Tra Gotico e Barocco. L’Abbazia di Casanova

Diritti & Lavoro

Carmagnola, città piemontese in provincia di Torino, non è solo nota per il titolo della prima tragedia del Manzoni, “Il Conte di Carmagnola”, o al riferimento alla “Carmagnol”, vale a dire a un capo di abbigliamento fatto essenzialmente di un gilet con file di bottoni di metallo, con panciotto di tre colori e con una fascia rossa, composto con la canapa che da questa città prende il nome. Può esserlo anche per altro, per Francesco Bussone condottiero vissuto tra il 1380 ed il 1432, per la canapa come detto, per la struttura della città e la sua architettura, per i peperoni rinomati ovunque e , perché no?,  per avere sul proprio territorio, in frazione Casanova, un gioiello,  l’Abbazia che da Casanova prende il nome.

In un primo impatto, il complesso architettonico, lascia pensosi. E’ un po’ come quando un siciliano verace, abituato a parlare il suo dialetto, si reca poniamo a san Fratello (ME), ove avverte subito una presenza inquietante nella parlata delle gente che ha inflazioni piemontesi. Così, di fronte alla facciata della chiesa di Casanova dove il tutto dovrebbe trasudare di architettura romanico-gotica in base alla sua nascita ed invece ci si trova davanti a testimonianze barocche. Ma, in entrambi i casi c’è una spiegazione. Nel primo è più che naturale trovare in Sicilia enclave di parlata lombarda (lombarda da longobarda, che abbraccia almeno Lombardia, Piemonte e Liguria) in quanto dovute alle emigrazioni dei “polentoni” in “terronia” tra l’XI ed il XIII secolo; nel secondo la vocazione primigenia (almeno il gotico), va ricercata tra i rifacimenti dello stile originale. Così come vedremo scorrendo le pagine di storia che questa abbazia interessano.

Tutto inizia da una donazione. Quando sul finire della prima metà del 1100  i marchesi di Saluzzo Manfredo I e Oddone offrirono ai monaci cistercensi di Tiglieto (GE) delle terre allo scopo si fondare una nuova comunità, dopo averle disboscate, dissodate e bonificate. Ciò avvenne rispettivamente nel 1135 a Staffarda di Revello (CN) e nel 1151 a Casanova di Carmagnola (TO) di cui ci occuperemo.

Per linee generali il funzionamento interno di una abbazia cistercense  è incentrata sulla figura dell’abate, che godeva di grande autonomia, dovendo rispondere in pratica solo al capitolo generale. Egli nominava i collaboratori più stretti. Seguiva nella gerarchia il priore, col compito di vice in caso di necessità. Vi era poi un’altra figura molto importante, che non tutti conoscono, quella del cellerario. Costui aveva compiti di intendente e sovraintendeva all’amministrazione della struttura. C’erano poi naturalmente il coro dei monaci e quello dei conversi i quali, nell’insieme, a loro volta potevano avere incarichi non secondari per la vita stessa della comunità, quali quella di sacrestano, di direttore del coro, di bibliotecario e non ultimo di assistenza agli infermi presso gli ospedali.

La struttura esterna al convento era organizzata in “grangie”,  il che significa in strutture  edilizie destinate a costituire una autonoma azienda agricola. Possiamo rilevarne l’importanza attraverso il sito www.cistercensi.info dal quale trarre indicazioni di prima mano.

