
Milena Melchiorre si racconta a CORRIERE PL

Milena Melchiorre è una cantautrice e studentessa di Filosofia, nata nel 2004 e originaria di Giulianova, cittadina abruzzese affacciata sul mare. Attualmente studia Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, percorso che riflette la sua naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé e del mondo.
Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per ordinare i pensieri e dare forma alle emozioni. Con il tempo, la scrittura si è intrecciata alla musica, dando vita a una voce artistica autentica e personale. La chitarra accompagna costantemente il suo percorso creativo, dalle prime composizioni ai contesti live.
Negli ultimi anni ha portato la propria musica in eventi e serate locali, partecipando anche al Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.
Il 10 dicembre 2025 segna l’uscita del suo primo album, Punto a Capo, prodotto dall’etichetta Cinemusicanova, con il contributo di Nuovo IMAIE.
Hai scelto di scrivere, musicare e interpretare tutto l’album: è stata una forma di protezione o di esposizione totale?
È stata una forma di esposizione totale, anche perché scrivendo e musicando i miei brani esce la mia identità che è quella che vorrei arrivasse. In più sono molto gelosa dei miei testi e per come immagino un brano, come se la storia dovesse avere quell inizio quello svolgimento e quella fine… per essere coerente con quello che canto e espongo devo esserne sicura al cento per cento perché alla fine la parte più vera è la storia di ogni brano che rappresenta l’artista.
Scrivi da quando eri bambina, quando hai capito che quelle parole potevano diventare canzoni?
Quando ho iniziato a suonare la chitarra fin da piccola ho da subito cominciato a musicare le mie parole e piano piano questo è stato un meccanismo che è nato di per se iniziando a scrivere e a musicare ogni brano in simbiosi.
In “MARE” l’abbandono sembra un atto di coraggio. Cosa ti spaventa di più dell’infinito?
Il realtà l’infinito mi affascina, mi spaventa la paura di per se e l’assenza di emozioni (l’apatia)
Pensi che la musica possa ancora creare spazi di lentezza per la tua generazione?
A me piace definire il brano per la storia che voglio raccontare e portarla all’ascoltatore… credo che non si tratti di valutare la lentezza o la velocità ma l’impatto.
In “Dentro un lunedì” la quotidianità diventa quasi soffocante. Quando hai iniziato a percepire questo scarto?
In realtà è come se diventasse quasi soffocante, fino a quando la protagonista non si rende conto che quelle sensazioni di monotonia le sarebbero rimaste per sempre come un “ricordo indelebile”
La fragilità può sopravvivere in una realtà che corre così forte?
Per me non sopravvive…
È qui che secondo me sta l’imbroglio della società e della vita “di corsa” : a volte non ci si guarda neanche allo specchio per capire chi si è veramente per accettarsi interiormente e piangere ed è proprio così che si perde la direzione della corsa. Una persona corre ma non sa dove sta andando, è questo il rischio di non guardare in faccia le fragilità, non saperle più distinguere, perché non le riconosciamo più come punto di forza.
“Mi sono permessa…” chiude l’album con una resa che diventa libertà. A cosa ti sei permessa di rinunciare?
Ho rinunciato al silenzio, che mi risulta più semplice.
Ho sempre preferito ascoltare perché è come se non mi reputassi all’altezza di affrontare un discorso davanti ad altre persone, ma è proprio qui che ho liberato quella parte di me imprigionata dalla vergogna. Quella sensazione del tempo che attraversa le parole viene abbattuta dalla vivace voglia di parlare attraverso il brano. Questo è un brano che sento molto, perché mi sento ad oggi di aver più consapevolezza di ogni singola mia parola e di poterla manovrare ed esprimere come mi






