
Alle 22:00 inizia lo spettacolo e finisce il rispetto per il telespettatore ‘pagante’!
di Gregorio Scribano
C’erano una volta solo due canali tv della Rai, il Primo e il Secondo, e all’ora di cena iniziava davvero la “prima serata”. Si partiva con le previsioni del tempo, poi il telegiornale, quindi Carosello e, subito dopo, il film o il programma in palinsesto, senza interruzioni pubblicitarie. Era un appuntamento familiare, un rito collettivo che cominciava poco dopo cena e si concludeva ad un’ora compatibile con la vita di chi, il giorno seguente, sarebbe tornato al lavoro o a scuola.
Oggi, accendendo Rai 1, quello schema appare profondamente cambiato. La prima serata prende il via quando, per molti italiani, la giornata dovrebbe già avviarsi alla conclusione: il film o il programma di punta iniziano intorno alle 21:50, se non oltre, dopo l’immancabile, stucchevole e interminabile appuntamento con i “pacchi” di Affari tuoi!
È vero: i tempi sono cambiati e le giornate si sono allungate per i mille impegni. Ma se questo è il prezzo da pagare, il costo rischia di essere troppo alto. A quell’ora milioni di cittadini hanno già affrontato una lunga giornata di lavoro, studio, incombenze familiari e pendolarismo. Eppure, per seguire integralmente un film o un grande evento televisivo, devono mettere in conto di arrivare serenamente alla mezzanotte, se non oltre.
In altre parole, il normale cittadino-telespettatore che desideri conoscere il finale di un film trasmesso su Rai 1 deve spingersi fino a notte fonda. E, nella stragrande maggioranza dei casi, quel telespettatore è anche un lavoratore che la mattina si alza presto e non può permettersi di fare le ore piccole.
A quel punto il titolo stesso del gioco dei “pacchi” sembra quasi suonare come un monito: “E adesso sono… Affari Tuoi”.
Non a caso, molti finiscono per crollare sul divano, addormentandosi con il telecomando ancora in mano.
Ora non si tratta di una crociata contro un singolo programma né di una sterile nostalgia per il passato. Il punto è un altro: ripensare una scelta editoriale che incide concretamente sulle abitudini di milioni di persone. È una questione di rispetto del pubblico, ‘pagante’.
La Rai, infatti, non è una rete privata qualsiasi. È il servizio pubblico radiotelevisivo. Si finanzia con la pubblicità, certo, ma anche con un canone obbligatorio che i cittadini pagano attraverso la bolletta elettrica, già di per sé onerosa. È dunque legittimo chiedersi quale servizio venga realmente offerto se i contenuti di punta sono collocati in una fascia oraria poco compatibile con la vita quotidiana di chi lavora.
Il paradosso si accentua ulteriormente quando, dopo aver atteso fino alle 22:00, il telespettatore deve fare i conti con interruzioni pubblicitarie frequenti e prolungate. La visione diventa frammentata, dilatata, estenuante. Un film che potrebbe concludersi in due ore si trascina ben oltre, sottraendo tempo al riposo e trasformando l’intrattenimento in una maratona notturna.
La televisione pubblica dovrebbe essere un punto di riferimento, non un ostacolo. Dovrebbe favorire l’accessibilità dei contenuti, non selezionare implicitamente il proprio pubblico in base alla resistenza al sonno. Anticipare l’inizio della prima serata alle 21:00 – come avviene in molte altre realtà europee – non rappresenterebbe una rivoluzione, ma un segnale concreto di attenzione verso chi sostiene economicamente il sistema.
Se la “prima serata” comincia quando la giornata è già finita, forse è arrivato il momento di domandarsi per chi, davvero, quella serata sia stata pensata.
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