
Galleria Vento Blu – Una fenditura nel presente, una dichiarazione che non urla, ma insiste, che non si limita a nominare il conflitto, ma sceglie di attraversarlo con gli strumenti dell’arte. Il 14 marzo, negli spazi della Galleria Vento Blu di Polignano a Mare, l’espressione “NO WAR” si trasforma in un campo di tensione visiva e concettuale, in una riflessione partecipata sul presente e sulle possibili implicazioni derivanti dalle nostre azioni e lo fa riunendo le opere di Liu Bolin, Vito Difilippo e Gehard Demetz in un confronto poetico e necessario.
NO WAR
In un tempo in cui l’immagine è sovrapproduzione, consumo immediato, saturazione dello sguardo, NO WAR sceglie di rallentare e di scavare. Non offre risposte semplici né slogan rassicuranti, ma costruisce uno spazio in cui la figura umana, la materia e il gesto artistico diventano strumenti critici per interrogare la violenza sistemica, l’annullamento dell’identità, la fragilità esposta dei corpi. La guerra evocata non è soltanto quella armata: è conflitto interiore, è tensione tra individuo e sistema, tra natura e artificio, tra infanzia e perdita.
La mostra
Per la mostra del 14 marzo, la Galleria Vento Blu costruisce dunque un dispositivo espositivo che è, prima ancora che una semplice collettiva, una presa di posizione sullo statuto dell’immagine e della figura nel nostro tempo. Le quattro opere di Liu Bolin, insieme alla ricerca pittorico-materica di Vito Difilippo e alle nuove sculture lignee di Gehard Demetz, non si limitano a coabitare uno spazio, ma attivano un dialogo serrato attorno ai temi della presenza, della vulnerabilità e della trasformazione.
Se Bolin ha fatto della sparizione una forma di resistenza, mimetizzando il proprio corpo fino a dissolverlo nel tessuto urbano o simbolico che lo circonda, Difilippo opera un gesto speculare e opposto: riporta la materia a una visibilità pulsante, caricandola di una tensione organica che vibra tra astrazione e memoria territoriale. Demetz, da parte sua, sospende la figura in una condizione di enigma trattenuto, scavando nel legno una fragile epifania dell’infanzia e dell’identità.
Tre linguaggi, tre geografie, tre temperature espressive diverse si intrecciano in una partitura comune: il corpo come campo di conflitto e di riconciliazione, la materia come luogo di verità, la ferita come varco.
L’allestimento
L’allestimento si configura come un attraversamento progressivo di stati: dall’invisibilità alla saturazione, dal silenzio all’urgenza, dalla superficie alla profondità. Nelle opere di Liu Bolin, la figura umana – spesso l’artista stesso – si offre come superficie pittorica, diventando schermo e al tempo stesso denuncia. L’immagine fotografica non documenta soltanto una performance, ma cristallizza un atto politico: il soggetto si annulla per rendere evidente ciò che il sistema tende a occultare.
Nel lavoro di Bolin, la mimetizzazione non è mai puro virtuosismo tecnico, bensì gesto di disobbedienza silenziosa. Il corpo, dipinto fino a confondersi con lo sfondo, diventa il luogo di una contraddizione in cui presenza e assenza coesistono. Questa ambivalenza costringe lo spettatore a un esercizio di attenzione, a cercare ciò che non è immediatamente dato. L’invisibilità diventa così una forma di resistenza, un modo per denunciare la cancellazione dell’individuo all’interno di sistemi economici, politici e culturali che tendono all’omologazione.
Le opere
Le opere presentate risultano essere esiti di una performance lenta, meticolosa, quasi rituale in cui la pittura sul corpo precede lo scatto, in cui il tempo dell’azione si condensa nell’istante fotografico. Ne risulta un’immagine stratificata in cui pittura, corpo e spazio urbano si fondono in un unico piano visivo che chiede di essere attraversato con lo sguardo per coglierne la sua complessità.
La pratica di Bolin interroga radicalmente l’identità contemporanea, lasciando che il soggetto, confondendosi con il contesto, sperimenti una sorta di perdita identitaria. La dissoluzione, percepita non come annientamento, bensì come trasformazione, trasforma l’artista in paesaggio, in merce, in archivio, in atto di denuncia che attiva e sostiene un processo in cui l’individuo anziché scomparire si moltiplica, assumendo le sembianze del mondo che lo circonda e rivelandone le contraddizioni.
Accanto a questa strategia della sottrazione, le tele e le sculture di Vito Difilippo introducono una dimensione di espansione. I suoi acrilici su tela – stratificazioni dense, attraversate da forme organiche e da cromie complesse – trattengono l’energia primaria del paesaggio pugliese e diventano così materia viva, resistente e persistente; le campiture attraversano la tela, si stratificano, si scontrano; le forme organiche emergono come frammenti di un paesaggio interiore che affonda le radici nella Murgia e nel mare pugliese, emancipandosi dalla rappresentazione per farsi vibrazione pura. Una pittura dunque che evoca, pulsa e respira.
Le sculture in pietra segnano un passaggio decisivo nella sua ricerca. Il sasso – elemento primario, archetipo di stabilità – viene incrinato, contaminato, ferito. In opere come Sasso Rotto o Sasso Nuvola Giallo, la materia dura dialoga con elementi fragili o sintetici, generando un cortocircuito visivo e concettuale. Essere roccia non significa essere interi, ma restare, spezzarsi e scoprire che proprio nella crepa vivono la bellezza e la forza di riprendersi. Il “Sasso” si impone come metafora esistenziale in cui la crepa diventa luogo generativo, in cui nello scarto e nella frattura emerge la possibilità di una nuova identità.
Silicone, spine e vernice spray convivono con la pietra naturale in un equilibrio precario originando una contaminazione strutturale che racconta la condizione contemporanea sospesa tra radicamento e alterazione. Difilippo costruisce un’estetica della coesistenza in cui la materia naturale de-idealizzata viene accettata nella sua vulnerabilità, nella sua esposizione al tempo e all’intervento umano, un’estetica in cui natura e artificio si confrontano in un equilibrio instabile che assume la tensione come dato fertile.
Gehard Demetz
Con Gehard Demetz, il percorso espositivo entra in una dimensione ulteriore, raccolta e perturbante. Le sue figure lignee abitano una zona liminale, emergendo dallo spazio come presenze trattenute colte in un momento di sospensione. L’infanzia – tema ricorrente nella sua ricerca – privata della sua componente nostalgica, diventa soglia, stato di passaggio in cui identità e fragilità si scontrano e si intrecciano, conservando le tracce del tempo, le cicatrici naturali. Demetz rielabora questa memoria, la integra nella forma scolpita rendendo dialogico il rapporto tra la superficie levigata e la materia viva, creando dunque un contrasto sottile tra controllo e imprevedibilità, trasformando così la scultura in un campo di forze silenziose.
Ad emergere, osservando e analizzando le opere in mostra, è una vulnerabilità non esibita, ma suggerita, un dettaglio, un taglio, un elemento inatteso che incrina l’armonia della figura. Lo spettatore è così chiamato a sostare, a misurarsi con una tensione che senza esplodere, permane. In questa sospensione si avverte la cifra più profonda della ricerca di Demetz: la capacità di rendere visibile l’invisibile, di dare forma a ciò che normalmente resta sotto la superficie.
La fragilità non è un limite, ma una possibilità di trasformazione.
di Alessia Pietropinto
GALLERIA D’ARTE VENTO BLU – Via Conversano, 14, Polignano A Mare (BA)
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