IL JAZZ DA CAMERA DEL VITO LITURRI TRIO

Conversazione di fine concerto a Ruvo, nella Sala da Concerti dell’Associazione Polifonica “M. Cantatore” per il Ruvo Coro Festival 2019.

Diritti & Lavoro

I due concerti del 25 e del 27 ottobre 2019 tenutisi presso la Sala da Concerti “M. Cantatore” di Ruvo di Puglia dedicati al pianoforte e particolarmente al pianoforte jazz, hanno aggiunto una “nota di colore” al già ricco calendario del Ruvo Coro Festival 2019, Rassegna Internazionale Corale “Canterò per sempre le lodi del Signore”. La rassegna ruvese, giunta alla sua nona edizione e organizzata dal maestro Angelo Anselmi, presidente della Associazione Corale Polifonica “M. Cantatore” e dal suo direttore artistico, il maestro Giuseppe Barile, giovane e brillante talento ruvese, ha visto un ricchissimo cartellone di eventi in un intenso mese di attività.

Nell’intento del direttore artistico e del presidente dell’Associazione Polifonica “M. Cantatore” il senso di questa scelta è duplice, da un lato l’apertura del festival al di là dell’ambito strettamente corale e dall’altra la volontà di rappresentare, in questo piccolo gioiello che è la Sala Concertistica “M. Cantatore”, il pianoforte nelle sue diverse declinazioni in una prospettiva a trecentosessanta gradi inaugurata lo scorso 31 marzo 2019 con l’indimenticabile concerto del maestro Bruno Canino (vedi intervista dell’11 ottobre 2019) e proseguita con i concerti di giugno di giovani talenti locali, e infine del 25 e del 27 ottobre, rispettivamente affidati al Vito Liturri Trio e al pianista Danilo Rea.

A fine concerto, tra sorrisi e in un clima di piena soddisfazione, abbiamo conversato con i musicisti del trio, Vito Liturri, Marco Boccia, Lello Patruno.

Il concerto appena concluso ha lasciato il pubblico entusiasta, l’alchimia del gruppo e l’interplay più volte evidenziato nelle recensioni a loro dedicate, non possono che suggerire un’intervista a tre, e qualche approfondimento con il loro leader.

Domanda : Complimenti per la vostra performance, vi ho sentito molte volte e in situazioni diverse, eppure mi sembra che stasera abbiate dato qualcosa di diverso. Ho l’impressione che il tempo trascorso vi abbia arricchito di elementi che stasera avete fatto confluire in questo concerto o questo posto così suggestivo ha esaltato la vostra idea CAMERISTICA di  jazz?

Liturri: Una sala è fatta anche dalle persone che ci stanno dentro, qui si è concretizzata una situazione molto particolare, una sala speciale gestita da musicisti, un pubblico con tanti musicisti, colleghi, venuti con il desiderio di ascoltare qualcosa di nuovo e di interagire, e a fine concerto è stato anche molto interessante sentire i loro commenti.

D.: Ciascuno di voi collabora, così come tante volte succede nel jazz, a diversi progetti con musicisti diversi, Marco e Lello vi chiederei di sintetizzare cos’è per voi il Vito Liturri Trio, magari con Parole-Chiave che racchiudano il senso di questa collaborazione artistica.

Marco Boccia: Intanto si può dire che suoniamo insieme già da diverso tempo, quindi conosciamo bene il modo di suonare di ciascuno di noi, e conosciamo bene i pezzi che abbiamo provato più volte in tante situazioni diverse, quindi sicuramente, la parola Tempo.

Il tempo ha il suo peso perché conoscendoci bene io intuisco man mano che stiamo suonando le intenzioni di ciascuno, inoltre la conoscenza del materiale su cui stiamo lavorando già da tanti anni, quindi il Repertorio, e poi il fatto che ognuno di noi viene da esperienze diverse con cui arricchisce l’idea, come fossero le “spezie” che si mettono sulla pietanza, il Colore.

Lello Patruno: Pensando a parole-chiave mi viene in mente la parola Colore, ci ritroviamo sul concetto di “spezia”, ( il colore di cui sopra, n.d.r.) …la conoscenza legata al fatto che abbiamo suonato ormai tanto insieme e che forse adesso viene fuori, emerge in maniera più chiara, il Trio come seconda parola.

D.: Vito Liturri, hai sperimentato ultimamente performance da solista, com’è stata questa esperienza?

