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“Tirammo fuori dalla barca uno per uno i 45 migranti morti di Pozzallo”

Il versante umano, è quello che spesso dimentichiamo quando scriviamo dei soccorritori. Ecco il racconto di quanto accadde nell’estate del 2014 nella città del Ragusano, quando giunse in porto una imbarcazione con 566 persone. Nello spazio sotto coperta erano stipati 45 cadaveri: “Furono zavorra per i vivi”

Le operazioni di recupero dei cadaveri

(AGI) – La storia comincia con un barcone, che ora non c’è più. “Erano 45 corpi, un unico cadavere, legati tra di loro dalla rigidità della morte”, dice il caporeparto dei vigili del fuoco che coordinò il team e operò per estrarre quei poveri corpi. Era un giorno di estate, l’1 luglio del 2014, a Pozzallo: quarantacinque giovani, alcuni neanche maggiorenni, partiti dalle coste africane con il miraggio di una vita migliore, erano stati ‘infilati’ nello spazio sotto coperta di un piccolo peschereccio in cui i pescatori, in condizioni normali, mettono il pescato perché si conservi fino al ritorno. Sulla terraferma c’erano 39 gradi.

Loro lì sotto c’erano finiti forse perché non avevano abbastanza soldi per pagare il ‘viaggio’ verso l’Italia, “o forse perché ammassati lì dovevano fare da zavorra per gli altri che viaggiavano sopra coperta”, racconta all’AGI il signor Giuseppe che ha assistito a quei fatti e che oggi non si dà ancora pace; non vuole si citi il suo cognome. Erano 566 le persone sopravvissute, in buona parte ignare di quanto stava accadendo sotto i loro piedi, che impedivano l’uscita di quei 45 ragazzi. “Erano tutti giovani, chissà se le loro mamme ancora li cercano, come faranno…non dobbiamo dimenticarli”.

Lui non lo ha mai fatto. Nonostante anni di navigazione – è capitano di lungo corso – quella storia lo ha segnato profondamente. E tutti coloro che sono stati testimoni, non hanno mai dimenticato. “Dopo quei fatti, il barcone è rimasto per anni in un’area all’interno del porto di Pozzallo”, racconta Giuseppe, che, con la coppola in testa per proteggersi dal vento freddo sulla banchina del porto commerciale di Pozzallo, si asciuga gli occhi con un fazzoletto. Si è preso cura di quella barca, l’ha protetta a modo suo, ha portato corone di fiori per rendere a quei ragazzi un pensiero di vicinanza, ha provato anche a salvarla, quella barca, per non dimenticare.

“Un giornalista americano, Daniel Gordon della Bbc, scrisse di questa storia e una donna architetto di Brooklyn, leggendola, mi ha contattato. Lei aveva messo a disposizione 200mila dollari per trasferire quella barca in America, al museo dell’Immigrazione di New York, perché restasse a ricordo di quanto accaduto, perché nessuno dimenticasse. Ci ho provato, ho provato a chiedere le autorizzazioni, un percorso da seguire ma non è stato possibile e ora quella barca non c’è più, è stata distrutta, smantellata con tutto quanto conteneva. Non ci sono riuscito”.

Si commuove ancora, gli occhi si riempiono di lacrime. “E nessuno se lo ricorda, non lo ha mai fatto nemmeno papa Francesco, lui che è cosi’ sensibile. Mi dispiace”. In tanti hanno raccontato nell’immediato di questi 45 corpi, storia che poi è stata dimenticata, ma non cancellata, nonostante la dismissione di quel peschereccio, afferrato assieme agli altri nel ‘cimitero delle barche’ dentro il porto di Pozzallo dalla bocca di una gru e poi inghiottito dall’oblio.

Migranti barca pozzallo
 L’imbarcazione approdata a Pozzallo, ripulita. 

