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Una Scuola all’insegna della riabilitazione

L’alleanza contro la devianza - Luigi Talienti - Dirigente Scolastico
Luigi Talienti - Dirigente Scolastico

di Luigi Talienti

La riabilitazione, sancita dall’art. 27 della Costituzione, non deve essere relegata al ruolo di mera declamazione verbale, ma, deve essere linfa di speranza e baluardo di resilienza, in quanto anche, attraverso un ravvedimento operoso e certificato, si possono costruire le piattaforme legalitarie del domani.

Anche in questo percorso e, più in generale in tutti i luoghi di emarginazione, la Scuola assume ruolo fondante, ponendosi al centro di un auspicato processo di rinascita individuale e collettivo.

Ogni persona ricondotta nell’alveo educativo, al di là della perseverante percezione utopistica, rappresenta un primo ‘step ‘ di rinascita o, quantomeno, un primo segnale da cogliere, gestire, curare e rafforzare nell’agito quotidiano. La Scuola, pertanto, non è sede fisica, ma, ancor di più, è culla di relazione, confronto e condivisione, ove l’errore viene riconosciuto in quanto tale e analizzato, alla ricerca della fecondità della speranza.

Esperienza all’interno di una struttura carceraria

Personalmente ho vissuto l’onore di vivere l’esperienza professionale, come docente, all’interno della Struttura Carceraria, diventando, poi, Assistente volontario, sia dell’Istituto di Pena e sia dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Foggia, ai sensi e per gli effetti dell’art. 78 L.354/75.

Una esperienza condotta a livello professionale ma che ha avuto risvolti a livello umano, fortificando l’essere, soprattutto, nel riconoscimento e individuazione di luoghi di sofferenza, in cui supporto, amore e abnegazione diventano formule curative.

Suscita una certa emozione rievocare un cammino lun­go 21 anni, vissuto all’interno dell’Istituto di Pena di Foggia.

Un percorso intenso, duro, che ha prodotto tante gioie e soddisfazioni.

Essere protagonista di un percorso riabilitativo consen­te al docente di incarnare un ruolo apicale all’interno della struttura carceraria, punto di riferimento educativo per i propri discenti ristretti. Un ruolo che rende nobile l’animo e la coscienza di chi lo esercita con lealtà, probità, impegno e dedizione.

Il fine rieducativo della pena

Queste caratteristiche sono essenziali per il rag­giungimento di quell’obiettivo, evocato in precedenza e statuito dall’articolo 27 della Costituzione, ovvero il fine rieducativo della pena, quale massima estrinsecazione della civiltà di un paese. I Costi­tuenti hanno dato prova di lungimiranza creando un’impal­catura solida al nostro Ordinamento Repubblicano, in cui nessuno possa sentirsi emarginato e in cui ognuno possa sentirsi parte integrante della società civile.

Sulla scorta di tali principi, anche il Legislatore, in epoca successiva, con la Legge n. 354/75 sull’Ordinamento Peni­tenziario, ha confermato tale orientamento. Una pena deve essere espiata non a scopo punitivo, ma, nel rispetto prima­rio dell’aspetto rieducativo, attraverso il quale viene fornita al reo una seconda possibilità di integrazione nell’intorno civile.

Se ciò non venisse attuato, la Struttura Carceraria diventerebbe un luogo in cui troverebbero ospitalità e punizione individui che non potrebbero più identificarsi con il con­cetto nobile di Persona e Cittadino, individui condannati all’oblio dell’emarginazione, senza diritto di replica e di re­denzione.  Aspetto, quest’ultimo, che non può primeggiare in una Società Civile, che deve essere umana e umanizzante.

