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“Il fiore della libertà”. Riflessioni di un borghese irregolare

“Il fiore della libertà” - copertina libro

Dialogo con il Prof. Desiderio

“Il fiore della libertà” – In un tempo segnato da conformismo e omologazione, il tema della libertà torna al centro del dibattito culturale e politico. Nel suo ultimo libro Il fiore della libertà”. Riflessioni di un borghese irregolare, edito da Straborghese, Giancristiano Desiderio, saggista, studioso del pensiero filosofico e giornalista, propone una riflessione profonda sul significato dell’essere liberi oggi. Al centro del volume emerge la figura del “borghese irregolare”: un individuo che, pur appartenendo a una tradizione, se ne distacca reinterpretandola in chiave critica e personale.

Ringrazio il Prof. Desiderio per la sua gentilezza e disponibilità nel concedermi questa intervista, che permette di approfondire temi così attuali e stimolanti.

Professore, nel suo libro emerge il tema della libertà come elemento centrale: cosa rappresenta oggi, per lei, la libertà?

Scegliere cosa fare, cosa essere, cosa studiare, cosa consumare, come vivere. Tutte cose che diamo per scontate ma che tanto scontate non sono. Hannah Arendt tagliava corto e diceva che la libertà è movimento, se ti puoi muovere sei libero, se no no. Ma solo qualche anno siamo stati chiusi dentro casa senza poterci muovere. La libertà non deve essere data mai per scontata perché basta davvero poco per ritrovarsi a rimpiangerla”.

Lei utilizza l’immagine del “fiore” per raccontare la libertà, un simbolo spesso richiamato dai filosofi, da Rousseau a Tocqueville, che lo associavano alla delicatezza ma anche alla resilienza della libertà stessa: perché ha scelto questa metafora e cosa vuole trasmettere ai lettori?

Esattamente ciò che ha detto: il fiore è insieme delicato e forte, ha bisogno di cure ed è capace di spuntare spontaneamente sulle dure rocce. Il libro è una raccolta di miei scritti curata da Federico Bini, lo stesso editore di Straborghese, che ha scelto i testi fior da fiore”.

Nel libro compare la figura del “borghese irregolare”, un individuo che, pur appartenendo a una tradizione, se ne distacca in modo critico: cosa significa esattamente questa espressione?

L’irregolarità del borghese che sono consiste nella necessità, che la borghesia deve maturare, che la libertà va difesa anche con la cultura e che la cultura è proprio frutto di lavoro, anche di duro lavoro. La limitazione dei poteri è il frutto di una cultura della libertà che smonta i miti che sempre nascono, o in modo spontaneo o in maniera artefatta, nella vita civile e democratica”. 

Viviamo in una società sempre più omologata: quanto è difficile oggi essere “irregolari” senza rinunciare alla propria libertà?

Irregolari può significare anche essere regolari, metodici, lavoratori. Perfino studiare. Recuperare una tradizione di studi critici senza la quale alimentare, conservare, innovare la vita libera diventa difficile”. 

Nel suo pensiero c’è un richiamo alla libertà individuale cara alla tradizione liberale: quanto ritiene che questi valori siano ancora attuali nel contesto contemporaneo?

La libertà riguarda sempre l’individuo, gli individui. La libertà è per sua natura plurale. Ed è sempre una forma di lotta rispetto a un potere – non per forze politico – di invadere la vita altrui e omologarla, sistemarla, ridurla. La libertà si porta dietro responsabilità e fatica. Per questo in Italia spesso si preferisce alla libertà individuale la sicurezza statale che diventa un alibi per sottrarsi ai propri doveri. La libertà implica il dovere prima dei diritti”. 

Isaiah Berlin distingue tra libertà negativa e positiva, concetti che permettono di distinguere tra assenza di vincoli e possibilità concreta di realizzare le proprie capacità: come vede questa distinzione nel panorama politico e culturale italiano odierno?

La libertà è senz’altro libertà negativa ossia la non ingerenza del potere statale nella vita individuale. Nella libertà positiva, che è l’autodeterminazione, si nasconde la antica dottrina dell’Io vero secondo la quale in ogni uomo c’è un “io vero” che qualcuno può conoscere meglio dell’individuo e così imporgli le scelte giuste che deve fare. Ma in entrambi i casi, sia la libertà negativa sia la libertà positiva, rimangono delle teorie alle quali si può opporre o aggiungere la libertà storica effettivamente esistente secondo modi, situazioni, uomini del momento presente. Ciò che realmente conta è persuadersi che la teoria della libertà è una forma di conoscenza storica che limita il potere perché non c’è nessuno – né un uomo, né uno stato, né un partito, né una chiesa, né una scienza – che possa essere detentore di una forma di conoscenza superiore in grado di superare una volta e per sempre il conflitto che caratterizza la condizione umana e la rende di per sé plurale”.  

Professore, secondo Lei, il rischio maggiore oggi è perdere la libertà o perdere il coraggio di essere diversi?

Essere sé stessi è già essere diversi. L’individuo si porta dietro qualcosa di unico, ciò che icattolici chiamano persona. La libertà è la precondizione per essere diversi ma, in fondo, si fonda sempre sul coraggio, ciò che una volta si chiamava fortezza. In fondo, teorizzare la libertà è relativamente facile; ciò che è decisivo è essere liberi e avere il coraggio di esserlo quando arriva il momento. E il momento arriva sempre”.  

La libertà non è solo un concetto teorico ma anche pratico, come suggerisce Amartya Sen, economista e filosofo indiano, con il concetto di “capabilities”: può fare un esempio concreto di come il “borghese irregolare” possa agire nella vita quotidiana o nel contesto politico?

Per esempio chiedendo e volendo la libertà della scuola e non pensare che la scuola sia soltanto la scuola statale. Per esempio non invocare sempre lo stato – lo Stato – in ogni circostanza perché il più delle volte l’intervento statale non è la soluzione ma il problema. Per esempio superando la società degli Ordini professionali, che sono soltanto corporazioni, e accettando che non c’è libertà senza rischio e che la pretesa più sciocca è quella di ritenere che ci possa essere crescita personale e sociale senza rischio, innovazione, creatività conquistate sul campo”. 

Nel delineare il concetto di libertà, quali figure storiche o pensatori, da Croce a Cavour, hanno influenzato maggiormente la sua visione e come si riflettono nel libro?

Beh, prima di tutto figure familiari come quelle di mio nonno e di mio padre: il primo uno studioso, il secondo un imprenditore. Poi senz’altro l’opera di Croce è stata per me fondamentale perché appresa da autodidatta e non c’è nulla di più formativo della “religione della libertà” da un lato e della necessità di imparare risolvendo i drammi e i problemi della nostra vita”.

Infine, quale messaggio principale si sente di dare ai lettori, soprattutto ai più giovani, sul valore della libertà oggi, considerando l’eredità dei grandi filosofi che hanno affrontato questo tema?

Che la libertà è sempre lotta per la libertà ed è il presupposto degli altri valori, compresi giustizia ed eguaglianza”. 

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