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Ilva e Flacks

Ilva e Flacks - industria con altoforni

Pochissimi giornaloni hanno riportato la notizia del via libera della Commissione Ilva di Taranto

Ue al prestito-ponte di 390 milioni all’ex

Ilva e Flacks – Notizia che apprendiamo dal Sole 24 Ore del 10 febbraio a pagina 19 che precisa che sono danari che servono per pagare stipendi e fornitori in vista della vendita dell’impianto al fondo Flacks (americano) che guarda caso era in visita proprio quel giorno allo stabilimento.
Il debito sarà poi pagato dal Fondo acquirente? Oppure rimarrà nel portafogli dei contribuenti italiani? non si sa, ma sono dettagli da poco visto che i contribuenti italiani pagano e non protestano.
La Commissione garantisce a se stessa e agli “esperti” che non vi saranno distorsioni alla concorrenza e che alla fine dei prossimi sei mesi i soldi torneranno indietro. Noi crediamo poco a tutto ciò, ma sappiamo che la Regione Puglia è all’erta e pronta a salvare capre e cavoli appena la sua giunta si sarà insediata. E quindi siamo tranquilli.
Per tornare a parlare sul serio ci chiediamo se dopo più di mezzo secolo di attività forse non sarebbe utile imparare qualcosa da questa esperienza!!! Nel periodo dell’IRI lo stabilimento costò uno sproposito all’Italia ma rese molto poco visto che le cronache dell’epoca parlavano di bilanci perennemente in rosso. Per questo poi quello stabilimento rimesso in sesto alla men peggio passò (gratis?) ai privati senza guadagnarci molto e i nuovi proprietari guadagnarono benino tant’è che nessuno si azzardava a parlare di vendere. Poi il collasso, con fiumi di soldi sperperati attorno al capezzale del vecchio impianto che ritorna allo stato gratis e poi passa attraverso alterne vicende.
Ma l’impianto non è costato solo in termini di soldi. Il sacrificio ambientale connesso alla cementificazione di un’area così grande dove gli ulivi hanno lasciato il posto al cemento e all’asfalto, è enorme. All’epoca si credeva che lo sviluppo economico consistesse nell’imitare Brescia o Bergamo e quindi abbiamo avuto anche noi la nostra acciaieria “più grande d’Europa” nel senso che ha distrutto la più grande area agricola per questo scopo. La delusione è stata grande.
E che dire delle strade che venivano utilizzate dagli autocarri carichi di acciaio in viaggio verso i clienti acquirenti di quel prodotto? strade pensate per il traffico leggero ridotte a colabrodo e divenute pericolosissime per trattori e mezzi leggeri?
Ancor peggio è da dire della salute pubblica il cui costo ricade sul sistema sanitario nazionale e sulle famiglie colpite da lutti e malattie. Un disastro inquantificabile.
A fronte di tanto sacrificio chiesto ai tarantini si sono erogati decine di migliaia di stipendi a persone che, non rischiando la vita, avrebbero potuto dare origine a un tessuto di piccole imprese espressione della cultura e delle produzioni locali. Imprese che non solo non ci sono ma che probabilmente non ci saranno più se non in piccola parte e sempre cercando addetti da sottrarre alle grandi imprese esistenti a Taranto.
Si è premiato nella cultura popolare il servilismo e non l’ardimento e il rischio d’impresa; come piace ad un certo asse politica-industria.
Quindi non solo il costo in moneta, in salute, in vite umane, in ambiente, in paesaggio stravolto, in cultura stuprata, … è stato enorme, ma anche lo sviluppo è stato rimandato e pesantemente ipotecato da questo impianto. Per avere (non noi ma non si sa chi) un impianto strategico per l’Italia.
Questo è l’effetto dopo più di mezzo secolo di operatività della grande industria in un’area allora ritenuta depressa ed oggi evidentemente non solo non rilanciata ma gravemente compromessa. Effetto ampiamente paragonabile a quello delle peggiori colonizzazioni in Africa e Asia.
Tutto ciò basterebbe per farci dire: Mai più grandi imprese al sud.
Dopo esserci immolati per un industriale italiano nordico adesso dobbiamo immolarci per un fondo americano?
Sapremo presto se il governo dei patrioti ritiene che il modello siderurgico di Taranto sia meritevole ancora di fiducia, se ritiene che i lavoratori tarantini debbano lavorare per ignoti finanzieri americani o per se stessi, se ritiene che il risultato di fiumi di danari spesi in questo stabilimento per decenni debba andare a speculatori internazionali o agli italiani.
di Canio Trione

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