La libertà non è per sempre

Politica regionale, nazionale e internazionale

Di Daniela Piesco

La libertà che s’è affacciata all’attenzione d’Europa dal 5 maggio 1789, Rivoluzione francese, diventando valore assoluto, etico e politico, non è per sempre: dobbiamo difenderla giorno dopo giorno.

E giorno dopo giorno dobbiamo prestare attenzione particolare al caso Bielorussia – o Russia Bianca (denominazione, questa, che individua una «Russia baltica» diversa dalla Russia transuralica) .

Cerchiamo di capire il perché.

Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka , politico ed ex militare bielorusso, è il presidente della Bielorussia dal 1994e da allora, con le buone e le cattive, ha ottenuto conferme plebiscitarie su cui il Consiglio d’Europa ha rilevato brogli e violenze.

La Russia Baltica, di fatto , nel tempo, è stata letteralmente trasformata in qualcosa di sua proprietà. Un luogo, cioè, dove la repressione del dissenso, le intimidazioni nei confronti di attivisti e giornalisti e le violazioni dei diritti umani sono da 26 anni parte della quotidianità.

Dal 9 agosto 2020, giorno della contestata elezione per il sesto mandato, il presidente Lukasenka,ha ordinato a polizia e militari di reprimere le proteste dell’opposizione e chiesto aiuto al suo vicino Vladimir Putin.

Un filo rosso ,infatti,lega Minsk a Mosca, come dimostrano gli assassinii di Anna Politkovskaya di Aleksandr, di Sergei e Yulia (sua figlia) Skripal e ora l’ultimo avvelenamento di Aleksej Navalny (uno dei capi dell’opposizione).

Il desiderio di libertà del popolo bielorusso a partire dalle donne, ha iniziato a manifestare la sua forza e la sua presenza nelle piazze.

Decine di migliaia di persone ,anche la prima domenica di ottobre, hanno marciato per le strade di Minsk, capitale della bielorussa, per chiedere nuove elezioni e la liberazione dei detenuti politici. Più di 100mila i bielorussi scesi in piazza sventolando bandiere bianche con una striscia rossa, simbolo dell’opposizione, che stavolta hanno protestato verso le prigioni in cui sono detenuti gli oppositori del regime arrestati finora.

“Fateli uscire”, ha gridato la folla davanti al centro di detenzione di Okrestina. La polizia è intervenuta con i cannoni ad acqua montati su mezzi blindati e ha arrestato centinaia di persone.

Soltanto il 5 ottobre il ministero dell’Interno bielorusso ha comunicato il numero esatto: 317 fermati, 258 dei quali rimarranno detenuti in attesa che venga celebrato un processo. Le persone arrestate a partire da agosto sono state più di 13mila: alcune, successivamente, sono state liberate, ma alcuni dei principali esponenti dell’opposizione sono ancora in carcere o in esilio.

Ma facciamo qualche passo indietro .

Sin dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 l’Unione ha sempre cercato di coltivare buoni rapporti con Paesi come Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Democrazie giovani e desiderose di uscire dall’influenza russa che hanno cercato nell’Unione un partner sicuro a cui rivolgersi: non è un caso, infatti, che tutti questi Stati abbiano stretto con Bruxelles accordi bilaterali e abbiano spesso scelto il Continente come primo partner di esportazione.

Per questo sin dal 2009 l’Unione europea ha promosso il Partenariato orientale, un protocollo d’intesa che avvicinasse questi Paesi al Continente in materia economica, politica e culturale. Le riforme e i risultati raggiunti nei “20 obiettivi per il 2020” mostrano come questi Stati abbiano esaudito molte richieste di Bruxelles, anche se resta molto da fare.

Un esempio è proprio la Bielorussia che, nonostante abbia reso l’Unione il suo secondo partner commerciale dopo la Russia, ha evidenziato importanti lacune in materia di diritti politici e civili, allontanandola ulteriormente dagli standard europei.

Infatti Il governo bielorusso, come dimostrato anche dall’ultima tornata elettorale, non è ancora in grado di affrontare un processo di democratizzazione che, secondo la visione del regime, destabilizzerebbe il sistema e minerebbe la stabilità interna dello Stato di cui Lukašenko è diventato “padrone”.

