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Intervista alla giovane attrice barese Ines Froio

Ines Froio è nata a Bitonto (BA) nel 1995, città in cui attualmente risiede. È diplomata al Liceo linguistico e ha la passione per il teatro, il cinema e la scrittura. Tre arti che si coniugano perfettamente tra loro e per cui ha studiato tanto sin dalla tenera età e trasferendosi anche per un periodo a Roma, luogo di cui dice: “Spero di avere quanto prima l’opportunità e la possibilità di trasferirmi perché è la città per me, la sento mia”. Nonostante la giovane età ha un background che denota tanta determinazione. Sempre con l’intento di dar voce e valorizzare i talenti del nostro territorio, ho intervistato Ines per voi.

Potremmo definirti una poliedrica dell’arte per le tue passioni. Come e quando ti sei accorta di avere questa “vocazione”?

Sin da piccola adoravo vedere film e imitavo molto le attrici della tv. Ho iniziato con il teatro facendo delle piccole parti al liceo anche se ero molto timida, una di quelle che non sarebbero mai salite su un palco. Eppure mi sono buttata e ho scoperto un mondo meraviglioso. Mi piaceva anche stare dietro le quinte e aiutare gli altri con le scenografie e i costumi. Così poi ho cominciato a frequentare una compagnia teatrale di Bitonto, come primo livello amatoriale. In quell’occasione ho conosciuto un regista romano che è stato giù per quattro anni, Marco Grossi, con il quale ho studiato anche cinema e con cui sto continuando a collaborare anche a distanza, spostandomi ovviamente quando c’è la possibilità di prender parte a un progetto. Grazie a lui ho capito di nutrire una grande passione per il cinema, perciò ho voluto approfondirla iscrivendomi all’Accademia Artisti di Roma, dove nel 2020 dopo tre anni e mezzo e un master, mi sono diplomata. Successivamente, tornata a Bari, ho continuato con il teatro con qualche figurazione speciale, cortometraggi e al momento sto lavorando come doppiatrice per Tele Norba. Prossimamente, tra l’altro, gireremo alcuni spot pubblicitari e un film che andrà in onda. Scrivo anche molte poesie e sto terminando un romanzo che spero di avere la possibilità di pubblicare per vedere dove può portarmi anche quest’altra strada. In più adoro ascoltare musica e cantare; infatti, ho studiato anche un po’ canto, perché credo che sia un’arte molto affine alla recitazione e in questo mondo è giusto e bello sperimentare tutto ciò che può servirti. Però è di certo il cinema la mia prima strada.

Perché proprio il cinema? Cosa rappresenta per te?

Il cinema lo vedo a modo mio. È un mondo reale, effettivo. La gente purtroppo non sa, oltre alla fatica che c’è dietro questo mestiere, quale sia davvero il senso per cui recitiamo e tutto quello che si fa per arrivare al risultato sperato, ad interpretare come vuoi tu un personaggio ed essere soddisfatto di te. Quindi il cinema a me dà questo: la possibilità di raccontare al pubblico la mia verità, esporre ciò che ho dentro e, sebbene tramite uno schermo, mi permette di parlare della vita di tutti i giorni e di emozionare emozionandomi.

E il teatro non fa in qualche modo lo stesso? In cosa differiscono dal tuo punto di vista?

Il teatro conduce in una dimensione totalmente diversa secondo me perché ti fa sì portare in scena sempre la realtà, ma in quel momento l’attore è in carne ed ossa davanti agli spettatori. Lo spettacolo lo si può toccare con gli occhi, si crea un contatto diretto e fisico con chi ci guarda. È questa la magia e anche in questo caso ovviamente si generano emozioni. Ma questo accomuna un po’ tutte le arti.

Componi anche poesie, racconti e opere narrative. Che penna ti definisci?

Io quando scrivo non penso. Butto fuori tutte le mie sensazioni e poi ovviamente realizzo il prodotto finito. Posso dire di essere una romantica, nel senso che scrivo testi molto profondi e anche un po’ drammatici ed orientati sul thriller. Non mi rivendo in un genere specifico. Mi riesce facile parlare di amore e passione. Però è comunque un sogno che ho lasciato nel cassetto con la speranza un giorno di avere magari l’opportunità di poterlo riaprire e generare qualcosa di grande.

