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Mafia, un cancro ancora presente: intervista a Vincenzo Musacchio

A un mese dalla giornata della legalità, ricorrenza nazionale che si celebra ogni 23 maggio per commemorare le vittime di tutte le mafie, in particolare la Strage di Capaci, ha inizio la rubrica
“Cancro di Stato” in cui col professore Vincenzo Musacchio e l’avvocato Marco Valerio Verni si parlerà delle vittime di mafia e di chi la sfida.
Ad oggi, in Italia, sono morte per mano mafiosa 1006 persone.
Di queste 119 sono donne e 122 sono minori (di cui 85 bambini tra gli 0 mesi e i 14 anni). Sono 509 quelle senza giustizia.
A proposito di bambini vittime di mafia, da ricordare quanto successo nel 2021 a Giovanni Brusca, il mafioso e collaboratore di giustizia italiano, in passato membro di rilievo di Cosa Nostra, soprannominato in lingua siciliana u verru (il porco), oppure lo scannacristiani per la sua ferocia.
«Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.»
Nel maggio del 2021, lo scannacristiani è stato scarcerato per effetto della legge del 13 febbraio del 2001 grazie alla quale ha finito di scontare la pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha infatti ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge. Una legge paradossalmente sostenuta anche da Giovanni Falcone, promotore della legge antesignana di quella del 2001.
Professore Musacchio, le vittime su riportate si sarebbero potute evitare?
E in che modo?
“Credo che dopo la morte di Falcone e Borsellino la lotta alla mafia non sia stata più una priorità dello Stato. Si è abbassata la guardia dando occasioni a queste organizzazioni di agire e di fortificarsi nel silenzio e nell’immobilismo politico, economico e sociale più assoluto. Questa è una delle colpe più grandi dei vari Governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni. Bisogna diffidare di tutti quelli che dicono: “le mafie sono state sconfitte”. Non solo non sono state sconfitte ma sono più forti di prima, soltanto che fanno meno rumore e sono invisibili.
Le tantissime vittime di mafia, i cui nomi spesso leggono solo nelle ricorrenze, se si fosse agito con cognizione di causa, si sarebbero potute evitare. Me ne vengono in mente alcune tradite proprio da pezzi deviati dello Stato. Fu una talpa in divisa a tradire quel maledetto 6 agosto del 1985 Ninni Cassarà fornendo al commando in attesa una preziosissima informazione: “Cassarà, oggi, torna a casa”.
La stessa strage di via D’Amelio poteva essere evitata se dopo la richiesta di Paolo Borsellino le forze dell’ordine avessero messo un divieto di parcheggio davanti alla casa della madre dell’esponente numero uno della lotta alla mafia. Caponnetto mi raccontò che la sua richiesta rimase inevasa perché con molta probabilità molti pezzi deviati delle istituzioni erano collusi con la mafia e vollero proprio la morte del magistrato.
La forza delle mafie sta nell’immobilismo della politica e nella consequenziale inerzia dei cittadini. Le nuove mafie sono ormai integrate con parte delle istituzioni pubbliche, dell’economia e della finanza a livello globale. Nonostante questi legami, basterebbe che gli Stati decidessero con fermezza da che parte stare e anche i cittadini tornerebbero ad avere fiducia nelle istituzioni. “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo” diceva Borsellino. Lo Stato deve decidere e cominciare a fare la guerra alle mafie. Devo però anche dire che in questo momento mi sovviene anche un pensiero di Leonardo Sciascia il quale molto acutamente sosteneva che se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe suicidarsi!”
Cosa pensa della legge su riportata, per di più voluta da chi fu vittima dello stesso Brusca?
” Riguardo alla legge che ha permesso la scarcerazione di Brusca,
penso esattamente quello che pensava Giovanni Falcone. Senza i pentiti non avremmo saputo neanche che la mafia siciliana si chiamasse “Cosa Nostra” e non avremmo mai scoperto la sua organizzazione e i suoi membri. Secondo Falcone i collaboratori di giustizia erano – e sono, aggiungo io – uno strumento investigativo indispensabile non tanto nell’interesse del beneficiario quanto piuttosto in quello superiore della collettività. Ostacolare il fenomeno del pentitismo ed eliminare l’ergastolo ostativo per chi non collabora con lo Stato – se accadrà – sarà un errore di portata storica nella lotta alle mafie.”
Rita Lazzaro

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