In Bielorussia, dall’intervento europeo del 2016, non si sono registrati miglioramenti sostanziali per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (nonostante le richieste insistenti dell’Europa, che hanno basato ogni accordo sulla comunanza dei valori, come il rispetto della persona). Anche se in più occasioni è stato chiesto di sospenderla, la pena di morte, per esempio, è rimasta (con quattro esecuzioni nel 2016 e due nel 2017, rese note soltanto un anno dopo), facendo dello Stato l’ultimo in Europa a praticarla.

I rapporti tra il leader bielorusso e i vertici europei avevano iniziato a incrinarsi all’inizio del 2000, proprio a causa dei metodi adottati dal presidente nei confronti di chi esprimeva dissenso. Le prime sanzioni europee erano arrivate nel 2004, in risposta alla sparizione di due politici dell’opposizione e per la violazione degli standard elettorali.

E più di recente, nell’ottobre del 2014, l’Unione aveva aggiornato (ed esteso) le sanzioni fino al 2015 (seguendo una cadenza annuale), sottolineando la volontà da parte della Bielorussia di non rispettare i patti. Le cose non sono migliorate e nel febbraio del 2017, il Consiglio europeo ha deciso di prolungare le misure restrittive per un altro anno.

Veniamo ad oggi.

L’ aumento delle sanzioni resta una delle possibilità che l’Europa conserva per far sentire la propria voce a Minsk. Tuttavia, l’esito non risulta mai scontato,perché per imporre queste misure è sempre necessaria l’unanimità dei membri (non garantita dal veto del presidente ungherese Viktor Orbán che, già a giugno, si era detto contrario a disposizioni di questo genere nei confronti di Lukšenko).

Inoltre sul versante orientale d’Europa incombe il peso di Mosca, che mai come ora mantiene un’influenza ingombrante.

Tuttavia venerdì 2 ottobre L’Unione Europea ha imposto sanzioni a 40 politici e funzionari bielorussi per le elezioni “rubate” e la successiva repressione, ma non al dittatore Lukashenko considerato il principale responsabile delle violenze e della repressione contro i manifestanti.

L’esclusione di Lukashenko potrebbe essere stata voluta dall’Unione Europea per mantenere aperta la possibilità di un accordo tra il dittatore bielorusso e le opposizioni su eventuali nuove elezioni. L’Unione Europea discuteva dell’approvazione delle sanzioni alla Bielorussia da settimane, ma la decisione finale era stata rimandata per l’opposizione di Cipro.

Il governo cipriota, infatti, aveva detto che non avrebbe appoggiato le sanzioni nei confronti della Bielorussia a meno che l’Unione Europea non avesse approvato sanzioni anche contro la Turchia, che da qualche tempo sta portando avanti una politica molto aggressiva nel Mediterraneo orientale, e con cui Cipro è in cattivi rapporti da decenni.

Il voto di Cipro era fondamentale, perché le sanzioni richiedono l’unanimità in sede di Consiglio dell’Unione Europea, l’organo in cui siedono i rappresentanti dei 27 governi dei paesi membri.

È difficile prevedere come andrà a finire, dato che il regime gode dell’appoggio di Putin, vista altresì la differenza delle forze in campo.

Ma è bene sottolineare in questa sede  che : le autorità hanno usato la forza contro i loro cittadini che chiedevano cambiamenti nel Paese e che  bisogna essere solidali con i bielorussi nel loro desiderio di libertà.

Ma …

La libertà non è per sempre: i fatti  lo dimostrano.

Le circostanze sociali su cui l’Europa è chiamata a vigilare restano critiche, nonostante alcuni (lievi) passi in avanti. Intimidazioni, pressioni sulla stampa, carcerazioni preventive e arbitrarie, restrizioni alle libertà individuali, soffocamento del dissenso e violazioni continue dei diritti civili hanno fatto di un diritto acquisito, quale quello dello stato di diritto, una mera illusione.

E dunque:

La libertà è qualcosa che si sente nell’aria. Quando manca, finiamo dentro ad una bolla. Fragile ma pronta ad esplodere.

Daniela Piesco