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Naxos siceliota. La prima colonia greca in Sicilia

Era il 425 a. C. e da giorni la battaglia infuriava. A tratti concentrata a ridosso degli scogli di lava, tra il mare ed il primo entroterra, ed a tratti più rada attorno alle mura della città, nella grande spianata antistante le insenature e gli approdi naturali della baia. La guerra del Peloponneso era arrivata sin qui, a bordo delle possenti navi dei Messeni e Siracusani,  naturali nemici degli abitanti della città di Naxos  fedele ad Atene.Le alterne vicende dello scontro volgevano ormai a favore degli invasori. Gli intrepidi guerrieri Naxii, più volte avevano respinto verso la battigia i nemici ed altrettante volte erano stati costretti ad indietreggiare, perdendo le posizioni conquistate. Inutilmente i capi si erano lanciati contro il nemico seguiti dalle loro schiere; inutilmente dalle mura uscivano truppe fresche pronte alla lotta, tutto inutile, tanto che la prevedibile ed ormai concreta pesante sconfitta era attesa sugli spalti con rassegnazione. E questa si sarebbe concretizzata se non fosse provvidenzialmente sopraggiunto il calar della sera.

Chiusi entro le ciclopiche mura, i Naxii furtivamente inviarono messaggeri alla volta di città amiche per chiedere loro rinforzi. Ma nell’attesa che questi giungessero da Catania e Lentini, si era fratta pressante l’esigenza di sviluppare un piano, volto anche a guadagnare tempo,  ben sapendo che alle prime luci dell’alba i nemici avrebbero tentato di vincere la loro resistenza presso le mura, per poi lanciarsi all’interno di queste.

Mentre gli strateghi si consultavano, in entrambi gli schieramenti, l’odio lasciava posto alla pietà e si trovava tempo per curare i feriti, per comporre i corpi esanimi sulle pire, mentre l’odore di morte rendeva palpabile l’angoscia dei perdenti sopraffatti dallo sconforto.

Al consiglio di guerra partecipavano i maggiorenti della comunità, gli eroi più indomiti, i saggi, i vecchi guerrieri forti ormai solo d’esperienza e di ricordi Si intrecciavano i pareri, i consigli si confondevano con i dubbi e poi la decisione: organizzare per l’alba una sortita confidando nell’effetto sorpresa, realizzabile grazie alle caratteristiche del terreno. Era, infatti, possibile defilarsi tra cespugli di canne ed oleandri, tra secolari ulivi e grandi querce.

Attaccarono Naxii, ma il loro ardimento non trovò la giusta fortuna. Furiosa fu la battaglia, combattuta fra lo Ionio ed il fiume Alcantara, a tratti su rocce laviche di millenaria memoria. Furiosa e sfortunata. Il valore dei Naxii era ormai sopraffatto dai Messeni rincuorati dall’inesorabile ritirarsi delle schiere locali. La città era sul punto di soffrire l’onta della disfatta. Fatti schiavi le donne ed i bambini sarebbero poi stati venduti nei mercati di Siracusa. Gli uomini, destinati a non meno dura sorte, sarebbero stati avviati alle miniere o legati ai remi delle navi dei vincitori. Tale era la fine di una città e di un popolo.

Eppure non pareva vero che ciò potesse accadere. Non lo credevano soprattutto i cantori che, di Naxos conoscevano bene le vicende e le celebravano nelle piazze, nelle sale dei patrizi, di contrada in contrada, ricordando alla gente quando e come aveva avuto inizio la storia della città, poco più di tre secoli prima…

Era, infatti, un imprecisato giorno del 735 a.C., Roma compiva 18 anni e Siracusa non era ancora nata, quando grandi bireme, dall’agile prua entrarono lentamente nell’ampia baia compresa tra gli odierni capi Taormina e Schisò (a metà strada tra Catania e Messina).

Gli uomini, con gioco di remi smorzarono la corsa delle imbarcazioni, dalla caratteristica ghiglia bassa, mentre altri marinai  riducevano gradualmente la velatura, così da entrare in rada lentamente.

