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[Adelfia] Intervista ad Andrea Gandini, lo scultore del legno che ridà vita agli alberi abbattuti

Il Comune di Adelfia, paese in provincia di Bari, punta anche quest’anno sull’Arte e lo fa, ancora una volta, invitando l’artista romano Andrea Gandini, classe 1997, il quale ha ormai raggiunto grande notorietà per le sculture di legno realizzate con i tronchi di alberi abbattuti sul territorio capitolino. Gandini nel tempo ha evoluto il suo linguaggio artistico, cercando in giro per l’Italia paesaggi naturali o urbani, nei quali poter ridare vita ai monconi abbandonati sui marciapiedi o nei parchi. Il suo lavoro ha affascinato proprio tutti, cittadini italiani ed esteri, che ne hanno parlato sulle più importanti testate giornalistiche al mondo come The Times, BBC e The Guardian. Andrea, oggi, crea opere su commissione per organizzazioni di tutela ambientale, varie istituzioni e privati.

In occasione della sua permanenza ad Adelfia, durante la quale ha composto ben quattro sculture per la comunità, ho avuto l’estremo piacere di intervistarlo:

Quando hai iniziato a scolpire tronchi mozzi di alberi? Com’è nata questa idea?

Ho iniziato a realizzare sculture sul legno nel garage di casa per sperimentare, a soli 16 anni, quando frequentavo il Liceo Artistico. Dopo un anno ho finito il materiale a mia disposizione, perciò ho cominciato a guardarmi intorno. Fatalità ha voluto che di fronte casa ci fosse un tronco d’albero abbattuto: l’ho scolpito e mi è da subito piaciuta l’interazione che si è creata con gli “spettatori casuali” interessati alla mia attività. Da allora il mio obiettivo è quello di stupire le persone con il mio lavoro. Andrea Pazienza, famoso fumettista bolognese degli anni ’80, diceva che i due battiti in più al secondo che riusciva a generare nei cuori di chi guardava le sue opere, erano ciò che gli bastava. Anche per me è così: quell’emozione e quel coinvolgimento che nasce tra me e la gente, mi appaga.

Le opere sono frutto del tuo estro artistico o ti ispiri a qualcosa/qualcuno?

L’idea principale è quella di seguire ciò che il legno stesso suggerisce, perché gli alberi sono degli individui a tutti gli effetti, possono essere maschi o femmine, si riproduco, crescono ecc. Diversamente dalla roccia che è un qualcosa che si è sedimentato nel tempo, diventando un volume qualsiasi, il tronco è più simile a un osso di balena o a una zanna di elefante, perché faceva parte di un essere vivente. Ogni albero, infatti, ha le sue venature e io ne seguo il movimento, le assecondo, intagliando sino a quando trovo la figura che è “nascosta” all’interno e la libero in superficie, come se svolgessi uno scavo archeologico. Mi piace pensare che tale figura sia la personificazione del tronco stesso e perciò io, creandone una scultura, in qualche modo la faccio rivivere e le ridò dignità – oltre a salvare del materiale così pregiato come il legno, che altrimenti verrebbe bruciato o finirebbe in discarica. La maggior parte delle volte, quindi, è un lavoro estemporaneo e solo in alcuni casi, come quando l’opera mi viene espressamente commissionata, la figura che realizzo è predefinita, ma la devo comunque sempre ritrovare poi nel tronco.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con le tue sculture?

Diciamo che non c’è un vero e proprio messaggio. Per me è importante far capire che gli alberi e i loro tronchi, che vengono abbattuti per malattie o per necessità urbane, non devono essere considerati degli scarti, perché anzi sono una ricchezza da sfruttare il più possibile. Il modo che ho trovato io di farlo è stato quello di dar loro una diversa identità nei luoghi pubblici anche più inaspettati. Questo fa sì che chiunque passi davanti all’opera possa apprezzarla e recepire un’informazione nuova, da utilizzare come meglio crede. Penso ai ragazzini che non hanno ancora deciso cosa fare nella loro vita, per i quali il mio lavoro può essere fonte d’ispirazione. Io stesso, infatti, ho scelto di perseguire questa strada quando da adolescente ho visto un’artista dipingere su un muro perché, mentre lo aiutavo e gli ponevo domande, mi sono completamente innamorato del processo, ossia della “coreografia” che si crea intorno a un muro o a un albero.

Il realizzare un prodotto artistico in luoghi pubblici ti mette inevitabilmente alla mercé di una serie di persone che di norma non andrebbero a visitare un museo o una galleria; al tempo stesso ciò comporta un confronto fondamentale, perché il fine è quello di portare a compimento un’opera non solo profonda e con sfumature culturali, ma anche apprezzabile dal grande pubblico. Secondo me, tra l’intenzione e l’ampia gamma di spettatori c’è l’Arte.