“Il successo dell’economia agraria dei Cistercensi e la sua superiorità nei confronti delle grandi proprietà terriere, ormai sorpassate e decadenti, trova spiegazione soprattutto nell’organizzazione e nella pianificazione dello sfruttamento delle proprietà dell’Ordine. I coloni cistercensi lavoravano per se stessi, perché la loro vita e la loro sopravvivenza dipendevano dal frutto del loro lavoro. E non importava il numero delle donazioni che si ricevevano: lo sfruttamento di tutti i possedimenti terrieri restava sotto il controllo dell’abate ed ogni nuova acquisizione veniva lavorata con una cura speciale, per l’utilizzo migliore delle sue possibilità. Lo strumento di maggior successo per raggiungere tale scopo fu l’organizzazione di grange (come già accennato), una specie di stanziamenti monastici agrari, i quali univano i vantaggi della pianificazione centrale con l’autonomia locale. Secondo le norme più antiche, le grange non dovevano distare dall’abbazia più di una giornata di cammino: esse potevano restare così sotto uno stretto controllo e i fratelli conversi potevano fare ritorno ogni domenica all’abbazia per gli uffici religiosi. I monaci di coro non avevano il permesso di pernottare nelle grange: il lavoro quotidiano divenne perciò responsabilità dei fratelli conversi, sotto la direzione del maestro della grangia (grangiario), uno dei fratelli più esperti. Questi riceveva istruzioni dal cellerario e dal procurafore dell’abbazia, e questi a sua volta era responsabile di fronte all’abate”.

Da dove provenivano i monaci? Ce lo spiega Luigia Cuttin in  “Un’abbazia cistercense fra i marchesi di Saluzzo e il mondo dei comuni, Atti del Convegno all”Abbazia di Casanova (Carmagnola): 11-12 ottobre 2003, a cura di R. Comba e P. Grillo, Cuneo, Società per gli studi storici della Provincia di Cuneo, 2006 (Marchionatus saluciarum monumenta. Studi, 5), pp. 43-61. ©dell’autrice – Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”].” “ I membri di Casanova provenivano in gran parte dalle località più prossime all’abbazia: per tutto il duecento abbiamo monaci e conversi di Stuerda, Dusino e Vallongo. Le aree di reclutamento coincisero poi sostanzialmente con le zone di espansione patrimoniale. Già a metà del XII secolo Casanova acquisì la grangia di Fontana Spersa, tra Caramagna e Sommariva, e parecchi dei membri della comunità provennero per tutto il XIII secolo da questa zona. Contemporaneamente alla costituzione di questa grangia, l’estensione del patrimonio si sviluppò in direzione di Chieri (TO), con acquisizioni in Tevoleto, presso Cambiano. Già nel 1153 abbiamo l’attestazione di un monaco proveniente da Tevoleto, e tra il 1180 e il 1200 troviamo un monaco di Vezzolano e due conversi rispettivamente di Arignano e Cortandone. I rapporti con Chieri, coi suoi abitanti e col comune, già iniziati nel XII secolo anche grazie ad acquisti di terreni e case in città, si fecero più intensi dopo il 1230, con la fondazione della villanova di Villastellone e con la nascita della grangia di Stella. Per tutto il secolo sono numerosi i monaci provenienti da Chieri e dalle vicinanze: dalla città venivano per esempio Giacomo Rosso Balbi e Giacomo Porcello. Enrico, presente alla stipulazione di un atto nel 1209, proveniva da Tevoleto, Giovanni, attestato nel 1227, proveniva da Montemagno, sul finire del secolo, Bonincontro, di cui abbiamo notizia nel 1289, proveniva da Castelnuovo, vari monaci e conversi erano originari di Cortandone, Moncalvo e Montaldo, tutte località che si trovano tra Chieri e Asti”.

Quella di Casanova fu una comunità dinamica e ricca, ed in quanto tale potente. Come si sa, però, la potenza di alcuni dà sempre fastidio a qualche d’un altro che in questo caso si impersonifica nel 1400 prima nel marchese di Saluzzo Ludovico II il quale tanto briga sino a convincere il papa Sisto IV a trasformare l’abbbazia in commenda e poi in Emanuele Filiberto di Savoia che  decretò di fatto l’alienabilità del patrimonio ecclesiastico cosicché l’abate di turno volendo  poteva arricchirsi in proprio. La decadenza dell’abbazia comincia da qui.  Tra incendi e saccheggi la parte “storica” della comunità non si solleverà mai più dal declino.