Vito Liturri: L’esperienza di piano solo è venuta dopo l’esperienza del trio e da un certo punto di vista il piano solo è una specie di laboratorio rispetto al trio per sperimentare cose poi da proporre nel gruppo, da un altro punto di vista è una filosofia diversa che mi permette di esprimermi diversamente, quindi penso che siano necessarie entrambe le situazioni.

D.: Due CD e una storia musicale condivisa già da tanti anni, ma due CD profondamente diversi, stasera hai presentato in anteprima un brano che si preannuncia ancora più lontano da questi due. Cosa è rimasto identico in questi anni per il gruppo e che cosa invece è cambiato?

Vito Liturri: Non mi stanco e credo che non mi stancherò mai di sperimentare cose nuove. Il secondo disco era già un tentativo di sperimentare cose diverse da un punto di vista timbrico, anche con l’introduzione in alcuni brani dell’elettronica, pur in maniera discreta; non riuscirei a fare le stesse cose tutta la vita, mi piace cambiare rotta, provare esperienze nuove, il terzo disco sarà molto diverso rispetto agli altri due per un’esigenza di cambiamento. Desidero indagare soprattutto l’aspetto ritmico creando delle strutture ritmiche più complesse, sperimentare il contrappunto nella sovrapposizione di linee melodiche, incrementare l’uso dell’elettronica, ma sempre mantenendo quelle che sono le caratteristiche principali che sono alla base del trio e che potremmo riassumere nella profonda interazione tra i componenti, cioè nella capacità di suonare come se si fosse una cosa sola e nella fusione di elementi diversi, provenienti dalle diverse esperienze di ognuno dei tre.

D.: Questo che dici mi fa spostare la prossima domanda perché mi viene in mente un’osservazione, quest’attenzione al Colore, all’interplay, al suono del trio come unità, del resto elementi che più volte vi hanno riconosciuto, questa sera è stata particolarmente evidente.

Ho avuto l’impressione che più volte vi siate quasi “sfidati” a dare il meglio di voi nei brani dei vostri compagni, tra di voi, mi sembra che questo sia qualcosa di molto bello dal momento che eseguite composizioni originali.

E’ stata solo una mia impressione o è andata veramente così?

Vito Liturri: Sì penso che sia così, io non amo molto suonare musica altrui che non sia al limite quella composta dagli elementi del mio stesso trio e suonare la musica degli altri due è un po’ una sfida, perché la mia musica so benissimo da cosa nasce e quindi so benissimo come interpretarla, suonare la loro musica significa provare ad entrare nella loro testa per capire cosa volessero esprimere ma nello stesso tempo mettendoci qualcosa di mio, se no non mi diverto.

Marco Boccia: Sicuramente in Timeless Grace Lello mi da la possibilità di far cantare il mio strumento su armonie particolari dandomi la possibilità di esprimermi, mi piace suonarlo, poi anche il groove, l’accompagnamento e quindi il fatto che l’abbia scritto lui è solo un caso (e qui non possiamo trascrivere la risata scrosciante rivolta a Vito Liturri e a Lello Patruno, e la bella atmosfera giocosa di amicizie antiche). Perché la musica quando è bella è la musica del mondo. Poi Libò è un pezzo oggettivamente complesso in 13/8 e io in tanti anni che lo suono non ho ancora capito come si suona (e anche qui scroscianti risate, n.d.r.), e nel nostro disco è bellissimo perché con questo ritmo è quasi un richiamo agli anni 70, ricorda Starsky & Hutch, è bellissimo (impossibile riprodurre il sonoro dell’imitazione della batteria, n.d.r.).

Poi l’impegno che si deve a una musica che è bella ed è fatta bene prescinde dall’autore. Non suono un pezzo perché l’ha scritto Lello o Vito o chi per lui, anche naturalmente, ma principalmente suono un pezzo che è bello da suonare, e la musica bella ti porta a dare il meglio.

Lello Patruno: Un po’ ci si completa, parlo dei miei brani, io ho pensato a degli accordi, poi Vito ci mette del suo, Marco ci mette del suo e così il brano viene molto meglio di quanto io stesso l’avessi potuto immaginare.

D.: Nell’ascoltarvi ammiravo l’energia di Marco e la bella eleganza di Lello alla batteria, eppure facevo una riflessione.

