Home Cultura & Società Bisogna amare fino a dimenticare l’amore

Bisogna amare fino a dimenticare l’amore

di Pierfranco Bruni

 

Le parole non smettono mai di vivere dentro di noi. Di me. Fino a quando tu viaggerai dentro di me io non smetterò di scrivere? O fino a quando avrò la forza di scrivere tu non andrai a vivere dentro di me? Le parole! Fanno festa. Si fanno tristezza quando la luna si spezza tra le mie mani. Tra le mie mani scorrono i fiumi delle malinconie. Ho tanto amato. Ho amato tanto al punto di dubitare degli amori e vivere un amore soltanto. Non mi illudo. Lo Sciamano: “Non illuderti mai. Vivi coltivando solo la solitudine. La solitudine è una bellezza ritta nel momento in cui sei rimasto pellegrino tra i deserti deserti”. Non smetto di vivere di viaggi. I viaggi sono lo spazio nel quale

ritrovo il perduto che diventa tempo inossidabile. I pensieri sono verità taciute. Leggo Alvaro e scrivo di mio padre. Con la mano alzata mi salutava mentre partivo. Leggo Pirandello e ascolto mia madre che mi parla e mi dice: “Io non

vorrei morire per non lasciarti”. Ricordo spesso questo suo dire. Un dire che è memoria passato. Lo Sciamano: “Fai in modo che il passato possa abbandonarti. Non vivrai. Resterai impigliato nella giostra del destino”. Sono così

infarcito di letteratura che non riesco a capire ormai dove finisce la funzione dell’uomo e comincia la realtà del personaggio”. Mi servo di queste immagini per lasciarmi vivere tra le solitudini e le presenze. Cosa sono le assenze? Sono quelle presenze che non ci saranno più.

 

Vivo di un viaggio accanto viaggiando dentro.

 

Mi hai raccontato la luna nel c’era una volta.

La vita è sempre una straziante allegria che non mette in conto i naufragi.

Ora ascoltami.

Non è vero che la bellezza

salverà il mondo.

Gli idioti non sono demoni.

L’estraneo è nella bellezza spezzata.

Cammina sino a quando è possibile che ci sia un cammino.

Poi lascia che la zattera

resti ancorata al sogno di Itaca.

Tutto sarà vano e smarrito nel tempo dei coralli neri.

Ancora la luna.

Dovrai incontrare tredici lune fino a raggiungere le onde di mare

rimaste senza mare.

Inventa il mare.

Inventa le lune.

Inventa un cielo nel vento.

Inventa anche il vento.

Inventa un porto.

Alla fine inventati anche tu.

Vedrai. Ci riuscirai.

Namaste!

 

C’era una volta una principessa che indossava veli sul seno e nei capelli portava rose rosse. Biondi e tra i riccioli la salsedine della notte. Poi venne il giorno e nulla si perse. Io non sono mai quello che ho pensato di essere nello scrivere del tempo perso. Tutto è una favola. Tutto è quella favola che è sempre più di una vita viaggiata nel desiderio di trascriverla. C’era una volta una principessa che indossava sui veli la luna. Sempre la luna. Bisogna sempre cantare al suono della luna nel deserto o nei fili di mare che raccolgono ricordi che tagliano il silenzio. Ecco, ho echi di Annie Erneuk. Mi sussurrano: “Tra me e te non c’è del tempo. Ci sono delle parole che non sono mai cambiate”.

Perle sulle lacrime delle distanze. Vivo di distanze e di assenza ma mai di dimenticanze. E scrivo. Annie mi dice ancora: “Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza”. Certo, una grande differenza…

C’era una volta una principessa che mi prendeva per mano e mi lasciava attraversare le sette stanze dell’impossibile… Poi venne la morte e la morte mi parlò come se fosse la vita nata il giorno in cui la morte morì. Cosa è la scrittura?

Perché scrivo?

Scrivo per non far morire la vita e per sfidare la morte. Una illusione? Lo Sciamano mi direbbe di sì. Ma io scrivo sempre più per allontanare la morte. Nel momento in cui scrivo di vita parlo pur raccontando le morti che ci hanno attraversato. E quelle morti diventano vita.

“Io non scrivo perché tu sei morta”. È vero. Tu sei andata via ed io continuo a scrivere. Non starei qui a scrivere. Non starei qui a rincorrere i silenzi e la vita che è nella morte. Si ascolto con la preghiera dell’anima: “Scriverti non è altro che fare il giro della tua assenza. Descrivere l’eredità d’assenza. Sei una  forma vuota che è impossibile riempire la scrittura” (Annie Erneuk). Scrivere ormai per me è continuare a tenerti in vita. non potrò più scrivere. La scrittura è un vivere nascosti nel mistero della pietà.

Canto il canto la pietà. Scrivere è cantare la pietà dell’assenza. Soltanto la pietà trasformerà l’assenza e darà senso alle distanze. La pietà non farà mai morire chi pensiamo che sia morto.

Lo Sciamano: “La morte è necessaria. Non è necessario e diventa impossibile dimenticare”.

Il monaco del deserto: “La pietà ci restituisce il senso dell’anima”. Le voci sono lune negli orizzonti. La scrittura non permette di dimenticare e neppure di spezzare la vita e la morte. C’era una volta il velo di una principessa che portò via il vento e lo avvolse nel sua leggerezza e fu un volo in una foglia nella rugiada dei silenzi. Ho bisogno di eredità per vivere tutte le assenze che cammino oltre le mancanze, oltre la mancanza!

 

Non svelarmi con i gesti il canto.

Ascoltami e osserva le lune spezzate.

Questa sera il canto della pietà avrà le tue parole.

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