La libertà di parola è davvero in pericolo?

Cultura & Società

di Clara Mazzoleni 

Ragionare sulle cose che succedono, oggi, significa ragionare anche su quello che succede su Instagram, Facebook e Twitter. Negli ultimi giorni, su Studio, abbiamo pubblicato tre pezzi che analizzano una serie di fenomeni nati sui social network: i leader che impazziscono su Twitter, le celebrità che parlano delle loro malattie su Instagram, l’aumento generale della “permalosità”. Proprio oggi, in occasione dell’annuncio dell’imminente pubblicazione di White, il nuovo libro di Bret Easton Ellis, Vulture ha pubblicato un’intervista in cui lo scrittore spiega perché secondo lui, di questi tempi, la libertà di parola sui social sia evidentemente in pericolo. Nel suo pezzo Perché ci offendiamo facilmente, Anna Momigliano scrive: «Mai, nella storia recente, la denuncia pubblica di un’offesa e la pretesa di scuse ha avuto la potenza che ha oggi».

Negli ultimi giorni si è parlato molto della festa di compleanno di Fedez organizzata in un Carrefour, dove gli invitati potevano prendere tutto quello che volevano dagli scaffali. Vedendo le stories del party, i follower dei Ferragnez sono immediatamente insorti, accusandoli di sprecare il cibo e lanciare quindi un messaggio offensivo. Fedez e Chiara hanno prontamente abbandonato la festa per registrare delle stories di scuse e poi, forse consigliati da qualcuno, forse agendo di testa loro, hanno deciso di cacciare tutti gli invitati e tornare a casa. L’annullamento di un evento del genere perché i fan si lamentano è un esempio della potenza della “pretesa di scuse” di cui parla Anna Momigliano.

Da una parte sembra che le persone famose abbiano sempre più bisogno di una figura professionale che consigli loro come esprimersi sui social: cosa evitare, come comunicare qualcosa nel modo più efficace e rispettoso possibile. Dall’altra si potrebbe pensare che una festa come quella di Fedez sia stata architettata proprio per creare polemica, dando modo ai Ferragnez di sottolineare i loro “valori”. In questo scenario da incubo, perfino i Ceo sarebbero caldamente invitati a sbroccare sui social: tutto per illudere noi – che ci offendiamo, insultiamo, perdoniamo, insomma, siamo engaged (niente ci chiama all’azione come l’odio o il bisogno di difendere qualcosa che amiamo) – che un minimo di libertà esista ancora.

Per approfondire: La celebrità e la malattia su Instagram, Storie di leader che sbroccano

Perché ci offendiamo facilmente

In una società equa, la gente diventa permalosa. E forse va bene così.