Precauzione non inutile dato che agli occhi dei naviganti, man mano che si accostavano alla rada, non era sfuggito lo spettacolo offerto dalle rocciose coste formate da blocchi di roccia basaltica, originata da una eruzione primordiale del Vulcano Moio; cono eruttivo precedente allo stesso Etna. Tale conformazione se da un lato poteva costiture un pericolo per quanti non conoscevano la costa, dall’altro era senz’altro un punto di forza, anche strategico, per coloro cui ben  noti  erano i segreti di questi anfratti e delle piccole insenature. Condottiero della spedizione era Teocle, di probabile origine calcidese come gran parte della gente che costituiva l’equipaggio ed i viaggiatori delle navi. In proposito abbiamo la narrazione di Strabone, attinta da Eforo, che ci racconta di un “Thukles” già conoscitore di questi lidi per esservi stato sospinto da forti venti, nel corso di un precedente viaggio, e che tornato in patria si associa a Calcidesi d’Eubea  allo scopo di tornare su queste spiagge e fondarvi Naxos.

Unanime è la convinzione degli studiosi, sul fatto che, l’approdo in questa baia non sia stata per nulla  casuale, bensì pianificato, studiato nei dettagli in ordine alle rotte da seguire ed alle popolazioni indigene da affrontare in caso di  accoglienza ostile, che i realtà tale non fu, in quanto la tradizione vuole che, i Siculi, abitatori di queste zone, all’avvicinarsi delle navi dei colonizzatori, si siano ritirati sui monti senza atteggiamenti bellicosi.

Altrettanto concordi, sono gli studiosi, in ordine al “censo” di questo primo gruppo di uomini. Tutti senza dubbio appartenenti a classi sociali piuttosto elevate, sicuramente colte, ricche di tradizioni religiose, di raffinato gusto artistico e di prestigiosa capacità nei commerci e nell’artigianato. Più che attendibile appare, in proposito,  il pensiero espresso da Dante Prestipino, nell’ambito di uno studio sulla città di Naxos, che vuole i colonizzatori di Calcide,  profondamente religiosi e gelosi  custodi dei riti della loro terra d’origine, tanto da riproporli in  Sicilia sin dal momento dello sbarco. La conferma sta in Tucidide quando scrive sull’argomento che, i greci, qui giunti, come primo atto di ringraziamento al loro Dio innalzarono un’ara ad  Apollo Archegetes. Non è fuor di luogo, pertanto, ritenere che anche altre feste e cerimonie religiose si svolsero, sin da principio, in questo sito, fra variopinti oleandri, odori pungenti di gelsomini, sciabordio di onde. E le onde ricordano, ora come allora, Poseidone e quindi il ratto di Anfridite le cui propaggini si spingono sino ai nostri giorni con l’uso di sollevare la sposa prima d’attraversare l’uscio della nuova casa; gesto di buon augurio, dato che, nonostante il rapimento messo in atto dal Dio del mare ai danni della Ninfa, la coppia visse una armoniosa luna di miele.

Dei primi decenni della vita della città non ci sono notizie documentate di particolare rilievo, a parte la fondazione, che si fa risalire allo stesso Teocle, di altre due città, le attuali Catania e Lentini, nonchè la realizzazione di un centro urbano chiamato Callipolis, la cui ubicazione è a tutt’oggi incerta, anche se probabilmente il sito interessato doveva trovarsi non distante da Giarre (CT).

I greci di Naxos, in quegli anni, si dedicarono ad attività agricole, alla pesca e sopratutto, al pari dei confratelli in patria, alla coltivazione della vite che quì fu esaltata, quando la città iniziò a battere moneta propria, attraverso la coniazione  di valuta recante l’effige del dio del vino Dioniso e di un grappolo d’uva. E non mancarono in quel periodo le vittorie olimpiche, di cui v’è cenno in Pausania, ottenute da Tisandros, figlio di Kleokritos, vincitore nel pugilato di ben quattro olimpiadi. Precisamente la  52^-53^-54^ e 55^, risalenti rispettivamente agli anni 572-568-564 e 560 a.C.

La floridezza economica e culturale della “polis” ebbe la sua “ grand’eur ” attorno al 460 a.C., quando superate le difficoltà createle dai piani egemonici di Ippocrate, tiranno di Gela, visse una stagione di notevole espansione tanto da contare non meno di 15 mila abitanti, e vantare scambi commerciali con la stessa Atene. Il rinvenimento, durante le campagne di scavo, di un sito interamente dedicato ai ceramisti lascia intendere che l’arte e l’artigianato erano gran parte della vita imprenditoriale di questo angolo di Grecia d’oltre mare. Un momento magico che durò sino all’inizio della guerra del Peloponneso, quando Naxos fu investita dalle ostilità culminate in quel 425 a.C. da cui è partita questa narrazione e di cui riprendiamo il racconto.