Oggi che ormai abbiamo alle spalle quasi un secolo e mezzo di musica jazz, spesso si ascolta un jazz ormai cristallizzato in riproduzioni stereotipate di standard, in tanti casi sentiamo musica che sa già di “antico”, improvvisazioni nello “stile di…”, ecc., dobbiamo pensare che la vostra proposta, come del resto altre dello stesso genere sia solo di nicchia o pensate che ci sia ancora spazio per chi come voi propone musica originale?

Liturri: La sperimentazione non morirà mai perché ci sarà sempre qualcuno disposto a farla, probabilmente l’interesse del pubblico si sta spostando su altre cose più leggere, più tendenti al pop, ma tentare strade nuove è l’essenza stessa della musica e ci saranno sempre musicisti disposti a farlo. La risposta del pubblico è importante ma alla fine la cosa più importante è esprimersi, che sia per dieci o per centomila persone non ha poi grande importanza.

Boccia: Secondo me ha spazio come tutte le altre cose di natura artistica, come la pittura o altro. Oggi uno può chiedersi se ha ancora senso andare in una sala da concerto a sentire Beethoven quando te lo puoi sentire su Spotify o vederti un video su You Tube, o comprare un disco, o andare a sentire un concerto jazz, quando poi i ragazzi sono più attratti da tematiche più banali, a generi dove non si riflette molto.

Piuttosto io quello che noto non è tanto il problema del jazz, che per sua natura è sempre in divenire attraverso l’improvvisazione su di un tema, secondo me la questione è un’altra, c’è ancora un pubblico interessato ad impegnarsi per qualcosa?

Io vedo che non c’è più gente disposta a prepararsi prima di andare a una mostra di cubismo a capire prima cos’è il cubismo. o il jazz o la musica contemporanea.

Ci sono certe cose che vanno lette prima, si va un po’ preparati, questo forse è quello che sto notando io, non abbiamo più tanta voglia di approfondire le cose perché viviamo in un momento dell’estremo immediato, perché tutto dev’essere subito, i video devono essere brevi perché se no i followers se ne vanno, gli articoli devono essere brevi perché se no si perde la concentrazione o peggio non si incamerano le cose, i film devono essere easy e semplici.

Oggi è impensabile che qualcuno possa scrivere “Delitto e Castigo”, sia perché sarebbe troppo lungo e la gente non lo leggerebbe, sia per le tematiche troppo impegnative.

Non credo che il problema sia il jazz in sé, è la curiosità della persona che viene a mancare.

Patruno: Ci sono le persone curiose, ma è difficile raggiungerle, la curiosità viene a mancare. Ci sono così tanti mezzi per arrivare un po’ a tutti ma si entra in dinamiche in cui deve essere tutto veloce, tutto facilmente “masticabile”… (“non necessariamente un male”, aggiunge Marco Boccia, n. d. r.) e per un genere che merita un’attenzione maggiore, è difficile mettersi allo stesso livello della musica più commerciale.

D.: Maestro Liturri, tu insegni Composizione al Conservatorio di Matera e da qualche tempo ricopri l’insegnamento anche di Composizione Jazz, ritiene che il Conservatorio con i suoi corsi di musica jazz riesca ad interpretare questa tendenza della sperimentazione, ovvero come crede che dovrebbe muoversi?

Liturri: L’inserimento del jazz nei conservatori dovrebbe essere un’occasione, uno stimolo per un’interazione tra i diversi linguaggi musicali, pertanto chi studia jazz nei conservatori dovrebbe poter imparare anche dai musicisti classici, ovvero dovrebbe imparare l’armonia, la composizione contemporanea, e questo si tradurrebbe in un arricchimento del linguaggio. Purtroppo non sempre vedo dai musicisti di jazz un interesse verso questo tipo di approfondimento, spesso i jazzisti tendono a rinchiudersi nel loro ambito, sono spesso più i musicisti classici che sono interessati al jazz che viceversa, ovviamente con le dovute eccezioni. Il jazz fin dall’inizio è stato una musica nata dall’incontro tra la cultura afro-americana e la cultura colta occidentale, quindi non ci trovo niente di strano che si continui a sperimentare in questo senso.

D.: La diffusione digitale, le piattaforme, la rete, come vedi la produzione discografica con particolare riferimento al jazz? Ha ancora un senso incidere?

Liturri: Ma io sono rimasto ancorato alla vecchia idea del disco come oggetto fisico, un organismo che ha una sua coerenza, per me non ha senso ascoltare brani staccati presi da un disco, un lavoro se è organico va ascoltato nella sua interezza.

D.: Jazz, elettronica, contaminazioni, in che direzione stiamo andando?

