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Torture nel carcere di Reggio Calabria, indagati agenti e medico del penitenziario

In sei sono stati raggiunti da misure cautelari agli arresti domiciliari, altri sono sotto inchiesta e il gip si è riservato di decidere sulla sospensione. L’indagine partita dalla protesta di un detenuto poi isolato e picchiato

di Alessandro De Virgilio

  Agenti polizia penitenziaria

 

AGI – Sono indagati per tortura e lesioni personali aggravate nei confronti di un detenuto. Sono sei appartenenti alla polizia penitenziaria in servizio nel carcere “G. Panzera” di Reggio Calabria che sono stati raggiunti da una misura cautelare eseguita dalla polizia, su delega della procura della Repubblica diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri.

A sei degli indagati è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari, mentre per gli altri due la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio.

Ai domiciliari è finito il comandante del reparto, indagato anche per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico, di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico per induzione, di omissione d’atti d’ufficio, di calunnia e tentata concussione.

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 Agenti polizia penitenziaria

Altri 4 agenti penitenziari sono indagati, sempre per tortura e lesioni personali in concorso. Per loro gip si è riservato di valutare la richiesta di applicazione della misura cautelare interdittiva. Il medico dell’istituto penitenziario è indagato per il reato di depistaggio, per aver reso false dichiarazioni al Pubblico Ministero.

Anche nei suoi confronti il Gip si è riservato di decidere sull’eventuale sospensione dalla professione medica. I fatti contestati agli indagati risalgono al 22 gennaio scorso ai danni di un solo detenuto, che aveva messo in atto una protesta, rifiutandosi di rintrare in cella dopo aver usufruito del previsto passeggio esterno.

Gli indagati avrebbero condotto illegittimamente il detenuto in una cella di isolamento, senza alcuna preventiva decisione del Consiglio di disciplina o del direttore, rendendosi responsabili di condotte di violenza e di sopraffazione fisica che hanno provocato al detenuto sofferenze fisiche “mediante più condotte e sottoponendolo ad un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

Il detenuto sarebbe stato colpito più volte con i manganelli in dotazione di reparto, ma anche con dei pugni, fatto spogliare e lasciato semi nudo per oltre due ore nella cella dove era stato condotto.

Per coprire tali condotte, ed evitare conseguenze per una eventuale denuncia da parte del detenuto, il comandante del reparto avrebbe poi redatto una serie di atti in relazione ai quali gli vengono contestati i delitti di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico, di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico per induzione, di omissione d’atti d’ufficio e di calunnia.

Nei giorni successivi lo stesso ufficiale avrebbe tentato di costringere, illegittimamente, un suo sottoposto a mostrargli delle relazioni di servizio relative alla sorveglianza dello stesso detenuto, e per tale motivo è stata formulata a suo carico anche l’ipotesi di reato di tentata concussione.

Le indagini, affidate dalla Procura di Reggio Calabria, alla Squadra Mobile, sono state avviate dopo la denuncia sporta dai familiari di alcuni detenuti, tutti di origine campana, a cui le persone recluse, nel corso di colloqui telefonici, avevano riferito di essere stati malmenati all’interno del carcere. I successivi approfondimenti investigativi, anche attraverso l’escussione dei reclusi da parte del Pubblico Ministero titolare delle indagini, avevano permesso già in una prima fase di circoscrivere ad un solo detenuto le condotte violente, così come poi confermato dalla visione e analisi delle telecamere interne dell’istituto di pena. Secondo l’accusa, “le gravi condotte contestate sono ascrivibili alla responsabilità personale solo di alcuni appartenenti alla Polizia Penitenziaria, che presta servizio all’interno della struttura penitenziaria in questione con abnegazione, sacrificio e senso del dovere, e con pieno rispetto dei diritti e della dignità dei detenuti ivi ristretti”.

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