
di Gregorio SCRIBANO
2026: anno decisivo – Il 2026 si profila come un anno cruciale per Giorgia Meloni e per il suo futuro politico. Sarà, con ogni probabilità, l’anno della verità per la premier e per il progetto che l’ha portata a Palazzo Chigi. Un anno che concentra referendum, possibili riforme istituzionali, tensioni sociali irrisolte e l’avvicinarsi inesorabile della fine naturale della legislatura. In altre parole, il tempo delle promesse sta per scadere, mentre quello dei risultati è già iniziato.
Il referendum sulla giustizia, atteso nelle prossime settimane, rappresenta il primo banco di prova. Non tanto per il merito del quesito – complesso e divisivo – quanto per il suo valore politico. Un successo rafforzerebbe la leadership della premier e l’immagine di un governo capace di incidere sui gangli dello Stato; una sconfitta, al contrario, aprirebbe una crepa pericolosa nella narrazione di solidità e consenso che Meloni ha finora coltivato. Subito dopo, l’orizzonte si allargherà verso una campagna elettorale lunga e logorante, nella quale ogni scelta – o non scelta – peserà il doppio.
Il problema centrale, però, è un altro: la distanza crescente tra le priorità percepite dagli italiani e l’azione concreta del governo. Sicurezza, salari, pensioni, sanità, scuola, caro bollette e trasporti sono temi quotidiani, materiali, che incidono direttamente sulla vita di chi vive di stipendio fisso o di pensione. Ed è proprio su questi fronti che, secondo una parte consistente dell’opinione pubblica, l’esecutivo ha inciso poco, troppo poco. Al netto degli slogan e delle battaglie identitarie, la sensazione diffusa è quella di un miglioramento che non arriva, o che si manifesta sotto forma di misure frammentarie, percepite come semplici “briciole”.
Qui si gioca la partita più delicata per Meloni. Saprà trasformare il consenso iniziale in riforme strutturali, capaci di incidere davvero sul potere d’acquisto, sul sistema previdenziale, sulla qualità dei servizi pubblici e sulla fiscalità? Oppure il suo governo verrà ricordato come l’ennesimo esecutivo che ha promesso molto e realizzato poco o nulla, travolto dai vincoli economici e dalle proprie contraddizioni interne?
La questione salariale è emblematica, forse la più urgente e simbolica di tutte. I lavoratori italiani continuano ad avere tra gli stipendi più bassi d’Europa, con salari reali erosi dall’inflazione e un potere d’acquisto che negli ultimi anni è addirittura diminuito, un caso quasi unico nel panorama europeo. In questo contesto, parlare di crescita senza affrontare seriamente il nodo dei salari rischia di essere pura retorica. Senza un aumento strutturale delle retribuzioni, senza il rafforzamento della contrattazione e senza una politica fiscale che alleggerisca davvero il peso su lavoratori e pensionati, ogni promessa di rilancio economico resta vuota.
Subito dopo, con pari urgenza, viene la questione previdenziale: senza una riforma più equa e umana, che riporti l’età pensionabile su livelli più vicini alla media europea, il malcontento sociale è destinato ad aumentare.
Lo stesso vale per sanità e sicurezza, settori in cui la percezione di declino pesa quanto – se non più – i dati reali. E sull’immigrazione, cavallo di battaglia della destra, i risultati annunciati faticano a tradursi in una gestione efficace, strutturata e condivisa.
A ciò si aggiunge il nodo fiscale: un sistema che ogni anno registra oltre cento miliardi di euro di evasione e che finisce per colpire sempre gli stessi, pensionati e lavoratori dipendenti, trasformati nel vero bancomat dello Stato.
È vero: l’opposizione appare frammentata e spesso priva di una visione alternativa credibile. Ma contare solo sulle debolezze altrui è una strategia miope. La storia politica italiana insegna che i governi cadono più per ciò che non riescono a fare che per la forza degli avversari.
Il 2026 sarà dunque uno spartiacque. Se Giorgia Meloni riuscirà a portare risultati tangibili nella vita quotidiana degli italiani, potrà presentarsi alle prossime elezioni come una leader che ha mantenuto almeno parte delle promesse. In caso contrario, il rischio è che siano proprio quelle promesse disattese a diventare il fattore decisivo della sua caduta. Perché, alla fine, la politica si giudica sui fatti, non sulla retorica.
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