Principale Politica Intelligenza Artificiale, Elezioni Europee, Medio Oriente: Intervista al Prof. L. Di Gregorio

Intelligenza Artificiale, Elezioni Europee, Medio Oriente: Intervista al Prof. L. Di Gregorio

Arguto, vivace, Luigi Di Gregorio, Professore aggregato di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia di Viterbo, dove insegna Comunicazione Pubblica, Politica e Sfera Digitale e Web e Social Media per la Politica, Delegato per il Placement presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo, ha delineato tra gli altri temi, il panorama di una delle regioni più interessanti e complesse del pianeta, tratteggiando i caratteri salienti dei players più rilevanti. Ce ne parla nella mia intervista che vi propongo ringraziandolo per la disponibilità e gentilezza.
E’ notizia di ieri dell’incontro tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Bill Gates, fondatore di Microsoft, per parlare di Intelligenza Artificiale. Indubbiamente il potenziale dell’IA è alterare gli equilibri di potere tra le nazioni. Secondo Lei Professore, la democratizzazione a un numero maggiore di paesi potrebbe rivoluzionare i paradigmi esistenti e condizionare i futuri equilibri geopolitici?
“La democratizzazione dell’Intelligenza Artificiale può sicuramente avere un impatto significativo sui paradigmi geopolitici esistenti. In linea teorica, più paesi hanno accesso all’AI, più è possibile rallentare o quantomeno stabilizzare certi squilibri o divari. Si pensi al suo impiego per incrementare l’efficienza energetica o per ottimizzare la produzione alimentare, oltre alla lotta contro il cambiamento climatico. Tuttavia, è anche verosimile che accada il contrario e cioè che i paesi più avanzati sul fronte dell’AI
continuino a “correre”, mantenendo un vantaggio competitivo, anzi probabilmente ampliandolo. Di fatto, la cold war novecentesca è stata sostituita dalla code war, per cui è molto difficile che Cina e Stati Uniti rallentino o lavorino al 100% per una democratizzazione delle tecnologie. L’Unione europea potrebbe svolgere un ruolo in tal senso, ma allo stato attuale è troppo debole per provare anche solo a fare l’arbitro, ossia a diventare l’istituzione “terza” che garantisca che l’AI sia sviluppata e utilizzata in modo responsabile e che le normative internazionali siano adattate per gestire le sue implicazioni etiche e di sicurezza in senso lato”.
La crisi in Medio Oriente. Le azioni dei ribelli Houthi contro la libertà di navigazione nel Mar Rosso, vedono gli Stati Uniti impegnati in operazioni di difesa alle navi mercantili, che però non corrisponde a un interesse vitale americano. Qualora in futuro dovese crearsi un vuoto lasciato dagli USA, secondo lei, l’Europa sarebbe pronta a farsi carico della difesa dei propri interessi?
“Al momento decisamente no. E neanche in un futuro prossimo, a mio avviso. Indubbiamente la crisi in Medio Oriente e le azioni degli Houthi contro la libertà di navigazione nel Mar Rosso pongono sfide importanti per la comunità internazionale. Ed è vero che gli Stati Uniti sembrano aver scelto un tendenziale
disimpegno in diverse regioni, proprio al fine di concentrare le risorse nella techonomics war contro la Cina. Il vuoto di potere che potrebbe crearsi a fronte di un ulteriore disimpegno sarebbe un grosso problema per l’Europa. D’altronde che cos’è l’Europa in politica estera e di difesa? Anzi, che cos’è l’Europa in generale?
Non è uno Stato federale, ha 27 governi e 705 parlamentari da mettere d’accordo. In diversi casi, il Consiglio dell’UE vota ancora all’unanimità, il che complica di parecchio il decisionmaking…  Certo, la prospettiva di un disimpegno degli Stati Uniti spingerebbe verso una vera politica comune in materia di
sicurezza e difesa, ma resta il problema della
joint decision trap, la trappola della decisione congiunta, con
tanti attori con interessi e priorità divergenti da mettere d’accordo. È vero anche, però, che gli Stati Uniti difficilmente possono disimpegnarsi abbandonando Israele e le democrazie europee al loro destino in un mondo che tra qualche anno potrebbe vedere i regimi democratici in netta minoranza e con un potere, anche economico, minoritario rispetto ai paesi autoritari e totalitari”.
Nel mezzo dei conflitti in corso tra Ucraina-Russia e Israele-Hamas, anche la penisola coreana si trova ad affrontare una crisi persistente a causa della continua retorica nucleare della Corea del Nord. I recenti
colpi di artiglieria sparati da Pyongyang vicino al confine marittimo hanno suscitato scalpore nella regione. Pechino da lungo tempo sostenitrice di Pyongyang ha intensificato le tensioni appoggiando il regime di Kim. Questa posizione è ulteriormente esacerbata dalla recente dichiarazione della Cina di una rinnovata minaccia di invadere Taiwan. Secondo lei, in caso di invasione di Taiwan, la Cina potrebbe sfruttare il potere di difesa della Corea del Nord per sbloccare un ulteriore fronte militare creando una
doppia minaccia sia per gli Stati Uniti che per la Corea del Sud?
Personalmente credo che la situazione di Taiwan resterà “congelata” almeno fino a gennaio 2025, quando

