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La Lucania di Carlo Levi, Giovanni Russo e Beniamino Placido

Nino Sangerardi 

In questo tempo sbandato dentro lo storico mercato delle pulci Fiera di Sinigallia in Milano(quartiere Ticinese) per caso, tra i molti testi usati, si rinviene un libro  interessante :  “ Il paese di Carlo Levi. Aliano, cinquant’anni dopo”. Finito di stampare nel settembre 1985 da Giuseppe Laterza & Figli per conto della CARIPLO(Cassa di risparmio delle province lombarde, nel 1998 confluisce in Banca Intesa).

Consta di 124 pagine, 18 foto in bianconero e a colori, ideato e realizzato dal Servizio Studi Cariplo, diretto da Giampiero Rugarli.  E’ un’indagine  effettuata da Matilde Fermi e Ettore Gatti i quali affermano: “ Aliano  cinquant’anni dopo è molto cambiato; però, come traluce dalle interviste agli abitanti  c’è  un senso di diffidenza che sembra prevalere e investire tutto: dalla utilità della cooperazione alla entità reale dei guasti del terremoto del novembre 1983, dalla efficienza delle strutture pubbliche allo stesso ricordo di Carlo Levi, colpevole come uomo politico, di insensibilità clientelare… Il mondo incantato del “ Cristo si è fermato a Eboli” è cancellato, senza remissione; è rimasto il Mezzogiorno con i suoi problemi irrisolti”.  Trascorso mezzo secolo —scrivono i due ricercatori del Servizio studi Cariplo, dopo aver analizzando i dati Istat, gli interventi, i finanziamenti e le sovvenzioni statali e regionali, il mercato del lavoro e il risparmio bancario—possiamo dire che ad Aliano forse Cristo è finalmente  arrivato. E’ arrivato sotto la forma dell’assistenzialismo, dei contributi a fondo perduto. Quello Stato che era sempre stato considerato patrigno, un agente esattoriale implacabile al tempo di Carlo Levi, è diventato ora una protezione insostituibile, una fonte di approvvigionamento per vivere un’esistenza decorosa. Il quesito di fondo che si ripropone è se la gente di Aliano saprà uscire da una situazione di continua provvisorietà o se tornerà ad aspettare che il forestiero, l’estraneo, lo Stato si  facciano vivi con nuove e vecchie forme di assistenza. Le forze, l’intelligenza, la caparbietà, le capacità per uscire da questo “ circolo vizioso” non mancano: è necessario che prevalgano”.

Nel mezzo di dicembre 2022, che vita c’è  in  Aliano?

Comune Regione e Provincia dedicano non pochi sforzi per rendere attrattivo il paese, sostenendo imprese economiche,  manifestazioni socio- culturali  come “La Luna e i Calanchi, festa della Paesologia” che si svolge annualmente durante il mese di agosto e il Parco Letterario Carlo Levi ( efficace incontro tra letteratura e territorio).

Nel corso dell’anno 2021 Aliano  è candidato, tra 23 Comuni, al bando “ Capitale italiana della cultura anno 2024” : ideato e organizzato dal Ministero della Cultura . Riconoscimento assegnato, il 16 marzo 2022,  al Comune di Pesaro.

La pubblicazione dell’Istituto finanziario milanese è arricchita da un saggio di Giovanni Russo che scrive: “  Uno dei miei primi incontri  con Carlo Levi è avvenuto nel 1945 mentre a Potenza , in Piazza 18 agosto, aspettavamo insieme il ritorno dall’esilio di Francesco Saverio Nitti, grande personaggio dell’antifascismo, nativo di Melfi. Levi mi disse una frase che dimostrava la sua assoluta mancanza di manicheismo: “ Torna in Lucania un uomo che ha riscattato almeno in parte i debiti della borghesia meridionale”. Questo episodio dimostra l’errore di quanti sostengono che nel “ Cristo”, Carlo Levi ha mitizzato i contadini ma demonizzato i borghesi. Questo ricordo personale è un’altra testimonianza che Carlo Levi non era caduto come un asteroide nel mondo dei contadini lucani. Quando fu inviato al confino in Basilicata aveva già l’esperienza del pittore internazionale, ed era stato già un protagonista della resistenza al fascismo”.

