
Ospedali – La riconversione di un presidio ospedaliero in Presidio Territoriale di Assistenza (PTA) significa, fondamentalmente, la cessazione delle sue funzioni in quanto ospedale per acuti e la trasformazione della struttura in un presidio dedicato all’assistenza territoriale.
In un Presidio Ospedaliero riconvertito in Presidio Territoriale di Assistenza non scompaiono tutti i servizi sanitari, ma al suo interno non operano più un pronto soccorso, i reparti di ricovero per emergenze non programmate, un punto nascita, una pediatria, una ortopedia e, più in generale, tutte le principali funzioni ospedaliere destinate alle acuzie.
Al loro posto restano o sono attivati servizi ambulatoriali specialistici, di diagnostica, per la continuità assistenziale, attività territoriali della Azienda Sanitaria Locale di riferimento ASL, assistenza di prossimità e, in parte, domiciliare. Si tratta di servizi rilevanti ed essenziali per la presa in carico degli assistiti.
Le criticità
La criticità emerge quando l’evento non è programmabile: un infarto, un trauma, una complicazione improvvisa, un’urgenza ostetrica, una crisi respiratoria. In tali casi non è più rilevante la sola prossimità territoriale dei servizi di assistenza, diviene essenziale la disponibilità immediata di un presidio ospedaliero attrezzato per l’emergenza. Se l’ospedale non c’è più occorre raggiungerne un altro nel minor tempo possibile, percorrendo i chilometri che separano dal pronto soccorso e dai reparti di ricovero più vicini.
Il calo demografico è generalizzato, tuttavia, guardando a dati apparentemente neutri, come quelli sulle nascite, le statistiche demografiche riportano 338 nati residenti a Trani nel 2024, ma questo dato non indica affatto il luogo fisico del parto. Nei dati demografici ISTAT, infatti, la voce “nati” si riferisce ai bambini residenti nel comune della madre, non all’ospedale in cui il parto è avvenuto. Ciò significa che quei 338 bambini sono figli di madri residenti a Trani, ma sono nati in ospedali di altri comuni, perché a Trani non esiste più un reparto di ostetricia e ginecologia per le nascite.
Trani
È questa la condizione in cui si trova oggi una città capoluogo di provincia come Trani, che non dispone più da anni di un presidio ospedaliero per acuti. Una situazione che appare anomala per una città di questo rango amministrativo e di tali dimensioni. Tra gli atti principali che hanno determinato questo assetto vi è la DGR della Regione Puglia n. 1933 del 2011, adottata nel quadro del contenimento della spesa sanitaria e del riordino della rete ospedaliera regionale, che prevedeva la riconversione di alcuni ospedali considerati “minori” in PTA.
In tale contesto, un ospedale, sorto anni addietro in una città con oltre 50 mila residenti, è stato classificato come presidio minore e trasformato in struttura territoriale.
Tale trasformazione si inserisce in un processo più ampio di riorganizzazione sanitaria che ha interessato numerose regioni italiane dopo la crisi finanziaria del 2008. In quel periodo, le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno portato alla chiusura, riconversione o riduzione di molte strutture ospedaliere.
In teoria, tali processi vengono spesso analizzati con argomenti di efficienza: concentrare i ricoveri in ospedali più grandi, aumentare i volumi di attività, migliorare la qualità delle prestazioni grazie alle economie di scala e di scopo.
Tuttavia, questa logica non è priva di costi, soprattutto quando riguarda territori comunali che perdono l’accesso rapido in caso di emergenza.
Gli studi
Uno degli studi più rilevanti e recenti, su questo tema, è quello di Simone Ghislandi, Anna-Theresa Renner e Nirosha Elsem Varghese, pubblicato nel 2025 sul Journal of Health Economics, dal titolo The impact of budget cuts on individual patient health: Causal evidence from hospital closures.
Lo studio analizza gli effetti delle chiusure ospedaliere sulle condizioni di salute dei pazienti in Italia, concentrandosi in particolare sui ricoveri per infarto miocardico acuto (AMI) nel periodo 2008- 2015.
