
di EMANUELE TAGLIENTE studente della 5A scientifico del Liceo Quinto Ennio Ferraris di Taranto
Riders – Pochi giorni fa, la Procura di Milano ha disposto d’urgenza il controllo giudiziario nei confronti della società di delivery del colosso spagnolo di Glovo, la Foodinho srl.
Secondo le indagini, la società “sfrutta la manodopera, approfittando dello stato di bisogno dei riders” prevalentemente stranieri, con delle retribuzioni che, in alcuni casi, risultano “inferiori dell’81% rispetto alla contrattazione collettiva e fino al 76% in meno della soglia di povertà”.
Tali compensi non garantiscono ai riders una “esistenza libera e dignitosa”, come previsto nell’articolo 36 della nostra Costituzione.
L’accusa, quindi, nei confronti dell’amministratore unico Pierre Miquel Oscar è di caporalato.
In particolare diciotto riders sui ventiquattro considerati risultano sotto la soglia di povertà di cinquemila euro annui in media, ma si arriva fino a 11.700-12.400 euro.
Va inoltre considerato che i redditi di lavoro autonomo dichiarati dai fattorini sono stati conseguiti “svolgendo attività lavorativa con una disponibilità oraria media di 9/10 ore giornaliere per almeno sei giorni la settimana, per un totale medio di circa 54/60 ore settimanali, ben oltre, dunque, il normale orario di lavoro settimanale (40 ore), di un lavoratore subordinato”.
I riders non sono di fatto lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA per aggirare diritti, tutele e contratti.
L’organizzazione del lavoro dei riders è interamente nelle mani delle piattaforme: turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari.
Il modello delle piattaforme di food delivery si fonda su uno sfruttamento sistematico, reso possibile dalla classificazione fraudolenta dei riders come lavoratori indipendenti.
Quindi:
- guadagni mensili intorno ai novecento euro lavorando ogni giorno
- turni lunghi, anche fino a dodici ore
- pagamenti variabili e incerti
- spese di lavoro – come la bicicletta – interamente a carico dei rider
RIFLESSIONI
Una domanda potrebbe mettere in discussione le nostre comodità, che spesso diamo per scontato: cosa c’è dietro quella notifica sullo smartphone che ci avvisa che la cena è arrivata?
Ogni consegna racconta una scelta collettiva: quanto vale il lavoro che rende possibile la nostra comodità? Prezzi bassi e consegne rapidissime hanno un costo nascosto.
E spesso quel costo è pagato da chi pedala sotto la pioggia, nel traffico, di notte. E’ veramente necessario far arrivare un fattorino dietro la nostra porta per evitare di uscire dal calduccio della nostra casa? Ma adesso, cosa può cambiare con questo intervento giudiziario? Speriamo tanto, ma la vera svolta ci sarà quando ci saranno regole più forti, controlli efficaci e una consapevolezza diversa da parte di tutti.
Parlare di sostenibilità oggi significa non parlare solo di ambiente, ma anche di diritti, equità, giustizia sociale.
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