Sea Watch 3 e propaganda da regime.

La vicenda della Sea Watch 3 e di Carola Rackete è l’occasione per un approfondimento della politica italiana e della propaganda connessa

Politica & Diritti

La dottrina del pensiero unico deriva dal francese pensée unique e descrive, con accezione negativa, l’assenza di differenziazione nell’ambito delle concezioni e delle idee politiche, economiche e sociali.

È questa la definizione, che, chiunque, può trovare sul web, del termine coniato da Ignacio Ramonet, direttore responsabile del periodico “Le Monde diplomatique”, nel gennaio del 1995, in un editoriale scritto sullo stesso.

Ma perché tirare in ballo questo concetto? È storia degli ultimi giorni la vicenda della nave Sea Watch 3 con tutto l’insieme di polemiche che si è trascinata dietro. Ed è riemersa, veemente, un’abitudine, sempre più consolidata, di certa parte di italiani, abilmente sobillata dai nuovi guru della comunicazione politica che seguono il ministro dell’interno e vicepremier Matteo Salvini, di confondere il piano della propaganda con quello della realtà. E, d’altronde, non stupisce che ciò accada visto che siamo nell’epoca della post verità, come è stata definita da tanti analisti e sociologi. Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna verifica della effettiva veridicità dei fatti raccontati. I fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono sempre più marginali nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli, emozioni e convinzioni personali. È, per esempio, il caso di Giorgia Meloni che, chiamando a raccolta i peggiori sentimenti che muovono le “pance”, chiedeva, in un video diffuso sui suoi social, nei momenti più critici della vicenda, di affondare la nave della O.N.G. olandese. Il gesto della parlamentare ha, come facilmente prevedibile, scatenato una ridda di critiche e polemiche, ma anche ottenuto l’effetto di diffondere una notizia pericolosa e, cioè, che in un paese civile sia, tutto sommato, ammesso commettere un atto deliberatamente ostile. A fare da megafono a questa truce considerazione ci ha pensato proprio Salvini, chiedendo in tutti i modi che la nave fosse sequestrata e l’equipaggio della nave arrestato, a partire dalla capitana Carola Rackete, che ormai tutti conosciamo o, della quale, abbiamo almeno sentito parlare in queste ore frenetiche. Ancor più grave è che, quando sulla nave sono saliti alcuni parlamentari appartenenti al PD, a Più Europa ed a Sinistra Italiana, il ministro abbia chiesto l’arresto anche di questi ultimi, dimenticando, anzi, più probabilmente, facendo finta di dimenticare, le funzioni ispettive e di controllo in capo al Parlamento, così come sancito dalla nostra Costituzione.

Questa strategia dell’aggressività non è casuale, ma è dettagliatamente studiata per agitare gli elettori e radicare in loro convinzioni precise con l’intento di averne un ritorno in termini di consenso. Risuonano spesso le parole di Joseph Goebbels, teorico della comunicazione del terzo reich, il quale coniò una frase simbolo, che sembra la bussola di certi comunicatori, nell’epoca delle fake news elevate a potente strumento di consenso e distorsione della realtà: «Ripetete una bugia una, cento, un milione di volte e questa diventerà verità».

Quando la realtà è semplificata ad uso e consumo personale, occorre ristabilire la verità. E vogliamo provarci insieme partendo da alcune considerazioni. Partiremo dalle tesi dei sostenitori di Salvini provando a ribaltarle.

Carola Rackete va arrestata e deve restare in galera!

Occorre ricordare il dispositivo dell’articolo 54 del nostro Codice Penale nella parte in cui recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”. Si può controbattere affermando che questo dovrà stabilirlo un giudice. Ma, appunto, tocca alla magistratura, organo terzo e non schierato, rispetto a governo e parlamento, ricostruire la vicenda, non alla politica.

Dobbiamo pensare agli italiani, non possiamo accogliere i migranti!