Per coniugare tutte le tue inclinazioni, hai mai pensato di dedicarti alla sceneggiatura?

Sì assolutamente. Sono iscritta al DAMS dell’Università degli Studi di Bari, un percorso universitario avviato lo scorso anno, e studiando regia mi sono resa conto di quanto mi affascini anche l’idea di creare una storia tutta mia grazie alla mia immaginazione. Credo, in base alle mie esperienze, di potermi divertire in tal senso, di potermela giocare come preferisco. Sarei decisamente nel mio e unirei le mie passioni al divertimento, che in questo mestiere ci deve comunque essere. Ora però è il momento di studiare, di imparare interpretando testi di altri autori, fare tesoro dei loro insegnamenti e del loro esempio per poi avere la maturità artistica giusta per cimentarmi in qualcosa di totalmente mio.

Fino ad ora quali sono stati i progetti a cui hai preso parte?

Con Marco Grossi in quattro anni ho conosciuto il teatro commedia, il lato comico quindi. Abbiamo portato in scena sempre i più grandi classici, come Chekhov (“Proposta di matrimonio” e “Il diavolo e la vergine”), che è uno dei miei punti di riferimento in teatro e che mi ha dato la possibilità di interpretare davvero l’anima dei personaggi attraverso me. È il bello del teatro. Per quanto riguarda invece esperienze cinematografiche, con Marco sempre da supporter, ho realizzato un cortometraggio tutto mio, “Amazzonia”. Ho voluto raccontare ciò che in quel momento stava succedendo a livello ambientale: la foresta bruciata, nessun parlato, solo molte musiche in background e io che, nei panni di una barbona, mi avvicino per scoprirla e rendermi conto che è stato tutto distrutto. Mi piace l’idea di creare di ogni periodo storico qualcosa che magari la gente vedendola si chieda cosa possa fare per cambiare e aiutare la natura.

È lo stesso corto per cui hai vinto il secondo posto in una delle rassegne del Festival del Cinema a Roma?

Sì esattamente. Nel 2018 circa l’Accademia Artisti ci diede l’opportunità di realizzare un corto da mandare al Cine Futura Fest. Non mi aspettavo sinceramente di ottenere questo riconoscimento e sono contentissima, più che per il premio in sé, per il fatto che un mio lavoro è stato visto e valutato da una giuria di alto livello e ciò mi ha rassicurata per certi versi, nel senso che mi ha dato quella forza di perseverare su questa strada e soprattutto il mordente per impegnarmi e produrre qualcosa di sempre più bello e più grande.

Come vedi questo momento storico per i giovani attori? Soprattutto a Bari…

Io in generale credo che non bisogna correre il “rischio” di fare qualcosa per forza, perché ritengo sia fondamentale prendersi del tempo, raccogliere tutte le energie positive o negative che siano e che ci circondano in qualità di esseri umani, dedicarsi un momento di pura riflessione, e soltanto dopo agire realizzando un progetto che ci sta davvero a cuore e che possa essere di esempio agli altri, oltre che da sprone per i ragazzi e i bambini che si affacciano in questo mondo. Secondo me adesso è proprio necessario che si superino le solite storie che vediamo al cinema, le solite commedie all’italiana e che si dia spazio alla passione, alla curiosità, alla determinazione di progredire e di raccontare le idee di noi giovani. Purtroppo qui a Bari abbiamo la mentalità un po’ limitata, anche se non condivido il “qui non c’è futuro” perché a mio avviso il vero problema è che non c’è nessuno che abbia sinceramente e profondamente voglia di sconvolgere le dinamiche e darci un futuro ricco di possibilità. In questo modo è ovvio che la nostra generazione guarderà sempre il centro-nord come il luogo delle chance, ma se ci impegnassimo tutti potremmo raggiungere dei grandi risultati perché il potenziale lo abbiamo.

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