Insegnare al bambino l’attesa. Dire “NO” lo aiuta a crescere

Benessere & Medicina

In una società del “qui e ora”, come spiegare ai più piccoli l’importanza dell’attesa?

Questa mattina, in un supermercato, ho assistito a una tipica reazione di un bambino non educato ad aspettare. Il piccolo ha iniziato a strillare perché la mamma non si sbrigava, la donna aveva iniziato a chiacchierare con un’amica e il figlio continuamente interrompeva la conversazione, fino a quando stufo di aspettare ha iniziato a manifestare un comportamento “fastidioso”. E la mamma? Subito ha interrotto la comunicazione perché ha temuto che quell’attesa fosse intollerabile per il figlioletto. In realtà, quel bambino che non sapeva aspettare non era in grado di gestire le sue emozioni, probabilmente molto intense, e tali da procurargli uno stato di frustrazione e infelicità. Il senso del tempo è interpretato in maniera soggettiva dai piccoli, i quali vivono fortemente il “qui e ora”. Anche noi adulti quando ci avviciniamo alla cassa del supermercato e vediamo la fila interminabile percepiamo quel senso di malessere, oppure l’attesa in uno studio medico, le persone prima di noi entrano e abbiamo la sensazione che non escano mai, o che mai arrivi il nostro turno. L’attesa rende nervosi e genera atteggiamenti irritanti, ma gli adulti sanno o dovrebbero sapere, il condizionale è d’obbligo per i comportamenti di alcune persone adulte, come gestire quel malessere generato dal dover attendere. Il bambino piccolo quando non ottiene immediatamente quello che vuole ha la sensazione che aspettare gli procuri uno stato di sofferenza. Quello che lui percepisce è reale, si basa sulla sua esperienza, ma deve anche imparare che attendere ogni tanto un pochino non è una catastrofe, che ne uscirà illeso da quel turbinio di emozioni che quegli attimi di attesa gli hanno provocato. Se l’attesa ha una durata tollerabile e ripetuta nel tempo, il bambino piano piano acquisisce fiducia in se stesso, nella sua capacità di fronteggiare da solo quel momento. Può verificarsi la situazione in cui l’adulto di riferimento, facendo aspettare il piccolo, si consideri come persona insensibile e cattiva, mi chiedo se, in quel preciso istante, non si stia identificando con il bambino assecondando il suo lato infantile. Se io trovo irritante e angosciosa l’attesa, e sono incapace di arginare i sentimenti di quel momento, manifestando comportamenti inadeguati, come posso insegnare a mio figlio un altro aspetto dell’attesa?

Non ci si deve sentire né crudeli né in colpa se in alcuni casi si fa aspettare il bambino, sempre nel limite della sua tolleranza, ricordiamo che è comunque sempre un bambino piccolo. Aspettare, dire di no, non guasta, non è pericoloso, non fissare dei limiti lo è, in tal modo non si danno al bambino gli strumenti per arginare quel tumulto di sentimenti che percepisce e che lo fanno sentire infelice nelle situazioni che non sono “qui e ora”.

F.Moretti