Era una imbarcazione robusta, solida, di legno buono, di teak. Giuseppe ha continuato a conservare in grandi sacchi bianchi posizionati sopra il ponte di quella barca gli effetti personali, qualche scarpa, l’abbigliamento abbandonato. “Magari un giorno una mamma avrebbe potuto capire se tra quei morti ci poteva essere quel figlio che non ha più visto e sentito, ma ora anche quei sacchi non ci sono più”. Sacchi bianchi, come quelli riempiti dai vigili del fuoco in quella mattina infernale. Carlo Tidona, caposquadra dei Vigili del fuoco di stanza a Ragusa e responsabile delle operazioni di soccorso, era lì, anche lui: “Eravamo stati avvisati – ricorda – intorno alle 8 del mattino. Sapevamo che li’ dentro c’erano dei corpi da recuperare. In un’ora abbiamo organizzato gran parte del lavoro e siamo arrivati a Pozzallo. Una squadra di venti persone che è diventata di 36 con il passare delle ore”.

A bordo, due ragazzi tra i sopravvissuti avevano la febbre e tra i soccorritori la preoccupazione per Ebola, il virus letale dell’Africa, non era poi cosi’ nascosta: “Ho fatto una ricognizione e poi con la squadra abbiamo stabilito come muoverci. Un recupero complesso”. Tidona, addestrato per fronteggiare il pericolo da contagio nucleare, biologico, chimico e radiologico, mi fa vedere in alcune slide come hanno agito. La stiva per il pesce, la cella frigorifera, la bara galleggiante di quei poveri ragazzi si trovava a prua: uno stanzone stretto che dalla ruota di prua alla paratia, che ne delimitava un lato, lasciava un piccolo spazio dove ‘comporre’ – tra madieri, ordinate e paramezzali – i resti di quei ragazzi, prima di chiuderli in un sacco di contenimento e issarli con una gru in superficie. “Ho guardato i miei ragazzi, siamo una squadra. Ho spiegato loro cosa ci aspettava. Abbiamo stabilito turni per vestizione, decontaminazione, per le operazioni necessarie alla nostra protezione e poi per primo sono sceso assieme a un altro collega”.

Un metro di altezza, un metro di morti. “C’era silenzio, ma quei morti, i loro occhi, i loro corpi ci sussurravano”, dice Carlo Tidona. “L’autonomia li’ sotto era limitatissima. E ognuno faceva quello che era nelle sue forze e nelle sue possibilità. Nessuno è stato obbligato a scendere in quell’inferno ma nessuno si è tirato indietro. Ci siamo aiutati con le fettucce che utilizziamo proprio in questi casi, per districare i corpi che sembravano quasi cementati tra loro”. Occhi fuori dalle orbite, qualche corpo che quasi si era arreso alla morte, con le braccia aperte, adagiato sulla schiena. “Hanno cercato di vivere, hanno provato anche con un piccone a scalfire una delle pareti per prendere aria”.

Migranti barca pozzallo
da sin. il comandante provinciale vvff Calogero Barbera e il capo reparto Carlo Tidona

L’altra delimitazione dello stanzone era quella che lo separava del vano motore da cui venivano i fumi della combustione, oltre 40 gradi sotto, a motore fermo; in navigazione deve essere stato un inferno. “Chiusi in una doppia tuta di protezione, con i caschi che ci garantivano aria per respirare, ci guardavamo negli occhi per capire se la situazione di ognuno di noi era sotto controllo – racconta ancora Tidona – e sentivamo la grande responsabilità di quello che stavamo facendo sotto gli occhi del mondo, che puntava su noi le telecamere. Era un intervento che non era mai stato effettuato e che è diventato un ‘caso da studiare’. Ma guardando oltre, penso al braccialetto legato a un polso, una maglietta che mi riportava a pensare ai miei figli e i miei pensieri erano quelli di tutti. Spesso ho pensato alle famiglie di questi ragazzi. Li abbiamo presi come fossero figli nostri, con pietà e rispetto, proteggendo la loro dignità”.

Era impossibile operare sul peschereccio per come era strutturato e allora è stato deciso di tagliare un pezzo della coperta tra la prua e la cabina del motore per garantire un flusso di aria in quella bolgia di corpi, acqua salmastra, liquidi fisiologici e carburante e per agevolarne l’uscita. E per evitare che l’imbarcazione prendesse fuoco con le scintille delle seghe a motore, gli effetti personali, le scarpe abbandonate assieme a qualche maglia, sono stati messi nei sacchi bianchi, bianchi come quelle tute che si infilavano nel ventre del barcone colorato. Ogni vigile stava una decina di minuti li’ sotto. Una volta districato un corpo, veniva adagiato nell’estrema prua, composto dentro un contenitore a tenuta biologica e issato da un gruista che lo trasferiva poi in banchina.