Naxos, dunque, stava subendo la spinta dei messeni, ormai sotto le mura della città. La difesa dei Naxii era sempre più debole, al pari di animale ferito. Da Catania e Lentini non giungevano i richiesti rinforzi e quindi la fine era ormai questione di ore. Le ultime sacche di reazione non erano più convincenti e quindi prive di effetti strategici. Ma proprio quando tutto sembrava perduto, ecco dai monti che oggi ospitano Castelmola e Taormina, dalle colline antistanti la baia, dalle contrade Mastrissa, Acqua dell’Orto, Pietra Perciata,   scendere a valanga i siculi armati, che gettatisi nella mischia respinsero sempre più verso il mare i nemici di Naxos, e senza pietà inflissero loro, assieme ai Naxii ormai rincuorati, una pesante sconfitta, tanto che la località della battaglia oggi è ricordata come “Stracina” che, vuol dire strage. Naxos era salva, aveva vinto una battaglia ma purtroppo il momento della sua distruzione era solo rimandato di qualche decina di anni.

Infatti,nel  403 a.C. la prima colonia greca in Sicilia  concluse definitivamente il suo ciclo storico. La narrazione delle ultime ore di Naxos ci viene tramandata da Polieno, e più di recente dal dott. Prestipino, cultore di storia Naxia, dai quali attingiamo per riguardo alla verità storica dei fatti.

Dionigi “Tiranno” di Siracusa, da tempo sognava di riunire sotto l’ egemonia panellenica tutta la Sicilia. Ma il progetto difficilmente avrebbe trovato concretezza con la presenza attiva di una città nemica e gelosa della propria indipendenza qual era Naxos. Inoltre questa era ubicata in zona altamente strategica,  quasi a  ridosso di quella lingua di mare che oggi conosciamo come Stretto di Messina. Non da ultimo, poi,  ai  Siracusani bruciava ancora la sconfitta che  unitamente ai Messeni  avevano subìto poco più di vent’anni prima in zona  “Stracina”  per mano della gente del luogo. Tutti  elementi che indussero lo “Stratega Autocrator” siracusano ad organizzare una spedizione punitiva volta alla cancellazione totale della antica colonia greca.

E’ Dionigi stesso a condurre gli armati, ed è sempre lui a lanciare l’attacco alla città le cui mura respinsero più volte gli assalitori, grazie all’indiscusso valore dei difensori corsi sugli spalti ad organizzare la difesa. Ancora una volta, come già era accaduto nel 425 a.C., i Siculi si schierano a fianco dei Naxii, ed è a questo punto che solo attraverso uno stratagemma ordito dal Tiranno, Naxos cade preda degli invasori.

Dionigi, infatti, non avendo alcun interesse tattico ad affrontare ulteriormente in campo aperto le truppe nemiche, decide di corrompere Prokles, massima autorità preposta alla difesa di Naxos che, in cambio di una forte ricompensa si lasciò convincere ad avvalorare la tesi di una città irrimediabilmente assediata  e minacciata da  diverse navi siracusane alla fonda, pronte queste ad intervenire attraverso lo sbarco di nuove truppe. Lo stratagemma ebbe esito positivo e Naxos si consegnò al nemico che la rase al suolo, deportò gran parte degli abitanti, incendiò e distrusse ogni cosa.

Per quanti riuscirono nascostamente a fuggire li attendeva l’avvilente diaspora degli uomini vinti. A gruppi, risalirono i monti e chiesero asilo a popolazioni amiche, si spinsero audacemente sino in Calabria, si integrarono e fondarono con i siculi altre “polis”, portando ognuno  dentro i loro animi le speranze d’Enea e la stanchezza d’Ulisse, ma in ogni caso recando la fiaccola della civiltà. Se dinanzi a loro era insperabile il sogno di dare vita ad una “Caput Mundi”, alle  loro spalle v’era comunque una Ilio siciliana che bruciava nella notte, in attesa di un’alba che sulla vita della prima colonia greca in Sicilia, non si sarebbe più levata.

Autori delle fonti esaminate:

Diodoro, Eforo, Polieno Strabone,

 Di Bernardo, Gentili, Prestipino 

Giuseppe Rinaldi

Tags: Naxos, Grecia, turismo,

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