Il pregiudizio

Molto spesso, purtroppo, emerge il pregiudizio che configura una pena accessoria, non irrorata da un giudi­ce, e che costituisce un “ergastolo civile” senza possibilità di reinserimento, né liberazione anticipata. Una condanna duratura, senza appello. Un’emarginazione civile che può essere sovvertita solo attraverso una campagna di forte sen­sibilizzazione della compagine civile, attraverso la quale, far comprendere che chi è caduto in errore ed ha la forza di rialzarsi ha il diritto di riprendere un cammino civile, al pari di chi non ha mai patito il dolore dell’errore, nel rispetto del principio di uguaglianza statuito dall’articolo n. 3 della Costi­tuzione.

I Costituenti indicano la strada maestra che deve essere percorsa non solo formalmente, ma, nell’essenza della so­stanzialità.

Questa testimonianza arriva da chi per 21 anni ha vis­suto il carcere con intenso impegno ed ha avuto modo di osservare e ascoltare storie personali dolorose che, certo, non costituiscono una scriminante dell’errore, ma vogliono rappresentare uno stimolo alla riflessione.

Solo così il carcere non sarà “pensato” come luogo de­stinato a punire i “mostri”, ma come luogo in cui maturare ravvedimento e rinnovare lo spirito.

In fin dei conti, negli Istituti di Pena si possono ritro­vare i propri parenti, i propri dirimpettai, i propri vicini di casa, persone reali ed esistenti nella vita di ogni giorno, che una condanna non potrà mai tramutare in extraterrestri o in mostri da evitare.

In questi  anni ho avuto modo di constatare tanto impegno nel percorso riabilitativo e tanto desiderio di ri­appropriarsi di una vita libera e ossequiosa delle regole da parte dei soggetti ristretti, o meglio “diversamente liberi”, riscontrando l’esistenza di doti morali che non possono es­sere lacerate da un pregiudizio. La Scuola ha, saldamente, alimentato il desiderio di introspezione, sulla scorta del principio che ‘ Non è mai troppo tardi’, del compianto Maestro Manzi.

Il percorso del docente ha necessitato della collabora­zione sinergica dell’uomo, dell’avvocato e del volontario, fi­gure diverse, ma compenetranti tra loro, che hanno cercato di dare supporto a chi vive in sofferenza lo stato di deten­zione, partendo dall’induzione, nel detenuto, della consape­volezza dell’entità dell’errore commesso e del nocumento determinato agli altri, procedendo con una oculata analisi propedeutica al cambiamento.

Tutto il cammino è stato arricchito dalla realizzazione di diverse iniziative, costruite in maniera sinergica con il ter­ritorio, con il quale, nel tempo, si è costruito un ponte con l’obiettivo di ricongiungere l’errore e il reinserimento socia­le. Solo così ci sarà la piena riabilitazione ed un errore può tramutarsi in una bella fiaba.

In queste attività, oltre al massiccio impegno bidirezio­nale operatori-ristretti, è emerso un turbinio di emozioni che ha determinato la coloritura di un luogo, troppo spesso considerato lugubre.

Il giudizio

Per giudicare bisogna conoscere, non supporre e im­maginare.

Il Giudizio appartiene a forze superiori ed im­parziali, che sono in grado di valutare, oltre ogni dubbio interpretativo. L’uomo deve aprirsi al proprio prossimo, deve vederlo come un punto di riferimento e non come un nemico da allontanare, in ragione di una fede laica che deve ricongiungere.

La privazione della libertà e l’allontanamento dai propri cari rappresentano le conseguenze in danno che lo Stato applica nei confronti di chi ha commesso un reato; nello stesso tempo, devono essere garantite la tutela della dignità personale e la riabilitazione per consentire una piena riam­missione in libertà ed il completo reinserimento nel contor­no familiare e civile.

“Conoscere la sofferenza” può consentire un approccio diverso con l’esistenza, basato su altre dimensioni prospet­tiche, degne d’identificazione con la “civiltà” di uno Stato.

La sofferenza, al di là dei luoghi e delle responsabilità, non deve mai essere ignorata con vigliaccheria, ma affrontata con il coraggio della solidarietà e della speranza.

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