Principale Arte, Cultura & Società Cotidie morimur (Moriamo ogni giorno)

Cotidie morimur (Moriamo ogni giorno)

Violenza e aggressività ad ogni stadio sembrano essere divenute le caratteristiche più comuni appartenenti all’essere umano, se di umanità si può ancora dire.

Ciò che maggiormente spaventa è l’abbassamento dell’età in cui compaiono segni premonitori preoccupanti, come nei casi del bullismo, in aumento nei luoghi di aggregazione frequentati da adolescenti, in primis la scuola che dovrebbe essere l’istituzione educativa per eccellenza.

Con l’avanzare della tecnologia il fenomeno, divenuto dilagante, ha assunto dimensioni dai risvolti preoccupanti ed è stato necessario l’intervento dei legislatori per arginare le disastrose conseguenze del cyberbullismo; i gesti denigratori, offensivi, volgari, sempre più spesso violenti vengono amplificati nella loro crudeltà dalla velocità di diffusione e veicolati a una vasta gamma di utenti con esiti devastanti sulle vittime.

Ma, se una legge può sortire sicuramente i suoi effetti, i “soggetti” preposti all’educazione hanno il compito di far comprendere che dietro uno smartphone, un computer, un video, esiste un essere umano – non il Super Mario della PlayStation che, persa una vita, ne riacquista un’altra –  a cui si infliggono sofferenze che nulla hanno a che fare con il virtuale.

Per questo non possiamo evitare di rifarci alla famiglia come nucleo primario responsabile della formazione del bambino, soprattutto se teniamo conto che la seconda e la terza fase evolutiva (cioè seconda infanzia che va da due ai sei anni e la fanciullezza da sei a dieci anni) sono preponderanti nello sviluppo della personalità.

Secondo le teorie sull’apprendimento sociale, il bambino impara soprattutto attraverso l’osservazione e l’imitazione per cui, se proviene da famiglie in cui gli atti riprovevoli o aggressivi tra i membri sono di pratica ordinaria, svilupperà sicure tendenze all’aggressività. D’altro canto i mass media, i programmi televisivi, i social (Instagram, Tik Tok, Facebook) aggiungono il carico da novanta con il loro effetto trash e spesso anche i minori li utilizzano in maniera autonoma, senza la sorveglianza degli adulti e per gran parte della giornata.

Basti pensare che se nei cartoni animati/ videogiochi il bambino vede il suo eroe picchiare o uccidere l’antagonista, vivrà come norma quel tipo di azione con il rischio conseguente dell’emulazione. E se è vero che anche l’eredità genetica influenza i nostri comportamenti, a maggior ragione entra in gioco l’importanza dell’educazione – per smussare tali inclinazioni – di cui l’intera società, istituzioni comprese, a partire dai nuclei di appartenenza più piccoli, – famiglia, scuola, palestre, oratori – hanno il dovere di far fronte comune per arginare gli ostacoli per un sano sviluppo della personalità.

Compito di grande responsabilità, non facile in una società che si è trasformata repentinamente e in cui si saltano passaggi fondamentali per una equilibrata crescita individuale.

Fino a qualche decennio fa il bambino viveva in una struttura familiare parentale in cui le relazioni erano estese ai vari membri della famiglia, legati da rapporti di sangue (nonni, zii, parenti vari, spesso anche vicini di casa con cui si condivideva la quotidianità) e si reggeva, quindi, su più modelli con cui confrontarsi mentre oggi siamo passati a una famiglia immediata, cioè quella di procreazione in cui i fattori di riferimento sono solo i due genitori – o uno solo in caso di separazioni – e da ciò si evince la forte responsabilità educativa dei coniugi. Non esistono, in pratica, ulteriori termini di paragone o figure che potrebbero colmare eventuali carenze genitoriali, per cui bisogna ben sperare in una coppia dai solidi valori etici e morali.

Non dimentichiamo neanche le famiglie “allargate” quando, ognuno dei genitori, forma una famiglia diversa da quella di origine ed entrano a far parte del contesto familiare i nuovi partner dei genitori e i figli delle relazioni precedenti. In tal caso, pur passando da una famiglia nucleare a una più estesa le figure di riferimento risultano più labili in quanto il processo di interazione, laddove avviene, è lungo e delicato intanto che tra i membri si instaurino rapporti di fiducia o affettivi basati su nuovi codici di comunicazione e di relazione.

Nonostante tali premesse non possiamo crocifiggere i soli componenti del nucleo familiare di appartenenza e addossargli l’intera imputabilità perché, man mano che il bambino attraversa le varie fasi di crescita cambiano i gruppi di interazione e nelle tappe successive sarà portato a emulare i comportamenti della massa/gruppo, soprattutto se non ha come base una personalità forte e ben strutturata; il gruppo di appartenenza diventa trainante, la mancanza di omologazione è a rischio emarginazione e per i giovanissimi l’isolamento è fonte di malessere e disagio sociale.

Ad oggi, bisogna aggiungere che il tanto agognato benessere, rincorso nel dopoguerra ed esploso negli anni ‘60/70, è stato caratterizzato dagli eccessi sfocianti nell’uso sfrenato di alcool e droghe e dalla ricerca spasmodica di trasgressione con conseguenze devastanti per il fruitore.

A nulla sembrano valere le massicce campagne d’informazione. Le tesi degli psicologi, dei sociologi ci rimbalzano contro mentre assistiamo impotenti alla marcia delle nuove generazioni che si avviano verso l’auto-distruzione, smarriti, confusi o ancor più annoiati in assenza di modelli positivi in cui identificarsi.

La frustrazione può rimanere latente ma, se associata al consumo di alcool o droghe – appannaggio di fasce di età sempre più basse – che riducono l’autoconsapevolezza e la capacità di valutare le conseguenze dei propri gesti, può sfociare in pura aggressività una volta ridotte le inibizioni sociali. Gesti e atteggiamenti inconsulti, generati da quelle che sembrano devianze devono indurci a focalizzare l’attenzione sul fatto che le azioni violente sono il frutto di un vero e proprio deficit relazionale all’interno dei sistemi di convivenza e non considerarle delle bravate relative alla giovane età, come spesso accade per eccessivo buonismo.

Forse siamo stati fin troppo accondiscendenti, troppo permissivi giustificando comportamenti tipici del “sabato sera”, che poi sono diventati quelli di ogni giorno della settimana, se assistiamo a continui pestaggi, accoltellamenti, risse, stupri da parte del branco.

Gli eventi ci costringono a prendere atto dell’abbassamento della soglia di età del crimine e non possiamo non sentirci tirati in causa per questi ragazzi lasciati in balìa di sé stessi. Dobbiamo, in tutta onestà, ammettere che è proprio all’interno delle nostre case che si alimenta il mostro del disagio sociale adolescenziale di cui spesso non ci si rende conto. Abbiamo il dovere morale di operare sia tra le nostre pareti e all’interno dei nostri nuclei di aggregazione, così come enti, istituzioni devono farsi carico delle loro mancanze.

Ciò che è utile è una sinergia operativa solida e ben strutturata per salvare la famiglia, comunque sia strutturata, al fine di sperare nel cambiamento e in una futura generazione più consapevole, responsabile e sana.

“Dos est magna parentum virtus.” (La virtù dei genitori è una grande dote)

Maria Teresa Infante La Marca

Direttrice del Dipartimento “Solidarietà e Promozioni sociali”Dell’Accademia delle Arti e delle Scienze filosofiche (BA), cofondatrice

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