Taranto, l’obiettivo smart city? Una chimera per ora irranguingibile

Politica & Diritti

di Monica Montanaro

Il capoluogo jonico nelle classifiche che registrano la situazione delle citta’ italiane scivola agli ultimissimi posti per fattore poverta’, tasso di crescita economica, occupazione, cultura, turismo

Volendo tracciare un quadro dell’andamento dell’economia tarantina si può affermare che l’economia locale presenta esigui segnali positivi, come l’aumento del valore aggiunto (0,5%) e le localizzazioni imprenditoriali in lieve crescita nei numeri, ma complessivamente i dati non sono affatto confortanti e devono spronare a far riflettere sulle strategie da approntare repentinamente per rilanciare il nostro territorio, ossia il territorio tarantino, cosicché il modello di sviluppo della città jonica è un modello di sviluppo obsoleto non più applicabile alle sfide che l’economia attuale pone.

 I segnali di apertura dell’imprenditoria tarantina al ciclo economico esterno non disertano ma sono insufficienti, Taranto cresce meno di altri contesti, sia rispetto alla Puglia che al complesso dell’Italia, e ciò dipende prevalentemente dal fatto che le nostre politiche economiche continuano a dipendere  dalla grande industria. Vi è una lieve crescita delle unità produttive nel totale registrate negli ultimi anni rispetto al corrispettivo nazionale, ma non confortano invece i risultati relativi alle imprese under 35 che si rilevano in calo.

I giovani constatando l’eterna inefficienza del sistema economico meridionale, e nella fattispecie quello dell’hinterland tarantino, prediligono la soluzione di esportare le proprie idee innovative, il proprio capitale immateriale ed anche quello materiale, all’estero, in ambiti sociali più fertili anche per il fattore della fiscalità, ad incentivare l’imprenditoria giovanile. Le start up di nuova ideazione iscritte nel registro delle imprese di Taranto sono di numero inconsistente, dunque i giovani fuggono dal territorio tarantino e gli effetti di tale fenomeno si riverberano sulla dimensione demografica, difatti la popolazione invecchia, tale depauperamento sociale avrà nel proseguo temporale una ricaduta sull’attività economica del contesto tarantino e si rifletterà inevitabilmente sulle prospettive di sviluppo del territorio sempre più compromesse.

Dunque se il valore aggiunto pro capite cresce lo si deve esclusivamente alla diminuzione demografica .

Il tenore sconfortante e il clima di sfiducia si riscontra anche nel settore dell’istruzione, è basso, infatti,  anche il numero dei laureati tarantini rispetto al contesto nazionale, tale dato è indicativo della mancanza di attenzione e di un investimento scarso in cultura, un ambito sul quale invece si dovrebbe lavorare maggiormente, apponendo le speranze di rinascita per Taranto.

Se ne deduce che il valore aggiunto del sistema produttivo culturale a Taranto lo si attesta a delle percentuali minime, praticamente il più basso in Puglia, mentre il dato nazionale è molto più consistente  pari ad un circuito su cui gravitano 80 miliardi di euro.

Taranto non promette sul versante turismo, pena le lacune nella capacità di attrazione della componente straniera. Gli esercizi complementari crescono mentre non avviene analogamente per il complesso delle strutture alberghiere. Difatti nel totale la spesa turistica decresce nell’ultimo decennio.

Allarmanti le cifre che fotografano la situazione dell’occupazione a Taranto, la disoccupazione giovanile si registra oltre il 60%, mentre il dato nazionale oscilla intorno ad un 40% , qualche segnale di ripresa lo si riscontra soltanto nell’ambito dell’occupazione femminile.

Nelle classifiche estese a livello nazionale riguardanti la descrizione della situazione contemporanea delle città italiane, nella fattispecie quelle riportanti i dati sulle smart city, ossia le città con il più alto tasso di vivibilità interna, i risultati di tali classifiche fanno emergere una spietata fotografia di Taranto, che risulta una delle città in cui la povertà incide maggiormente sulla condizione generale della popolazione, con il triste primato nelle classifica delle città con la peggiore efficienza energetica, altresì in fondo alla graduatoria anche per il fattore di crescita economica; Milano invece compare al primo posto come migliore tenore di vita.

In tali classifiche si considerano molteplici indicatori relativi alle città urbane assunte come riferimento, molteplici variabili-indicatori, ad esempio vengono analizzati più di cento indicatori come la banda ultra larga, la pubblica amministrazione social, la pianificazione mobilità, il bike sharing, il coworking.

Considerando il rating principale relativo alle città più smart, ovvero quelle più prossime ai target globali di sviluppo sostenibile, nelle relative classifiche combinando i vari indicatori, Taranto ne risulta posizionata agli ultimissimi posti, precisamente negli ultimi dieci posti, su un centinaio di capoluoghi considerati Taranto si attesta tra il 90° e il 100° posto tra i casi esaminati.

Tra i vari indicatori inseriti, non affatto eccezionali, ad esempio per quanto concerne la classifica incentrata sul fenomeno della povertà solo le città di Brindisi, Vibo e Reggio Calabria precedono Taranto in tale graduatoria sul fattore  povertà. Il tasso di povertà è calcolato in base a nove indicatori: la sofferenza economica, popolazione a rischio povertà, disagio abitativo, sfratti, emigrazione ospedaliera, cura infanzia, assistenza anziani, personale sanitario, accoglienza e fanalino di coda per l’efficientamento energetico. Taranto, invece, scivola all’80° posto per quanto riguarda il dato occupazione, mentre per quello inerente la cultura e il turismo addirittura declassa al 90° posto. Posizionamento negativo anche sul piano rifiuti urbani, ovvero al 90°, mentre per gli abitanti di Taranto, Crotone e Caltanisetta i metri quadri di verde disponibili sono meno di tre.

La crisi industriale di Taranto ha fatto crollare dagli anni scorsi i traffici del porto del capoluogo jonico tarantino. Si riversano anche sul porto le difficoltà in cui versano le grandi attività industriali a Taranto, ossia il settore siderurgia e raffinazione petrolifera, con l’Ilva che opera ad un livello di produttività scarso rispetto alle sue potenzialità, si comprimono in tal modo il traffico generale e sbarchi soprattutto.

I dati recenti dell’Autorità di sistema portuale del mar Jonio riportano che durante l’anno 2017  si è verificato un calo generale del 12,2% dunque un’ulteriore segno negativo, dopo quello degli ultimi anni.

Quindi gli indicatori positivi sono pochissimi rispetto a tutti gli altri che presentano invece un pesante segno meno. Anche se i numeri del 2017 inducono al pessimismo la situazione del porto di Taranto non è completamente compromessa. Nell’ultimo anno, infatti, sono stati ultimati due interventi rilevanti con l’obiettivo del rilancio e del riposizionamento competitivo dello scalo, concernenti l’ammodernamento di ulteriori 600 metri del molo poli settoriale e l’inaugurazione della strada dei moli.

Infine una spinta propulsiva al porto potrebbe arrivare con la movimentazione dell’acciaio da adoperare per la copertura dei parchi minerali dell’Ilva, il cui cantiere è stato avviato il 1° febbraio scorso, lo stabilimento siderurgico di Taranto fornirà una quantità ammontante alle 60.000 tonnellate che Cimolai, la società scelta per la copertura dei parchi in questione, dovrà trasportare logisticamente negli stabilimenti del Friuli in una prima fase per la lavorazione e poi riportare nuovamente a Taranto per il montaggio conclusivo.