.

L’Uomo del “fare” ha aperto i confini degli Stati, delle Nazioni, ha abbattuto i muri della diffidenza, della chiusura, della contrapposizione. L’uomo del “fare” ha occupato pacificamente i territori ostili di popoli ritenuti nemici, con la bandiera della responsabilità, con l’impegno alla pace, all’amore.

La responsabilità rompe le barriere, dilaga tra la gente, conquista la fiducia di popoli sospettosi, allarga le aree della comprensione, della cooperazione, della solidarietà, della tolleranza.

Piccoli grandi ambasciatori del valore della responsabilità, del fare, cresciuti nel tempo, migliorati dalle conquiste della scienza, dai risultati della tecnica, aiutano a sedimentare nel genoma, nell’archivio inconscio, nella antropologia del pensiero delle generazioni future la forza dell’azione, il miglioramento delle condizioni di vita.

L’uomo del “fare” guarda oltre l’orizzonte entra nell’ignoto conosciuto, il grande territorio ignoto appunto che viene conosciuto gradualmente, allargando, spostando sempre avanti l’orizzonte per nuovi e migliori traguardi.

L’uomo del fare è il difensore della porta accanto, l’icona millenaria della difesa possibile, l’ingegnere del diritto, consolatore dei dolori della gente comune, sacerdote laico dei problemi che affliggono le persone indifese, imprenditore in rosso e nero della propria vita. L’uomo del fare è chiamato alla difesa del proprio lavoro, della propria professionalità, della propria immagine ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.   Un bagliore, una speranza, l’eterna ricerca del nuovo.

L’uomo del fare forma una diga all’avanzare di quella marea immateriale conosciuta come odio, che occupa ogni territorio, ogni luogo, entra nel cuore degli uomini come un male inguaribile, con la facilità del diffondersi di una epidemia.  L’odio proviene da coloro che sono nati nella stessa città, che hanno condiviso un tratto della vita insieme, che hanno solennemente dichiarato di amare, di amare per sempre per tutta la vita e poi hanno tradito le parole del Cristo marciante tra le genti.

Abbiamo un debito verso tutti coloro che ci spingono ad agire a ricercare le energie necessarie a canalizzare gli sforzi verso la responsabilità del fare, verso la pace, verso l’amore.

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