I Down non esistono

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20 ore fa

«Non c’è né il pietismo né la costruzione di “supereroi”. Soprattutto viene rappresentata bene la diversità fra le persone. Ci sono tanti ragazzi con sindrome di Down nel cast e sono tutti diversi: ognuno ha il suo carattere, la sua personalità, le sue abilità… Questa cosa è bellissima, perché tante volte invece si dice che “loro” sono così e così…». Martina Fuga, responsabile comunicazione di CoordDown, commenta il successo della fiction “Ognuno è perfetto”

I Down non esistono. Paradossalmente è questo il goal più importante messo a segno da Ognuno è perfetto, la fiction trasmessa da RaiUno. Non esistono “i Down” come categoria, omologati tutti da caratteristiche stereotipate che ne fanno un’etichetta. Esistono le persone con sindrome di Down: tutte diverse, tutte con la propria personalità e le proprie capacità.

Le prime due puntate della fiction sono andate in onda il 16 e il 17 dicembre, l’appuntamento con la terza e ultima puntata è per lunedì 23 dicembre, tutto è rivedibile su RayPlay. La trama è nota, sia perché Ognuno è perfetto è stato davvero molto seguito, con oltre 4,6 milioni di spettatori e uno share di tutto rispetto, sia perché tanto è stato scritto: la voglia che il giovane Rick ha di un lavoro vero; l’esperienza nella cioccolateria di Miriam, che a sua volta ha perso una figlia con Sindrome di Down; l’incontro con Tina; l’amore che sboccia…

Una fiction che non solo porta dei temi per la prima volta in tv (basti pensare alla dimensione affettiva e sessuale), quindi raggiungendo un largo pubblico, ma che lo fa utilizzando un linguaggio inedito. «Un cambiamento epocale, davvero», si sbilancia entusiasta Martina Fuga, mamma di Emma e responsabile della comunicazione di CoorDown, il coordinamento di associazioni che in questi anni, con i suoi spot (pluripremiati) di sensibilizzazione per la Giornata Internazionale del 21 marzo, ha innovato fortemente la narrazione e lo sguardo sulle persone con sindrome di Down.


Ognuno è perfetto sta piacendo a tutti: per lei, in particolare, qual è l’aspetto positivo?
È una svolta epocale dal punto di vista comunicativo, la prima volta che un media di massa tratta la disabilità in generale e la sindrome di Down in particolare in questo modo. Per come è trattato l’argomento, direi che è la prima volta che le persone con sindrome di Down sono rappresentate come noi vorremmo. A questa serie ha collaborato AIPD, sicuramente avranno riletto le sceneggiature, noi come Coordown siamo entusiasti: la serie fa davvero un servizio alla cultura della diversità che da anni portiamo avanti con le nostre battaglie associative… In una sera milioni di persone sono state raggiunte con un messaggio forte.

Quindi il punto primo è il “come” le persone sono rappresentate.
Sì, sono raccontate con molta onestà. Non c’è né il pietismo né la costruzione di “supereroi”. Non si celano i limiti e le difficoltà. Soprattutto viene rappresentata bene la diversità fra le persone. Ci sono tanti ragazzi con sindrome di Down nel cast e sono tutti diversi: ognuno ha il suo carattere, la sua personalità, le sue abilità… Emergono le peculiarità, il quanto ciascuno è diverso, non le caratteristiche comuni. Questa cosa è bellissima ed è un gran servizi per noi associazioni, perché tante volte ancora invece si dice che “loro” sono così e così…

E sui temi trattati?
La scelta dei temi trattati è l’altra cosa per noi estremamente importante. In questi giorni è stato scritto moltissimo, ma tanti articoli hanno sottolineato quanto è stato bello e importante per gli attori professionisti lavorare con i ragazzi con la sindrome di Down, quante cose hanno imparato… La cosa interessante invece sono proprio i temi, a cominciare da quello del lavoro.