Cosa vuol dire per te essere scultore in un’era ormai prettamente virtuale?

Guarda, è vero che siamo circondati dal virtuale e dal progresso tecnologico, ma dal mio punto di vista questo mestiere non morirà mai, perché nel campo dell’eccellenza queste tecniche e lavorazioni antiche vengono sempre mantenute e rielaborate. Quindi, in realtà, io sono solo uno dei tanti che ha ricominciato ad utilizzarle e in qualche modo ce la sta facendo. Ci sono anche molti studi e falegnamerie che, riscoprendo tali tecniche, stanno realmente sfondando, anche se in una nicchia che è quella dell’arte di lusso. Questo genera un’elevata richiesta, che non deriva dall’intuizione di una singola persona, ma direttamente dal pubblico di fruitori che desidera sempre di più tali tipologie di opere

Sei partito dalla tua Roma e poi hai iniziato a girare l’Italia. Che differenze hai notato tra le varie località?

Ho notato che nei luoghi più arretrati a livello culturale si dà poca importanza al verde, mentre nei luoghi maggiormente proiettati al futuro e alla trasformazione, c’è una particolare attenzione all’ambiente in cui si vive. Gli alberi, a mio avviso, oltre ad essere essenziali per l’ossigeno, lo sono anche per una questione estetica di bilanciamento tra terra e cielo, in quanto rappresentano la connessione tra tutti i nutrienti del sottosuolo e l’aria, l’atmosfera. La presenza di alberi in una città dona vibes positive alla popolazione. Ad esempio, Genova mi ha stupito perché ha pochissimi alberi, forse solo quattro, e infatti lì per me si respira una grande tristezza. 

Sei arrivato anche in un piccolo paese come Adelfia. Che opere d’arte hai realizzato per la comunità?

È la seconda volta che vengo ad Adelfia per realizzare le mie sculture. Circa due anni fa fui contattato direttamente dal Sindaco, il Dott. Giuseppe Cosola, e quest’anno invece sono stato chiamato dal nuovo Assessore al Decoro Urbano, la Dott.ssa Domenica Nicassio. Si è creato un rapporto di fiducia con l’Amministrazione comunale, quindi, non mi è stata fatta una richiesta specifica e sono stato libero di decidere in autonomia. La scultura che raffigura uno dei Santi patroni del paese, San Trifone, potrebbe sembrare un’imposizione dall’alto, ma in realtà ho scelto io di realizzarla proprio nel rione di Montrone perché è una figura culturale e religiosa molto importante, a cui gli adelfiesi tengono particolarmente e sono devoti. Per il mio lavoro tale aspetto è fondamentale: la venerazione e la sacralità verso l’oggetto, fa sì che ci siano più speranze che l’opera rimanga intatta, in quanto se tutta la cittadinanza ci tiene, anche quando io andrò via, se ne prenderà cura. Sempre a Montrone, ho scolpito all’ingresso del cimitero una Madonna, che porge le sue mani ai fedeli in segno di accoglienza in uno dei luoghi cardine della cristianità, e nel parco di fronte alla Scuola Elementare un bambino in equilibrio su dei libri che si dirige verso la struttura, con il suo zaino in spalla. Nel rione Canneto, invece, a Piazza Cimarrusti mi è sembrato giusto realizzare una mano che regge un grappolo d’uva, come tributo ad un altro simbolo importante per il paese, perché da quel che so più o meno tutti gli adelfiesi sono in qualche modo legati alla produzione di uva da tavola.

Hai in cantiere dei progetti diversi per il futuro?

No. Da un po’ di anni, però, porto avanti anche un altro progetto oltre alle sculture, che è sempre volto al riutilizzo di alberi. In pratica, compro i tronchi che verrebbero altrimenti portati in discarica (o me li regalano) – per lo smaltimento dei quali il Comune di Roma, ad esempio, spenderebbe in totale all’incirca 700 euro – li taglio a fette, attendo che si asciughino e ci ricavo delle tavole da 4m che o tengo per me, oppure vendo a privati per lavori di falegnameria o svariati progetti.

 

«Michelangelo disse: “Ho visto l’angelo nel marmo e l’ho scolpito fino a liberarlo”. Non fraintendetemi, non mi sto paragonando a uno dei più grandi artisti del mondo, ma anch’io vedo le forme e le curve nascoste all’interno del moncone e desidero liberarle in modo che il mondo possa vedere ciò che ho visto io.»

(A. Gandini)

https://andreagandini.art/

[Ringrazio l’Amministrazione Comunale di Adelfia per la fattibilità dell’intervista e Norma Angiuli per il servizio fotografico]

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