Carlo Levi partecipò in Basilicata nella Lista del  Partito d’Azione insieme con Guido Dorso, Manlio Rossi Doria, Alberto Cianca, Michele Cifarelli alla campagna elettorale del 1946 per la Costituente e per il referendum per la Repubblica. I “ luigini”, e cioè tutta la borghesia lucana, fecero una propaganda velenosa sostenendo che i contadini lo accoglievano con indifferenza. Non era vero. E’ logico—sostiene Russo—che i luigini, offesi dai giudizi contenuti nel “ Cristo”, lo accusassero di aver denigrato il Mezzogiorno. Ma Levi non lo aveva affatto denigrato, bensì aveva scritto il poema del Mezzogiorno contadino che era allora la grande maggioranza della popolazione, e messo in luce nello stesso tempo la meschineria e la grettezza di quella piccola borghesia di “ galantuomini” di paese. Un  giudizio di grande acume perché è quella stessa borghesia che, dopo il gigantesco esodo contadino degli Anni Sessanta verso l’Italia del Nord e all’estero, è diventata la classe dirigente, in prevalenza clientelare e inetta di oggi. Il Mezzogiorno odierno è caratterizzato infatti da un urbanesimo malato, inquinato da camorra e mafia in certe zone. Levi aveva avuto una felice intuizione quando aveva capito che la civiltà meridionale era collegata strettamente al mondo contadino e che la stessa cultura meridionale, come dimostra la storia dei suoi grandi intellettuali, da Verga a Vittorini a Silone, da Croce a Gramsci a Fortunato, affondava le sue radici nella civiltà contadina così come nella civiltà europea”.

Giovanni Russo conclude il saggio rilevando che Levi “… diceva che i poeti sono più autentici dei politici ed egli si è sempre battuto contro ogni programmazione autoritaria. Per lui, anche se idealizzata, la civiltà contadina era il simbolo dell’autonomia dal basso, della molteplicità fantasiosa del mondo popolare, della libertà sia pure anarchica dell’individuo”.

Il testo del Servizio Studi della Cariplo si avvale della presentazione di Beniamino Placido il quale racconta di essere un “ meridionale imperfetto. Non so più nulla del Sud nel quale sono nato e cresciuto. Al paese natale( un paesino della Lucania come tanti altri) non faccio più ritorno da  quindici anni”.

Placido alla domanda se ad Aliano e nel Sud Italia era “ meglio prima o è meglio oggi” risponde: “ Senza esitazioni dico:  stiamo meno peggio di ieri, oggi, non stiamo meglio”. Poi  sottolinea che i meridionali emarginati di Aliano il loro destino non lo determinavano ieri quando dipendevano da uno Stato esoso e ostile, non lo determinano oggi, che dipendono da uno Stato condiscendente e caritatevole. Sempre di dipendenza si tratta. Invece, tenendo a mente il film di Luchino Visconti, Beniamino Placido osserva che Rocco e i suoi Fratelli costruiscono, determinano il loro destino. Si spostano avventurosamente dalla Lucania a Milano.  “ Vi si insediano. Con costi terribili, con disumani sacrifici( Rocco e i suoi fratelli è la cosa più prossima ad una tragedia greca che si sia vista in giro negli ultimi tempi). Forzare la natura, correggere la natura allo scopo di renderla più ospitale per noi implica sempre un sacrificio, ieri come oggi. Costruire un ponte implica sempre un sacrificio umano, ai tempi di Serse e di Eschilo come ai tempi di Rocco e dei suoi fratelli: come oggi. Però questo impegno dobbiamo esprimerlo tutti, questo sacrificio dobbiamo farlo tutti, e sopportarlo tutti. Forse l’ultima volta il ponte che abbiamo costruito l’abbiamo pagato di più noi meridionali( senza nulla negare alla generosità ed all’ingegnosità degli uomini del Nord). Per questo è risultato troppo fragile. Dobbiamo farne un altro. Più forte.”.

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