“È il nostro lavoro, e sedimentiamo, mettiamo una sopra l’altra queste esperienze ma quell’intervento è stato umanamente molto difficile. Cerchiamo di non pensarci, e ogni volta che mi capita di rivedere quelle immagini, cerco di non guardare i dettagli, di non vedere quelle piccole mani e quei piccoli piedi, i braccialetti, le magliette, gli effetti personali che vorrebbero raccontare la storia di quelle persone, le loro speranze tradite”, quasi sussurra Carlo Tidona. “Si sono resi conto – continua – che sarebbero morti e hanno lottato per continuare a vivere, lo abbiamo letto anche nei loro occhi pur deturpati dal monossido. Sono morti per asfissia, sembrava volessero uscire e cercare una via di fuga, frenata da un tappo umano che li ostacolava. Alcuni, erano in prossimità dell’uscita, ne abbiamo percepito la disperazione”.

Migranti barca pozzallo
Vincenzo Morello.

Il versante umano è quello che spesso dimentichiamo, dei vigili del fuoco e del personale di soccorso in genere. È il loro lavoro, lo svolgono con passione ma sono prima di tutto esseri umani. “Chiudevo gli occhi e vedevo gli occhi di quei ragazzi e ho pensato che come accadeva a me, probabilmente accadeva anche agli altri che parteciparono a quel recupero. Ho chiesto aiuto, abbiamo chiesto aiuto per cercare di comprendere e accettare quell’inquietudine che ci assaliva. Ce lo siamo raccontati, guidati da personale che ci ha aiutati nel metabolizzare quanto avevamo vissuto. E alla fine sono grato, che esperienza meravigliosa è la vita”.

La storia è stata raccontata, assieme a quella del peschereccio recuperato due anni dopo, inabissato con 800 cadaveri di migranti a bordo, da “La Revue Dessine’e” una rivista francese, nel 2017. “Identità inghiottite” è il titolo del fumetto scritto e illustrato da Taina Ternoven e Jeff Pourquie’. Nelle pagine c’è anche Vincenzo Morello, medico Usmaf che partecipò a quell’intervento e che incontriamo sempre in quella banchina che accoglie i vivi. “Non mi capitò prima e non mi capitò più – ci dice – di vivere un’esperienza come quella. Ricordo uno dei ragazzi morti, uno in particolare. Aveva la bocca, le labbra attaccate a una fessura del legno, come per cercare l’aria, l’ultimo respiro. Oggi ogni volta che entro nel mio studio penso a quei ragazzi e faccio il segno della croce. Il piccolo timone di quella barca è lì, sopra la mia scrivania”.

Con pudore, Carlo Tidona legge una parte di una lettera che aveva mandato ai suoi figli, ancora piccoli tanto tempo fa, per giustificare la sua assenza, per fare capire loro il suo lavoro, quello del Vigile del fuoco. “…son lì tremante a porgere tetre lenzuola, su corpi esanimi, violati da irriverenti lividi. Ho visto i loro visi, i loro occhi, ho letto i loro sogni, ero là, papà insieme a loro, anime sconosciute, unite a me per sempre da un attimo indelebile, dove la morte fissa il suo sigillo. Ho provato ad accudirlo come un ultimo appiglio donato dalla vita…” e poi dice ai figli: “A voi ho dato la vita, ad alcuni la speranza di continuare a esistere” e li invita ad apprezzare tutto quanto la vita ci offre, a vivere nel presente “perché tutto ha un valore e niente è per sempre”.

In quel fumetto francese, che Carlo Tidona ci consegna alla fine della nostra intervista, c’è come un filo rosso che unisce e conclude questa storia, perché con Carlo ritroviamo Vincenzo Morello e scorgiamo il viso di Giuseppe con la sua coppola tra le pagine colorate di una storia di disperazione e famiglia. C’è chi non è riuscito a superare tutto quel dolore, c’è chi lo combatte quotidianamente. Quei 45 ragazzi che non vanno dimenticati. Venti sono rimasti senza un nome, ed è per loro che Giuseppe ancora piange, perché il loro ricordo non si perda.

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