Attraverso l’utilizzo di dati relativi ai ricoveri ospedalieri e mediante l’applicazione di un modello econometrico difference-in-differences, gli autori verificano gli esiti per i pazienti ricoverati se residenti in comuni colpiti dalla chiusura del proprio ospedale, confrontandoli con quelli provenienti da aree non interessate da tali chiusure o riconversioni.
I risultati mostrano che la chiusura degli ospedali è associata a un aumento non irrilevante della mortalità intra-ospedaliera nei pazienti colpiti da infarto: circa 0,7 punti percentuali, corrispondenti ad un incremento di circa il 10% rispetto al tasso medio di mortalità osservato. Lo studio rileva inoltre un aumento della durata media della degenza di circa 0,3 giorni.
Fattore di mortalità
L’aspetto più importante del lavoro, però, non è soltanto la misurazione dell’effetto, ma l’individuazione del meccanismo causale. Gli autori mostrano che il principale fattore responsabile dell’aumento della mortalità è l’incremento del tempo necessario per raggiungere l’ospedale più vicino.
In altre parole: quando un ospedale viene chiuso o riconvertito e perde la sua funzione per acuti, i pazienti impiegano più tempo per arrivare dove possono ricevere le cure necessarie. E nel caso dell’infarto il tempo è determinante in quanto anche ritardi alquanto contenuti possono incidere sulla sopravvivenza del paziente e sull’esito complessivo del ricovero.
Lo studio suggerisce anche che una parte degli effetti negativi potrebbe manifestarsi prima dell’arrivo in ospedale: in alcuni contesti, dopo la chiusura, si osserva una lieve riduzione del numero di pazienti che riescono a raggiungere il ricovero. Tuttavia, tale suggerimento va analizzato con prudenza: non si tratta di una misurazione diretta della mortalità pre-ospedaliera, ma di una ipotesi avanzata dagli autori come spiegazione plausibile ma indiretta di una parte del fenomeno.
Pazienti anziani più esposti
Un altro elemento, che lo studio ritiene di rilievo, riguarda la distribuzione degli effetti. Le conseguenze delle chiusure ospedaliere, infatti, incidono in modo differente tra i degenti. Lo studio evidenzia che l’aumento della mortalità è più marcato tra i pazienti anziani, tra le donne e nelle regioni dell’Italia meridionale, dove l’aumento delle distanze e dei tempi di percorrenza, per raggiungere le strutture ospedaliere, tende ad essere maggiore. Questo comporta la definizione di politiche di razionalizzazione dell’offerta sanitaria che rischiano di amplificare disuguaglianze territoriali e demografiche già esistenti.
Il quadro che emerge dallo studio è chiaro: le politiche di riorganizzazione ospedaliera devono certamente far rientrare tra i parametri di scelta la sostenibilità economica del sistema sanitario, ma non possono essere valutate solo sulla base del contenimento della spesa. Devono inserire anche un altro parametro, altrettanto fondamentale: l’accessibilità alle cure di emergenza.
I ricoveri non possono essere sempre programmabili. Non tutte le patologie consentono attese, trasferimenti su lunghi percorsi o concentrazione dei servizi in pochi grandi poli ospedalieri. Vi sono situazioni in cui anche pochi minuti fanno la differenza tra la vita e la morte, mettendo in dubbio i modelli teorici di efficienza.
Per questo, una riduzione eccessiva della densità ospedaliera sul territorio può comportare costi molto elevati in termini di salute pubblica, di vite umane, soprattutto nel caso delle patologie acute e tempo-dipendenti. Il problema non è più solo tecnico o economico, ma diviene anche una questione civile e politica. Il costo umano di tali scelte, anche se ritenuto compatibile e valutabile in una analisi costi-benefici, è difficile da accettare. E lo è ancora di più se si prova a guardare la questione non come un dato statistico, ma come un rischio che potrebbe riguardare ciascuno di noi.
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