si insedierà il (nuovo?) Presidente degli Stati Uniti. Capire le intenzioni e la posizione americana è sicuramente un fattore determinante. Quanto alla Corea, si, le posizioni sono quelle. Ma non so quanto la Cina appoggi davvero Pyongyang, che è un’altra mina vagante in realtà. Lo fa per ragioni ideologiche, ma

difficilmente aprirebbe un fronte “serio” contro la Corea del Sud, a mio avviso. Le ripercussioni potrebbero generare un effetto domino incontrollabile. Teniamo presente anche che India e Giappone stanno rafforzando le proprie capacità di difesa. Per di più, fino ad oggi la competizione con gli Stati Uniti è rimasta sul terreno economico, tecnologico e di soft power. La convenienza di spostarlo, almeno potenzialmente, su quello militare è tutta da dimostrare. Sicuramente la Cina continuerà a “mostrare i muscoli” e magari opterà per operazioni di intelligence, di disinformazione e di soft power, appunto. Ma non credo le convenga spingersi oltre, allo stato attuale”.
Parliamo delle Elezioni Europee, le quali saranno un momento chiave per il futuro del Green Deal europeo e per le politiche climatiche dell’Unione. La Commissione guidata da Ursula Von der Leyen ha, negli ultimi cinque anni, proposto e costruito il quadro strategico per la neutralità climatica al 2050. L’inizio della campagna elettorale, tuttavia, farebbe pensare a possibili cambiamenti sostanziali nelle politiche climatiche ed ambientali europee. La futura Commissione e il nuovo Parlamento europeo potranno continuare questo percorso garantendo il raggiungimento degli obiettivi al 2030, necessari per
scongiurare gli effetti più disastrosi del cambiamento climatico?
Sul Green Deal europeo hanno pesato e continuano a pesare diversi fattori: la crisi energetica, l’inflazione, un quadro internazionale del tutto instabile, caratterizzato da una “permacrisi”, come è stata definita. Sicuramente ci sono forze politiche meno convinte di altre sul fronte della transizione green e bisogna vedere come andranno a finire le elezioni di giugno, ma in questo momento vedo prudenza e realismo un po’ ovunque, lungo tutto lo spazio politico da destra a sinistra (escluso chi ha posizioni ideologiche e pregiudiziali, pro o contro). Per di più, comincia a farsi strada la tesi per cui l’Europa ha meno impatto
(produce meno emissioni) di Stati Uniti e Cina e dunque non si capisce perché dovrebbe essere l’area del pianeta più responsabile su questo fronte. Credo che Commissione e Parlamento continueranno a spingere su quegli obiettivi, anche se magari con meno determinazione e dunque forse facendo slittare parzialmente le scadenze. Poi però ci sono sempre i 27 governi nazionali con cui fare i conti. La verità è che andrebbero coniugati i piani per la transizione ecologica e quella digitale, per far sì che le due strade procedano insieme, anche al fine di ridurre i costi di produzione energetica e di alzare il rendimento delle fonti
rinnovabili grazie al progresso delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Serve una nuova narrazione, che faccia capire che le due cose vanno insieme: il progresso dell’una (transizione digitale) rende competitiva e vantaggiosa l’altra (transizione green)”.

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