Liturri: La contaminazione può essere interessante se fatta con spirito di ricerca, non m’interessa il semplice rivestire la musica di qualcosa che serve per renderla più accattivante, quello che m’interessa è far interagire le strutture per ricavarne qualcosa di nuovo, purtroppo oggi la produzione musicale spesso utilizza la prima modalità che ho detto, cioè mescolare diverse cose in maniera da accaparrarsi diverse fasce di pubblico.

D.: Parliamo dei progetti futuri, hai anticipato questo tuo progetto dedicato a Calvino, puoi darci delle anticipazioni?

Liturri: …preferirei di no.

D.: Almeno la prossima data per saperne qualche cosa di più?

Liturri: Questo sì, appuntamento a Matera, il prossimo 13 novembre, presso l’Auditorium “Gervasio”, nell’ambito delle manifestazioni per Matera Capitale Europea della Cultura 2019, L’Open Future delle Imprese italiane, presenterò il progetto SUITE CALVINO, in collaborazione con la prof.ssa Sandra Lucente e l’Opificio Mirvita di Minervino Murge, all’interno dell’evento

Le diverse dimensioni di Matera, di Minervino, del viaggio e dell’universo.

D: Marco Boccia e Lello Patruno, stasera avete suonato Valdrada, primo brano del nuovo progetto dedicato a Calvino, di cui il maestro Liturri non vuole dare anticipazioni; ma voi che impressione avete avuto di quest’anteprima?

Patruno: Io sono curioso!

Boccia: Sì, anch’io sono curioso di vedere che cosa ha combinato “quello là” (tono giocoso e ironico rivolto a Vito Liturri, n.d.r.), già ho visto da questo primo pezzo che c’è molto spazio per lavorarci dentro. Vito non ha dovuto dirmi granché a parte la struttura formale del brano, credo di essere entrato, almeno per ora, in quel concetto, ho trovato una buona possibilità di espressione, peraltro molto particolare.

Patruno: Ho ascoltato solo questo brano e ho avuto le stesse impressioni.

D: Come dicevamo all’inizio ciascuno di voi segue anche altri progetti, volete raccontarci dei vostri lavori da singoli?

Boccia: E’ appena uscito l’ultimo disco del Marco Boccia Trio, che si chiama “Gravity”, prodotto da Kekko Fornarelli per Eskape Music. Debuttiamo il 29 ottobre a Catania, e poi abbiamo Taranto e Bari all’Officina degli Esordi, l’ultima delle cinque date che abbiamo con il nostro “maialozzo galleggiante” (richiamo all’immagine di copertina, n.d.a.) poi qualche altro progetto minore, in attesa della chiamata “alle armi” del maestro Liturri.

Patruno: Io ho tutto in cantiere, non mi sento mai pronto per affrontare un discorso solistico, anche perché comunque le formazioni in cui ho l’onore di suonare, tipo questa, mi fanno sentire molto “a casa”, quindi non ho tutta questa fretta (di un mio progetto solistico, n.d.r.).

Trovo particolarmente bella l’immagine della “casa” quando si parla di musica, e mi piace concludere questo incontro proprio con questa immagine di musicista come Lello Patruno che ritrova parte della sua casa in collaborazioni personali e artistiche selezionate.

Ringrazio Vito Liturri, Marco Boccia, Lello Patruno, il Vito Liturri Trio per questa conversazione sull’onda dell’emozione di fine concerto.

Come postilla a questa intervista mi piace sottolineare, a conferma di questo bell’esempio di collaborazione artistico-professionale che, per ragioni logistiche, ma forse anche un po’ per scelta, il maestro Liturri non è stato presente all’intervista dei suoi colleghi, eppure, in tanti casi, alle stesse domande, pur non sapendolo, hanno dato risposte molto simili.

Lo sottolineo perché mi piace pensare che la collaborazione artistica può senz’altro portare a risultati ancor più interessanti e ad intese più profonde in presenza di affinità di menti e di sentire.

La Sala da Concerti dell’Associazione Polifonica “M. Cantatore”, il suo Presidente Angelo Anselmi e il suo Direttore Artistico Giuseppe Barile ci hanno regalato ancora un momento speciale, ci prepariamo al prossimo con Danilo Rea e se ce lo concederà, non perderemo l’occasione per conversare con lui domenica 27 ottobre, a fine concerto.

Clelia Sguera 

docente di violino e musicologa

che ringrazia per le fotografie messe a disposizione Action frame photography