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È stata la mano di Dio – recensione

È stata la mano di Dio – recensione

di Evelyn Zappimbulso 


Poche volte dopo la visione di un film si ricordano più frasi che scene.

È quello che accade ai titoli di coda di “È stata la mano di Dio”, del regista e sceneggiatore partenopeo Paolo Sorrentino. Un film intimo e autobiografico, la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto. Sorrentino si tuffa nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

Una struggente e meravigliosa lettera d’amore nei confronti di Maradona, del cinema, della città di Napoli, della vita.

Senza filtri, con frugalità e coraggio, Paolo Sorrentino si racconta, mette in scena, sullo sfondo della Napoli degli anni Ottanta, la propria adolescenza in un’epifania di volti, voci e ricordi, tra i gol di Maradona, le imprecazioni di Antonio Capuano e il VHS di C’era una volta in America. Un amarcord partenopeo favoloso e struggente.

Federico Fellini diceva: “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio”. Ma forse un altro modo per confrontarsi con il nostro divino sono le giocate di Diego Armando Maradona. Perché è stato proprio il fuoriclasse argentino a salvare la vita a Paolo Sorrentino. A 16 anni, entrambi i genitori del futuro regista premio Oscar muoiono all’improvviso e in modo del tutto inaspettato per avvelenamento da monossido di carbonio a causa di una fuga di gas nella casa di villeggiatura a Roccaraso della famiglia. Di norma, Sorrentino avrebbe dovuto essere insieme ai suoi genitori quel fine settimana. L’unica ragione per cui non rimane anch’egli vittima della tragedia è che ha ottenuto il permesso di restare a casa da solo, per la prima volta nella sua vita, per andare a vedere Maradona che gioca a Empoli in trasferta con il Napoli. Non a caso il film inizia con questa frase del Pibe de Oro: “Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male”.

Basta la sequenza iniziale con Enzo De Caro nei panni di San Gennaro che in Roll Royce carica la meravigliosa Luisa Ranieri per comprendere come “È Stata la mano di Dio” sia un film in cui realtà e fantasia danzano insieme come in un tango appassionato. La televisione, parimenti a un metronomo, scandisce la cronologia degli eventi: dai quarti di finale della Coppa del mondo tra l’Argentina e l’Inghilterra alla videocassetta noleggiata di C’era una volta in America. Ma come nel capolavoro di Leone, i ricordi si intrecciano con i sogni. Ed è gratificante lasciarsi travolgere dai frizzi, dai motti di spirito, dagli scherzi architettati dai protagonisti di questa “commedie humaine” targata Napoli. Sicché si ride di gusto nella prima parte del film, grazie anche al talento di attori straordinari come Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Renato Carpentier, Massimiliano Gallo, Lino Musella. Certo, poi arriva il dramma. E la grandezza del film sta nella capacità di rappresentare l’elaborazione di un lutto con una sobria autenticità. La cognizione del dolore diventa così universale. Un’opera che come la canzone di Pino Daniele dedicata alla sua città natale possiede “mille colori”. Una pellicola che rimanda ai finali di certi film di Massimo Troisi.

È impossibile non empatizzare con il personaggio di Fabietto, l’alter ego del regista interpretato da Filippo Scotti. Un adolescente taciturno, un giovane che cita Dante, ama il Napoli e sogna di fare il cinema per dimenticarsi la realtà, superare la tragedia di essere orfano e affrontare il proprio futuro. “Non ti disunire”, dice il regista Antonio Capuano al dolente protagonista. Perché come diceva Nietzsche “bisogna diventare ciò che si è”.  E Paolo Sorrentino, certamente, ci è riuscito.

È stata la mano di Dio è una cavalcata attraverso tutte le emozioni dell’animo umano. In fondo il film di Sorrentino somiglia al “gol del secolo”, un’opera che appartiene e che tocca tutti. Diego Armando Maradona per molti è stata una divinità. Come la voce di un ragazzo che, al netto della morte dei propri genitori, sceglie di abbracciare la vita.

Perché un futuro c’è sempre. Anche se è invisibile. Su questa terra nessuno è solo. “Non sei solo, ti hanno solo abbandonato”, grida al ragazzo, sulla battigia di un molo partenopeo, il regista Capuano. Sta a ognuno ritrovarsi, per scelte, attese e silenzi o per mano di Dio.

Evelyn Zappimbulso Vice Direttore Corrierepl.it

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

Corriere Nazionale

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