Per mandare in crisi questa tesi basta chiedere, a chiunque la sostenga, cosa sia stato concretamente fatto per i terremotati (a proposito, avete notato che non se ne parla più? Strano eh…), per trattenere i giovani in Italia offrendo loro condizioni accettabili per restare, o per dare risposte ai lavoratori, sempre più al centro delle cronache per le gravi crisi aziendali aperte pressochè dovunque. Prendendo un dato economico qualsiasi dall’avvento di questo governo, facilmente si noterà come siano tutti in calo.

Accogliamo già troppi migranti!

In realtà non è vero neanche questo. Il sito dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), ossia l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestione dei rifugiati; fornisce loro assistenza e protezione internazionale e cerca soluzioni per la loro difficile condizione, riporta i dati relativi all’accoglienza pro capite di migranti in Europa e basta fare un giro veloce anche su Google digitando “accoglienza migranti Europa” per rendersene facilmente conto. Noi ne accogliamo circa 2.8 per 1000 abitanti. La Turchia addirittura 43, la Svezia 23, la Francia 5. Solo Grecia e Regno Unito ne accolgono meno di noi. Però c’è chi parla di invasione a riprova di un inquinamento emotivo scientificamente prodotto.

Poteva attraccare in Olanda o in un altro porto!

In diritto esiste la gerarchia delle fonti. Le leggi derivanti da trattati internazionali, qual è il Trattato di Dublino III, sono gerarchicamente sovraordinate, avendo rango costituzionale così come previsto dall’articolo 117 della Costituzione, rispetto alle leggi ordinarie, come il decreto Sicurezza bis. Per questa ragione contravvenire ad una norma sovraordinata che prevede l’attracco in Italia avrebbe generato conseguenze giuridiche peggiori. Invece né Libia, per bocca dello stesso ministro degli esteri Moavero, né Tunisia, ossia i due approdi più prossimi rispetto all’Italia, sono porti sicuri visti i trattamenti disumani riservati ai migranti.

Va cambiato il Trattato di Dublino, allora!

Sono d’accordo anch’io. Il punto è che non si può dire lo stesso di Salvini, visto che il suo partito è stato assente alle 22 riunioni europee per rinegoziarlo (sul web si trova ampia bibliografia in merito). Il problema è che anche i suoi alleati di governo non sono tanto convinti di farlo. Risale, infatti, al 17 novembre del 2017 il voto contrario dei 5 Stelle alla risoluzione che impegnava gli stati a modificare il regolamento.

Salvini sa come si gestisce l’immigrazione!

In realtà da quando è ministro non ha siglato accordi di rimpatrio con i paesi di provenienza, ingessando così la ricollocazione dei migranti e non ha partecipato a praticamente nessuna delle riunioni europee sul tema, nonostante avesse promesso che andava in Europa a cambiare le regole.

Salvini mantiene le promesse!

Facciamo un rapido elenco delle promesse non mantenute.

Luglio 2016: «Al governo usciamo dall’Euro»;

«Rimpatrieremo circa 500.000 clandestini irregolari». I numeri dicono ben altro: 18 espulsioni al giorno. Al momento ci vogliono almeno 70 anni;

«Taglieremo le accise sulla benzina». Ironia della sorte: i prezzi sono aumentati;

«Faremo la flat tax». Sono passati 15 mesi di governo e, per fortuna, ancora non ce n’è traccia;

18 febbraio 2018, Salvini: «Castrazione chimica per chi stupra, vogliamo sicurezza». Ad Aprile 2019 la Lega ritira l’emendamento sulla castrazione chimica.

Salvini ha sempre fatto rispettare la legge!

Era lo stesso Salvini che, citando don Milani su Twitter, invitava i sindaci leghisti a disattendere le disposizioni normative della legge Cirinnà (ndr. Norma che ha riformato il diritto di famiglia introducendo la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze di fatto).

La propaganda è tanta e fatta bene. Ma la realtà sarà sempre più forte e, anche se richiede più tempo per dispiegare la sua forza argomentativa, alla fine, prevarrà sulla cortina fumogena del momento attuale.

Vito Longo