Taranto: una rosa con tante spine

Taranto: una rosa con tante spine

Taranto: una rosa con tante spine.

Ciò che sto per dire rientra tra i tanti, famigerati stereotipi del meridione ma, nonostante questo, sento di poter affermare che si riveli reale nella maggior parte dei casi che si vanno a prendere in considerazione.

Per interrompere questa sorta di suspence, introduciamo l’argomento e tutte le sue specificità.

L’arretratezza del meridione

Questa vien fuori senza la minima esitazione riguardo diversi temi, ad esempio:
la psicologia sociale, il progresso tecnologico, strategie economiche e ambientali.

Dato quanto impossibile sarebbe trattare tutti questi casi in una o due pagine, per oggi vorrei soffermarmi su uno in particolare di questi: l’incapacità di molti nel rapportarsi con persone “fuori dagli standard” e non.

Qui, naturalmente, si entra innanzitutto nella questione “bullismo”, seguita a ruota da una leggerissima percentuale di xenofobia, oserei dire.

Puntare il dito contro qualcosa che non si conosce è tipico dell’essere umano, ma dipende sempre da cosa si cela sotto quel gesto.

Il bullismo e la paura del diverso

La psicologia ci spiega che ci sono due possibili reazioni applicabili ad uno stato di spavento:
la fuga o il “faccia a faccia”.

Ho spesso visto tarantini optare per la seconda opzione (siamo un popolo di origine spartana, in fondo), ma nel modo sbagliato: il “face to face” viene spesso effettuato tramite violenza, che sia verbale o meno.

Quante volte vi è capitato di vedere bambini

(e no, i bambini non sono giustificati solo perché piccoli: se attaccano qualcosa che è palesemente innocuo, è perché sono stati educati alla violenza),
giovani adulti, adulti e persino anziani additare una ragazza per il suo semplice modo di vivere il proprio corpo?

Magari per via dei capelli tinti di un colore particolare, di qualche piercing o di un outfit completamente nero.

Posso personalmente assicurare agli scettici quanto questa sia l’effettiva realtà: non ho solo la mia personale esperienza dalla mia parte, ma quella di tanti, tanti miei coetanei (o persone ormai adulte) che hanno vissuto il mio stesso inferno e tuttora ne stanno riscontrando i rimasugli.

Prenderò la mia esperienza come oggetto di tesi per non dover coinvolgere altri: ho ventidue anni ora e ho subito bullismo fin dalla scuola dell’infanzia. Perché questo?

Perché non condividevo gli stessi interessi dei miei compagni di classe, perché ero effettivamente interessata a ciò che l’insegnante spiegava, al contrario loro.

Mi è sempre stato insegnato, fin da piccola, quanto la violenza sia di natura barbarica e, per questo, non mi sono mai difesa, per non “abbassarmi al livello dei bulli”.

In tutto questo, però, ho qualcuno da additare, questa volta: coloro che guardano in silenzio la psiche di un bambino mentre viene distrutta, ma si astengono dall’intervenire.

Gli insegnanti 

E no, non addito gli insegnanti per il puro gusto di abbaiare contro qualcuno, ma perché loro sono riconosciuti dalla società come “educatori” e dovrebbe essere anche loro responsabilità tutelare un bambino che viene profondamente escluso dal gruppo classe a cui appartiene e spesso anche picchiato.

Vorrei permettermi di fare un appello a loro, appunto, prima di cambiare focus: abbiate più cura dei vostri alunni, vivete con loro svariate ore durante la settimana e mesi in tutto l’anno e li vedete crescere e maturare.

Perciò, per favore, prendetevi cura di loro e proteggeteli come fossero vostri figli o nipoti,
non ignorate le loro richieste d’aiuto e ricordate che voi dovreste essere un loro punto di riferimento.

Perché rilego questa tematica al meridione, per chiudere questo capitolo?
Perché spesso, in altre zone del Bel Paese, questo non si verifica, data una maggiore apertura mentale.

Catcalling e altri generi di molestie

Parlando di apertura mentale, prendiamo la questione della “psicologia sociale” e applichiamola a un altro contesto.

“Ehi bellissima, vuoi fare un giro? – Sei da sola?”
questi sono due tipici approcci che usano persone incapaci di rapportarsi in modo sano con gli altri.

Il cosiddetto “catcalling” (pratica riassumibile in una molestia verbale, comprende tutti quei modi incivili di avvicinarsi a qualcuno, come gridare apprezzamenti fisici non richiesti o i classici fischi)
è ancora ben saldo nella società nonostante ci troviamo a vivere nel 2021, poiché si pensa che “non ci sia nulla di male”, che “sono solo fischi”,
non dovrebbe far piacere ad una donna sapersi apprezzata?

Beh, no.
Una donna approcciata per strada in questo modo può sentirsi fortemente a disagio e in grado pericolo, specie considerati i tempi che corrono.

Se si incontra una ragazza in strada e la si trova attraente, la si può avvicinare con modi molto più gentili ed educati, e non in maniera così cafona.

Non voglio finire a parlare delle palesi molestie a livello fisico che vengono perpetrate nei pullman e sul luogo di lavoro ai danni di molte donne per via di grave inadeguatezza alla società civile o questo articolo non avrebbe mai fine; vorrei solo concludere con una richiesta.

Per favore, Taranto, cresci, matura e impara a vivere nel sociale e a rendere i tuoi ambienti vivibili.

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

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