Principale Politica Autonomia Differenziata: ddl Calderoli pronto ad approdare al Senato. Il Sud defraudato

Autonomia Differenziata: ddl Calderoli pronto ad approdare al Senato. Il Sud defraudato

Si torna a parlare dell’Autonomia Differenziata, ovvero dell’attuazione dell’art.116 comma 3 della Costituzione, che prevede, tra le 23 materie sulle quali alle regioni ordinarie sono attribuite, “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, anche la “tutela della salute”, sulla base di apposite intese fra lo Stato e le Regioni. Il 16 gennaio il ddl Calderoli approda in Senato, dopo il passaggio in commissione Affari Costituzionali, che non ha modificato in maniera sensibile il testo presentato dal ministro degli Affari Regionali; anzi, è stato peggiorato in alcuni articoli relativi al regime finanziario, per volontà della maggioranza. La riproposizione dell’argomento contenuto nella bozza del ddl del ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, il leghista Roberto Calderoli, suscita grande preoccupazione. Si avvicina la scadenza, il 19 gennaio, in cui il testo dovrà essere licenziato. Ma il Governo anziché finanziare 80 miliardi da investire nei LEP, livelli essenziali delle prestazioni, ha prosciugato anche il Fondo perequativo di 3,5 miliardi, destinato al Sud, che doveva eliminare il gap infrastrutturale fra le varie aree del Paese. A nulla sono valsi i moniti di Unione Europea, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti, Banca d’Italia, Confindustria e persino della Cei, che hanno sottolineato come l’autonomia differenziata aumenterà le diseguaglianze tra Nord e Sud.

Autonomia Differenziata: ddl Calderoli pronto ad approdare al Senato

La questione italiana presenta dei profili assolutamente sui generis. Da quando “la squadra di governo più bella del mondo”, affermava di “ricucire ciò che è strappato, riannodare i fili del nostro stare insieme, riscoprirsi comunità”, oggi invece il sentimento secessionista riaffiora prepotentemente. Dunque, “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, la celebre frase di Massimo d’Azeglio, pronunciata all’indomani della tanto voluta Unità d’Italia, è l’emblema dell’atavica disomogeneità che da sempre caratterizza il popolo italiano. Il Paese è comunque da sempre diviso. Tra le Regioni del Nord e quelle del Sud, tra quartieri abbienti e quartieri indigenti: l’Unità non c’è. Le divisioni economiche e sociali si ripercuotono sulla politica, ed infine sulla cultura, rendendo ogni essere pensante prima fazioso e poi razionale. Pertanto la reazione politica alla crisi Covid ha riproposto una caratteristica secolare della politica italiana: e cioè che le divisioni regionali possono diventare, in alcune circostanze, altrettanto se non addirittura, più importanti delle divisioni partitiche. Questo, a sua volta, suggerisce che la crescente disuguaglianza tra nord e sud, invece di essere un mero incidente della storia risolvibile con qualche saggia politica, è inscritta nella struttura stessa dello stato unitario italiano. Un’Unità formale, fatta di simboli e istituzioni rispetto ad una visione condivisa dello sviluppo dell’Italia, può essere foriera di nuovi e ingenti danni ai cittadini italiani. Tuttavia la crisi del Covid-19 ha così dato nuovo slancio alle richieste settentrionali di autonomia regionale, costringendo Roma a porsi domande taglienti sul futuro. Se alle regioni settentrionali fosse data maggiore autonomia, lo stato centrale avrebbe meno risorse da ridistribuire in tutto il Paese in un momento in cui il Sud ha più che mai bisogno di un intervento statale e di assistenza pubblica. Se Roma riuscirà a far fronte a queste richieste che si escludono a vicenda, è troppo presto per dirlo, ma da ciò dipende la futura rilevanza della questione meridionale e, con essa, la stabilità dell’intero Paese. La concessione di un’ampia autonomia regionale, soprattutto sul piano fiscale, infatti, rischierebbe di accentuare in maniera insostenibile il gap economico fra nord e sud, quantomeno se non accompagnata da un serio e corposo piano di rilancio a favore delle regioni meno ricche. L’autonomia delle regioni va sempre conciliata, così come previsto dalla stessa Costituzione, con i principi di Unità dello Stato, di uguaglianza sostanziale e di solidarietà. La riforma, fra l’altro, prevede anche l’attribuzione alle regioni di maggiore autonomia in svariati settori, comunque cruciali per il benessere complessivo del Paese. Tuttavia le regioni del nord Italia non devono lavorare come traino di quelle del sud, né costituirne l’àncora di salvezza. Difatti, il rilancio e la crescita del sud rappresenterebbero un’opportunità vincente per tutto il Paese, che potrebbe finalmente riscoprire la forza dell’unità e in questo senso, portare avanti un piano concreto a favore dell’intero territorio nazionale, indispensabile per consentire all’Italia un confronto equo con gli altri Paesi europei. Pertanto è spontaneo chiedersi, quale sia l’effettivo guadagno che deriverebbe da una scelta di questo tipo. Viviamo in un mondo che costringe all’interconnessione, agli scambi, ai contatti sinergici con gli altri Paesi. L’economia gira intorno alle scelte fatte da macro-potenze mondiali come gli Usa e la Cina. Davvero è possibile pensare che in un tale contesto globale singole regioni, per quanto virtuose, possano sopravvivere da sole?

 

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