Dal punto di vista artistico, si legge su archeocarta.org “ la parte di maggior interesse dell’attuale complesso è sicuramente la chiesa, in quanto il convento, venne totalmente riedificato a metà settecento. Per quanto di impianto gotico, la costruzione a 3 navate mostra oggi i segni dei pesanti rimaneggiamenti operati a fine ‘600 su iniziativa dell’abate Innocenzo Migliavacca. In questo frangente, infatti, furono sovrapposti stucchi sui capitelli delle colonne che, da semplici e lineari, divennero corinzi. Le stesse colonne furono rivestite in laterizio, mentre lungo gli archi posti a separazione delle navate, furono distribuiti a piene mani fregi floreali, fogliami, fiori e volti di putti. Al sommo degli stessi archi, furono apposte (in modo da essere poco leggibili) 8 grandi tele del pittore Federico Cervelli (1638 – 1700), raffigurante altrettante scene della vita della Vergine. Il pavimento della chiesa, realizzato ad inizio ‘900 in piastrelle a due colori, venne a rivestire un’antica pavimentazione in pietra di Luserna.

Lungo le due navatelle laterali sono visibili 14 stazioni della Via Crucis donate da Casa Savoia, opera di pittori settecenteschi quali Amedeo Rapous e Giovanni Comandù. Nell’abside una grandiosa pala dell’Ascensione, opera tardo seicentesca del pittore Cervelli, affreschi coevi, in volta e alle pareti, di Bartolomeo Guidobono. Il coro ligneo, anch’esso di fine ‘600, è opera di Giacomo Braeri ed è caratterizzato da 23 scranni scolpiti con motivi floreali e zoomorfi. Le tribune del transetto vennero realizzate per alloggiare il grande organo ottocentesco (a sinistra) e come palco riservato a Vittorio Emanuele II ed alla sua famiglia che, nei loro soggiorni a Casanova, potevano da lì assistere alla messa accedendovi direttamente dalla sala capitolare del monastero.

Ancora nell’abside, 4 cappelle disposte simmetricamente a coppie a fianco del coro, sono dedicate a S. Bernardo e S. Benedetto (le due esterne) ed alla Vergine del Rosario e S. Giuseppe quelle interne. Anche queste sono affrescate con motivi trompe l’oil o affreschi monocromi e policromi raffiguranti scene bibliche. Negli ultimissimi anni del XX secolo, infine, sulla base di estenuanti ricerche è stata finalmente riportata alla luce e risanata, la cripta abbaziale in cui venivano sepolti i monaci. Posta in un locale sottostante il coro, al centro dell’abside la cripta si presenta oggi come un piccolo locale voltato caratterizzato da un grande affresco di Domenico Guidobono (1668 – 1746) raffigurante, su ispirazione dell’analogo dipinto del Correggio, il Cristo morto. Ai lati 2 allegorie della morte, effigiata in forma di altrettanti scheletri, recanti a sinistra compasso ed astrolabio, a destra una clessidra. Sulla volta la resurrezione è rappresentata nelle forme di due angeli, che soffiano sui defunti per farli tornare in vita.

L’attiguo monastero, come detto, fu ricostruito a metà settecento ed evidenzia oggi un chiostro grandioso, aperto su un ampio cortile ed ornato di 48 colonne binate in granito rosa di Baveno. Nei 2 piani fuori terra posti al di sopra del chiostro, erano allocate le celle dei monaci, la sala capitolare e gli altri servizi ad uso del monastero. Interessanti i sotterranei, recentemente recuperati, che presentano strutture a volta di pregevole fattura. L’ex monastero (non visitabile) è oggi ad uso del Cenacolo Eucaristico della Trasfigurazione, una casa di spiritualità torinese.

In definitiva, l’architettura della chiesa abbaziale, nonostante il pesante rimaneggiamento subito in epoca barocca, denota chiaramente la struttura originale nello stile gotico primitivo, o cosiddetto di transizione, con le forme romaniche che prevalgono all’esterno e quelle gotiche all’interno”.

Ce n’è per tutti gusti.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it