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Houellebecq: «L’eutanasia è una scusa per costringerci a scegliere tra soffrire e morire»

Dibattiti

l’Assemblea Nazionale si appresta a votare una legge sull’eutanasia. Dopo la Spagna, la Francia potrebbe essere il secondo Paese europeo a legalizzarla nel 2021, unendosi a Olanda, Belgio e Portogallo. Ma il tema denunciato dallo scrittore francese è ancor più radicale: e se, proprio nell’anno del Covid, cadessimo vittime della falsa alternativa tra dolore e morte?

«Un Paese che legalizza l’eutanasia perde ogni diritto al rispetto». Le parole di Michel Houellebecq, che interviene oramai molto raramente nel dibattito pubblico, hanno l’effetto di un sasso in uno stagno e arrivano alla vigilia di un voto che potrebbe cambiare molte cose in Francia.

Che cosa sta accadendo in Francia

Domani, giovedì 8 aprile, l’Assemblea Nazionale si dovrà infatti pronunciare sul progetto di legge, presentato dal deputato Olivier Falorni del gruppo Liberté et Territoires, che vorrebbe garantire a tutti «un fine vita libero e scelto». In una parola: eutanasia.

Qualora passasse al vaglio parlamentare, la Francia sarebbe il quinto Paese in Europa a legalizzarla. Il quarto, la Spagna, con una legge che ha depenalizzato anche il suicidio assistito, si è aggiunto nel marzo scorso a Belgio, Olanda e Lussemburgo. In Portogallo, invece, sempre nel mese di marzo, è stata la Corte Costituzionale a bloccare la cosiddetta «legge express» sull’eutanasia, rinviandola al Parlamento perché considerata troppo vaga e indeterminata.

In Francia, il tema è regolato dalla Legge Claeys-Léonetti che risale al 2016. Una legge ostativa sul tema dell’eutanasia, ma regolativa per quanto attiene le disposizioni sul «diritto alla sedazione profonda e continuata» e, per questa ragione, considerata un buon punto di equibrio. Equilibrio che, domani, un’ampia maggioranza parlamentare vorrebbe stravolgere.

Farloni ha d’altronde ribadito che, con la sua proposta di legge, si tratta di dare spazio all’«ultima libertà» individuale, senza costringere i cittadini a ciò che il deputato stesso ha definito «un esilio». Per Farloni, a causa di una sorta di dumping del fine vita, ii francesi sarebbero costretti a trasferirsi in Belgio o in Svizzera per ricorrere all’eutanasia o, nel caso elvetico, al suicidio assistito.

Sempre secondo il deputato, come riporta Le Mondein Francia si registrerebbero ogni anno da 2000 a 4000 eutanasie clandestine, spesso praticate all’insaputa dei parenti. Nessuno studio, va detto, conferma ad oggi questi dati.

Dati su cui bisognerebbe indagare e dibattere al di là delle preoccupazioni contingenti, come quelle che si leggono nell’appello lanciato domenica da 272 deputati di (quasi) tutti i gruppi politici. Da La République En Marche (LREM) ai Repubblicani (LR), da France Insoumise (LFI) al Partito Socialista (PS) la richiesta è univoca: «Vogliamo discutere e votare». Sottotraccia, però, si legge: “presto e subito”. Il timore dei deputati, infatti, è che gli oltre 2000 emendamenti presentati da cinque dei loro colleghi possano passare davvero alla discussione in aula e rendere così impossibile l’approvazione della legge entro la data limite della mezzanotte di domani.

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Fin qui il gioco parlamentare. Un gioco che, però, sta imbarazzando non poco l’Eliseo: se è vero, come afferma il promotore dell’iniziativa, che «il 96% dei francesi approva il testo di legge», con la maggioranza dei parlamentari del suo movimento che sostiene la legge sull’eutanasia, Macron si trova nell’angolo. Potrebbe però giocare la carta del programma: in quello de La République en marche, infatti, non c’è alcun riferimento, esplicito o implicito, al tema.

C’è però un precedente. Risale infatti ai mesi scorsi il «parere sfavorevole» del Governo su un progetto di legge simile. Da parte sua, inoltre, il ministro della Salute Olivier Véran aveva dichiarato che «non è il momento adatto» per cambiare la legislazione sul fine vita, annunciando contestualmente un piano per l’incremento delle cure palliative e una campagna per far conoscere la legge Claeys-Léonetti, ad oggi poco applicata.

La guerra dei sondaggi

Ma davvero il 96% dei francesi è favorevole alla nuova legge sull’eutanasia? Questa percentuale gira da anni e, da anni, viene decontestualizzata e usata a fini diversi, estrapolandola da un sondaggio Ipsos realizzato nel 2019.

Nel marzo scorso, il collettivo Soulager mais pas tuer, fondato da Philippe Pozzo di Borgo (molti conoscono la sua storia grazie al film Quasi amici), ha commissionato un altro sondaggio a un diverso istituto di ricerca, l’Ifop (lo alleghiamo in calce all’articolo).

Tra le priorità riguardanti il proprio fine vita, poco più di un francese su due (55%) ha citato una risposta legata al sostegno, tra cui il 38% ha detto di voler essere accompagnato da parenti. Metà menziona come priorità anche il non soffrire e non provare dolore (48%) e non essere sottoposti a trattamenti aggressivi (46%), mentre solo un quarto (24%) menziona la possibilità di ottenere l’eutanasia.