Non c’è né il pietismo né la costruzione di “supereroi”. Non si celano i limiti e le difficoltà. Soprattutto viene rappresentata bene la diversità fra le persone. Ci sono tanti ragazzi con sindrome di Down nel cast e sono tutti diversi: ognuno ha il suo carattere, la sua personalità, le sue abilità…

Nella prima puntata c’è Rick che sta facendo un tirocinio, gli affidano mansioni banali, lui è stufo, scrive un “vaffa” sulla lavagna e se ne va dicendo che lui vuole «un lavoro vero».
Quella è una frase importantissima. Avere un lavoro vuol dire avere un ruolo sociale. Intanto quella frase e qualla scena ci dicono il livello di autoconsapevolzza che le persone con sindrome di Down hanno, un altro tema importante che emerge più volte nella fiction: non è che le persone con sindrome di Down non riescano a vedere la differenza fra le tante cose che spesso gli vengono proposte e un lavoro vero. C’è poi una bella visione del lavoro non come un atto di beneficienza nei confronti della persona con disabilità ma come occasione per poter esprimere le proprie capacità. Per esperienza sappiamo che se metti il ragazzo giusto nel posto giusto con la mansione giusta, l’inserimento lavorativo funziona ed è win win. Il rischio di fallimento c’è invece quando, al contrario, si fanno inserimenti lavorativi “a caso” o senza accompagnamento: serve il coinvolgimento di chi conosce questi ragazzi, un tutoraggio, la preparazione dell’ambiente lavorativo, metodologie e strategie… In questo senso il collocamento mirato, che pure ci vuole e ci tutela, non basta: ci vuole accompagnamento. La nostra richiesta di famiglie e associazioni al mondo del lavoro è “dateci opportunità”, perché se ci sono quelle, poi i nostri figli riescono. Nella terza puntata ad esempio si parlerà di un nuovo progetto imprenditoriale e ci sarà un errore di valutazione: anche raccontare il fallimento e mostrare come ci si possa inventare nuove strategie per adeguarsi alle competenze reali dei ragazzi è molto efficace.

L’altro tema forte è quello della sessualità, con l’amore che nasce fra Rick e Tina (peraltro Gabriele e Alice stanno insieme per davvero, anche nella vita) e il desiderio di sposarsi e vivere insieme.
Anche la sessualità è raccontata benissimo, senza gli stereotipi che di solito ci sono: non c’è ad esempio lo stereotipo del ragazzo ossessionato dal sesso. Rick e Tina si innamorano e fanno i loro passettini… a me piace tanto il papà di Rick, che vede questo percorso e cresce anche lui. Il papà fa un bellissimo percorso, si rende conto che le sue aspettative su di Rick sono sempre troppo basse e che suo figlio è più avanti.

Gabriele Di Bello Alice De Carlo Bacio

Il papà di Rick fa un bellissimo percorso, si rende conto che le sue aspettative sul figlio sono sempre troppo basse e che Rick è più avanti.

Sul matrimonio, ad esempio? Ultimamante anche la realtà ci porta bellissime esperienze non solo di autonomia abitativa ma anche di coppie.
Apprezzo il fatto che il papà non dica a Rick «Non ti puoi sposare», ma spieghi al figlio che prima di sposarsi deve raggiungere le competenze che servono per vivere da solo: cucinare, pagare le bollette… Come tutti. Per questo non può sposarsi in primavera. Allora Rick dice «La primavera prossima?» e il papà risponde «Può essere un’idea». C’è l’idea del percorso, del lavorarci sopra. «Hai dei limiti», dice il padre al figlio; «lo so», replica lui. È bellissimo. Emerge tutta la consapevolezza che i ragazzi hanno.

E le famiglie?
Anche in questo caso sono raccontate tante famiglie, tutte diverse, ed è un valore. C’è la mamma super apprensiva e chi segue il figlio col cellulare. Il papà di Rick è uno che ha sempre lavorato tanto e ora invece si ritrova a seguire il figlio con tutte le ansie di chi non si sente adeguato. Vedere la mamma di Rick truccata e in viaggio di lavoro è un’altra bella immagine. Lei dice anche che lavorava da casa per poter seguire il figlio… è una cosa che effettivamente tante mamme fanno e il fatto che lei lo faccia e lo dica con dignità è importante. C’è poi il fatto del matrimonio messo a dura prova… e ci sta anche quello.

Nella foto di copertina, da sinistra Alice De Carlo, Matteo Dall’Armi, Raffaele Vannoli, Gabriele Di Bello, Aldo Pavesi, Valentina Venturin.