
di Gregorio SCRIBANO
E così, a destra della destra, qualcosa si muove. Anzi, si stacca e nasce come “Futuro Nazionale”!
Era prevedibile, quasi inevitabile, che dopo un governo nato con promesse roboanti e finito a galleggiare nell’ordinaria amministrazione – ordine pubblico carente, immigrazione fuori controllo, stipendi fermi, età pensionabile alzata fino a 70 anni, burocrazia immobile, liste d’attesa del Servizio sanitario nazionale interminabili – ‘qualcuno’ provasse a intercettare la frustrazione dell’elettorato più ideologicamente inquieto e deluso.
Oggi quel ‘qualcuno’ ha un nome e un cognome: Roberto Vannacci. Quel ‘qualcosa’ è diventato un partito politico: “Futuro Nazionale”
L’addio del generale alla Lega non è solo una scissione personale, ma il sintomo di una crisi più profonda: la difficoltà cronica della destra italiana di tenere insieme potere e identità. Salvini lo aveva arruolato come simbolo, come uomo “duro e puro”, come incarnazione di una destra che parla di Dio, onore, patria, famiglia, ordine e disciplina. Ma quando il simbolo comincia a voler essere progetto, quando la bandiera chiede di diventare partito, il cortocircuito è inevitabile.
Il copione è noto: un leader carismatico che pensa di usare una figura “forte” e finisce per esserne travolto. Il leader accusa il tradimento, richiama la parola data, l’onore militare, la lealtà. “Un soldato non abbandona mai il proprio posto”, dice Salvini, evocando una grammatica valoriale che però stride con la politica-spettacolo fatta di promozioni lampo e investiture mediatiche. Perché Vannacci non è cresciuto nella militanza, non ha fatto gavetta, non ha costruito consenso dal basso: è stato lanciato dall’alto.
Vannacci non nasce da una cultura politica strutturata, nasce piuttosto da un sentimento, da una rabbia identitaria che si alimenta di slogan, nemici esterni e semplificazioni. Un terreno fertile, ma instabile.
La Lega, per bocca di Zaia, prova a girare pagina in fretta, liquidando il generale come “corpo estraneo”. È una difesa comprensibile, ma parziale. Perché quel corpo estraneo qualcuno ce l’ha portato dentro.
E ora che se ne va, lascia una domanda aperta: quanto pesa davvero, oggi, l’ala più radicale della destra? I sondaggi dicono 3%. Poco, ma non pochissimo. Abbastanza per disturbare, per sottrarre voti, per spingere il dibattito ancora più in là, più a destra!
“Futuro Nazionale”, il partito di Vannacci, nasce così: come risposta alla delusione, come tentativo di occupare uno spazio che il governo non ha riempito. Resta da capire se sarà un progetto politico o l’ennesima meteora personale. Per ora è soprattutto una fotografia impietosa: una destra che, quando governa, fatica a cambiare il Paese, e quando non ci riesce, si frammenta, si radicalizza, si morde la coda.
“Inseguo un sogno e vado lontano. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia”, dice Vannacci. Ma la politica, più che di sogni, vive di realtà. E la realtà italiana, oggi, sembra chiedere meno slogan e più risultati.
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