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Lo scrittore Francesco Dezio mostra il suo talento nella scrittura creativa infarcita di stilemi dialettali

Giovanni Mercadante

Altamura: terra feconda di scrittori, poeti e artisti. Un continuo fiorire di giovani talenti pronti a confrontarsi con il mondo dell’arte in tutte le sue declinazioni. 

La Capitale della Murgia è stata da sempre un centro culturale effervescente; i numerosi istituti  di scuola secondaria sono i “motori” della cultura territoriale, vere fucine del sapere e della conoscenza, grazie al  corpo docente che spende le  migliori energie per la formazione delle future generazioni. 

Questa breve introduzione è per fissare un punto fermo, da dove partono le menti brillanti che onorano la comunità di riferimento.

Parlare di Francesco Dezio,  mi pare doveroso sia per l’amicizia mi lega a lui che per la sua straordinaria vena artistica in cui  manifesta la sua versatilità di scrittore, grafico e illustratore. A “blasonare” la sua figura artistica va aggiunto che  ha anche un passato come operaio in un salottificio, quando 30 anni  fa il triangolo industriale Altamura-Matera-Santeramo in Colle, all’apice del “golden time”,  assumeva diplomati e laureati. E’ in questo periodo della sua vita che Francesco Dezio fa la sua esperienza lavorativa che lo segna profondamente, da cui poi ha un exploit come scrittore pubblicando Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli, 2004), romanzo che ha inaugurato la stagione della letteratura sul precariato, a cui  è seguito l’ultimo romanzo: La meccanica del divano.

Francesco Dezio 

Questo il breve ritratto dell’autore Francesco Dezio:

nato nel 1970, ha fatto studi tecnici lavorando come disegnatore meccanico, manutentore, operaio (alla catena di montaggio della Bosch TDIT), strizzando l’occhio a   due  grandi passioni:  la pittura e la scrittura, entrambe praticate.

Ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia “Sporco al sole”: narratori del Sud estremo (Besa Editore).

Nel 2004 ha pubblicato  con un grande editore, Feltrinelli, che ha preso in carico il romanzo “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”, opera che fa da apripista alla letteratura sociale e postindustriale degli anni zero.

Nel 2014 ha pubblicato dei racconti ispirati alla musica rock e punk: “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta”, Stilo 2014.

Nel 2018 esce il romanzo “La gente per bene” (Terrarossa Editore), in cui racconta il suo  fallimento di uomo di mestieri, e di uomo in generale.

Nel 2019 un suo racconto è nell’antologia di AAVV “Attenti al cane” (Ed. Laterza, altro grande editore.

Il 2021 è l’anno della pubblicazione del suo ultimo romanzo: “La meccanica del divano” (Ensemble Edizioni), in cui narra ascesa e declino del settore del salotto, dal punto di vista di un manipolo di filibustieri dell’economia, ma anche del mondo del porno, altra sua grande passione.

Ha tenuto corsi di scrittura creativa per le scuole secondarie superiori, organizzato presentazioni ed eventi letterari.

Collabora con alcuni editori come grafico, creatore di contenuti, illustratore.

Il precedente lavoro “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” è la pietra miliare  dell’ultimo volume “La meccanica del divano” in cui denuncia il falso “Eldorado” delle fabbriche di divani e poltrone, che vendono incredibilmente i loro prodotti a metà prezzo; i nomi affibbiati ai divani, quasi tutti femminili, alludono ad un mercato “borderline”  osé  con le indicazioni di prezzo e l’invito a non lasciarsi sfuggire l’occasione.

La narrazione, come pure i dialoghi tra i “player”, (Voce: La vammana Personaggi: Nuccio e Guglielmo Forleo, la madre) è un intreccio di italiano regionale pugliese condito da uno “slang” marcatamente murgiano, in cui la lingua di Altamura  (Infernominore) trova la sua massima espressività con stilemi pungenti e  una teatralità linguistica;   la  speditezza del linguaggio fa dimenticare al lettore nostrano che viene proiettato  in un’altra dimensione. La descrizione dei luoghi (Bari capoluogo con palazzi chic, il lungomare, i  viali dello shopping) è un caleidoscopio di location.

L’abilità dell’autore è di toccare con la sua scrittura i sintomi repulsivi della società  alle prese per un posto di lavoro, i cui soggetti si affidano al passaparola tramite conoscenze familiari che fanno da garante al datore di lavoro. Ricompensa per l’intermediario: una serie di prodotti alimentari descritti per l’appunto in dialetto.

Cosa dire poi della festa della Madonna che viene traslata dal santuario, la cui descrizione richiama nell’immaginario collettivo il linguaggio  e la mimica del noto attore pugliese Checco Zalone “a due chilometri dal paese i buoi che strascinavano il  carro presero a slittare sulle chianche datosicché per farli di-scittare chi li governava dovette ramagliarli  delle frustate anzi,  qualcheduno, non pago, gli inzaccava pure dei bei calci ai coglioni grossi e penduli per dargli più sprint, ma quelli s’impuntarono e rimanettero lì, stremati: non ne volevano più….”.

In conclusione si può affermare che il libro di Francesco Dezio esce dagli stereotipi e affronta la dura realtà: la generazione di giovani emergenti che dimentica il posto fisso e si accontenta di un salario precario per non abbandonare la terra natia, su cui comunque  il piccolo datore di lavoro  taglieggia il dipendente con un “pizzo” che lascia a fine mese manipolando la sua busta paga.

La “narratio” prosegue con molti altri sarcastici episodi, tutti conditi di espressioni dialettali, dal sapore antropologico,  che rendono l’opera unica nel suo genere. Molte voci dialettali sono accuratamente numerate e poste  a piè di pagina con spiegazioni esaurienti.

Qui la lingua di Altamura  trova la sua dignità linguistica. L’autore riesce a commutare contemporaneamente il linguaggio tra l’italiano gergale, il dialetto corrente e lo slang, il codice linguistico più stretto, di cui sono padroni i giovani.

Un’opera letteraria fuori dai canoni tradizionali,  densa di riferimenti alla quotidianità.

Per i linguisti, i filologi, è una fonte di arricchimento culturale; per i “dialettofili” (vedi chat il Gruppo “Altamura”, di cui lo scrivente è uno dei fondatori), può essere un manuale di confronto su come utilizzare il codice  di scrittura del dialetto.

Francesco Dezio lo fa in modo brillante. Questa è la seconda opera unitamente a quella dell’altro scrittore locale Michele Pennacchia, autore  de “Orlande à la d’strutt de Jaltamure”, in cui sfoggia tutta la sua abilità nella scrittura dialettale.

L’attore Checco Zalone, se è a corto di progetti, farebbe bene a procurarsi questi libri, sarebbero la sua fortuna e quella degli autori, con incassi da capogiro.

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