Tugdual Derville, fondatore del servizio “SOS fin de vie” di Alliance VITA e portavoce di Soulager mais pas tuer, spiega: «i risultati di questo sondaggio ci permettono di confermare una discrepanza che abbiamo notato da tempo: l’apparente sostegno all’idea di eutanasia non è corroborato dalle aspettative concrete dei francesi quando pensano alla fine della propria vita». Quando si parla di vita o di morte in astratto le opinioni vanno in libertà, ma quando si tocca il concreto del dolore le cose cambiano. E i sondaggi pure.

Derville, rifacendosi alle parole di Pozzo di Borgo, ricorda come bisogna uscire dalla «trappola in cui il dibattito tende ad essere cacciato: troppi francesi immaginano ancora che sia necessario scegliere tra soffrire e morire».

Bisogna fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza fisica e morale, spiega il portavoce di Soulager mais pas tuer, senza però togliere il divieto di uccidere: «quest’ultimo è il fondamento della fiducia tra chi si prende cura e chi è curato. Per noi, la lotta contro il dolore e lo sviluppo di una cultura della palliazione dovrebbero essere grandi cause nazionali, soprattutto durante questa preoccupante crisi sanitaria»-

Perché Houellebecq non parla (solo) di eutanasia, ma (soprattutto) di dolore

L’intera opera letteraria di Michel Houellebecq è attraversata dalla riflessione sull’eutanasia. Non solo: molti dei suoi interventi pubblici, negli ultimi anni, hanno riguardato l’argomento. «Non prometto di smettere di pensare, ma almeno di smettere di comunicare i miei pensieri e le mie opinioni al pubblico, tranne nel caso di una grave emergenza morale – per esempio, la legalizzazione dell’eutanasia», scrive d’altronde nella sua ultima raccolta di saggi, Interventions 2020, apparsa nell’ottobre scorso per i tipi di Flammarion.

Ma il suo articolo, pubblicato ieri su Le Figaro, forse parla anche d’altro. Parla di vita e di dolore. Nessuno deve essere costretto a scegliere tra «soffrire e morire». Sono le parole di Borgo di Pozzo, ma anche quelle di Houellebecq.

Scrive l’autore delle Particelle elementari: «Proposizione 1: in genere si preferisce una vita abbreviata a nessuna vita, perché ci sono ancora piccole gioie. Proposizione 2, continua: nessuno vuole soffrire fisicamente. La sofferenza morale ha il suo fascino, se ne può fare del materiale estetico, cosa che ho fatto. La sofferenza fisica non è altro che un inferno privo di interesse. Quasi tutti, di fronte all’alternativa tra una sofferenza insopportabile e la morte, scelgono la morte».

Michel Houellebecq

Ma c’è, secondo Houellebecq, una terza possibilità: la palliazione. Proposizione numero 3, che lo scrittore definisce «la più importante: la sofferenza fisica può essere eliminata. All’inizio del Diciannovesimo secolo: scoperta della morfina; da allora sono apparse un gran numero di molecole simili. Alla fine del Diciannovesimo secolo: riscoperta dell’ipnosi; continua a essere poco utilizzata in Francia. L’omissione di questi fatti può spiegare da sola i sondaggi sconcertanti in favore dell’eutanasia (96% di opinioni favorevoli, se mi ricordo bene)».

Tesi e contro tesi non nuove, su cui lo scrittore insiste da anni nei suoi interventi pubblici. Nel 2019, a margire dell’affaire-Lambert, un caso di “suicidio di Stato” che ha scosso non poco l’opinione pubblica, con parole in gran parte riprese a calco (repetita…) nel suoi intervento di ieri su Le Figaro, scriveva: «Nessuno vuole la morte, nessuno vuole la sofferenza, dicevo. Una terza esigenza è emersa da pochi anni a questa parte: la dignità. Il concetto mi è sempre parso un po’ fumoso, a dire il vero. Anch’io ho la mia dignità, certo, ci penso ogni tanto, anche se non molto spesso, ma non credo che essa possa assurgere al primo posto tra le preoccupazioni “della società”».

La dignità non muore

Per scrupolo di coscienza Michel Houellebecq confessava di aver consultato il dizionario aprendo il Petit Robert, edizione 2017, alla voce “dignità”. «Questa la sua semplicissima definizione di dignità: “il rispetto dovuto a qualcuno”. Gli esempi che seguono, a mio avviso, ingarbugliano la questione, rivelando che Camus e Pascal, pur condividendo il concetto di “dignità umana”, non lo poggiano sulle medesime basi (com’era ovvio immaginare). Ad ogni modo, pare evidente a entrambi i pensatori (e direi anche alla maggioranza degli individui) che la dignità (ovvero il rispetto che ci è dovuto), benché possa essere lesa da azioni moralmente reprensibili, non può essere minimamente scalfita attraverso il declino, per quanto catastrofico, del proprio stato di salute. Se la pensiamo diversamente, vuol dire che c’è stata, effettivamente, una “evoluzione della mentalità”. E non credo sia il caso di rallegrarsene».

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