
di Gregorio SCRIBANO
DDL Sicurezza – C’è una formula latina che ritorna prepotente ogni volta che un poliziotto o un carabiniere si trova costretto a premere il grilletto: mors tua, vita mea.
La tua morte o la mia. Non è retorica, è la brutale essenza di decisioni che si consumano in una manciata di secondi, spesso nel buio, nel caos, con un’arma puntata contro, con l’adrenalina che azzera ogni possibilità di distinguere se quell’arma sia vera o a salve, se quel coltello colpirà davvero o se l’auto che arriva a tutta velocità si fermerà a un metro.
In quei momenti non esistono perizie, dibattiti dottrinali o raffinati esami ex post: esiste solo la sopravvivenza.
L’ultimo episodio avvenuto a Milano, in Via Impastato, nel quartiere di Rogoredo, rende questa realtà ancora più evidente e drammatica. Durante un servizio di controllo antidroga, un poliziotto ha sparato e ucciso un marocchino di 28 anni che, secondo la ricostruzione, gli avrebbe puntato contro una pistola, risultata poi a salve.
Ma quel “poi” è il cuore del problema. Perché nel prima – in quell’istante sospeso in cui un uomo in divisa vede un’arma puntata contro di sé – non c’è il tempo materiale per verificare nulla.
Eppure oggi quel poliziotto è indagato non per eccesso di legittima difesa, non per omicidio colposo, ma addirittura per omicidio volontario, una qualifica giuridica pesantissima che cade come una scure prima ancora che siano definitivamente chiarite dinamiche e responsabilità.
A questo si aggiunge un aspetto che troppo spesso viene colpevolmente rimosso dal dibattito pubblico: il poliziotto non è addestrato per uccidere. Non è un giustiziere dello Stato, non è un soldato in guerra.
È formato per prevenire, fermare, contenere, neutralizzare una minaccia.
Privare della vita anche un criminale – per quanto violento, brutale o armato che sia – non lascia mai nulla di buono nel cuore di chi è costretto a premere il grilletto per difendersi. Dietro ogni colpo sparato c’è un peso che resta, una ferita invisibile che nessuna archiviazione potrà cancellare. Pensare che un agente possa uscire “indenne” da un simile evento è una comoda finzione per chi giudica dal divano.
È qui che il corto circuito tra realtà operativa e meccanismi giudiziari diventa evidente. L’indagine, formalmente un “atto dovuto”, si trasforma nei fatti in una gogna: sospensione dal servizio, esposizione mediatica, carriera congelata, vita personale travolta. Anche se domani tutto dovesse risolversi con un’archiviazione, il danno sarebbe già stato fatto. E, soprattutto, resterebbe una domanda corrosiva nella mente di chi ogni giorno pattuglia strade difficili: “La prossima volta esiterò?”.
Il caso del maresciallo dei carabinieri Luciano Masini a Verucchio resta emblematico. Capodanno, un aggressore armato di coltello, quattro persone già ferite, una minaccia concreta e immediata. Lo sparo, poi l’incriminazione per omicidio colposo. Dieci mesi dopo, l’assoluzione. Dieci mesi di sospensione, di incertezza, di delegittimazione. Un’esperienza che ha contribuito in modo decisivo a convincere il governo della necessità di intervenire per evitare, per quanto possibile, l’impatto automatico di avvisi di garanzia e iscrizioni nel registro degli indagati in casi di evidente legittima difesa o uso legittimo delle armi in servizio.
La lista, purtroppo, è lunga e trasversale: dai carabinieri milanesi incriminati dopo un inseguimento finito tragicamente contro un palo, al poliziotto che aveva sparato a un braccio a un clandestino che lo assaliva a pietrate, fino agli inseguimenti conclusi con auto finite fuori strada. Decine di casi ogni anno, spesso chiusi con archiviazioni, ma solo dopo aver inflitto sofferenze personali e costi economici a chi, in quel momento, stava semplicemente facendo il proprio lavoro.
Da qui nasce l’orientamento del governo e della premier Giorgia Meloni verso uno “scudo” normativo per le forze dell’ordine, inizialmente pensato all’interno del disegno di legge del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ma ora valutato anche come intervento urgente tramite decreto. L’idea, condivisa con i ministri dell’Interno e della Giustizia e oggetto di un confronto con il Quirinale, è quella di intervenire sul codice di procedura penale, in particolare sulle modalità di iscrizione delle notizie di reato e sugli avvisi di garanzia. Strumenti nati per tutelare, ma che troppo spesso si trasformano in una condanna anticipata sul piano mediatico.
Il terreno è delicato e nessuno mette in discussione l’autonomia della magistratura, principio costituzionale irrinunciabile. Ma altrettanto irrinunciabile è il dovere dello Stato di non lasciare soli i propri servitori quando agiscono in contesti di pericolo estremo. Non si tratta di garantire impunità, bensì di ristabilire un equilibrio: distinguere tra l’abuso e l’uso legittimo della forza, tra l’errore e la scelta obbligata in una frazione di secondo.
Perché uno Stato che chiede ai suoi uomini e alle sue donne in divisa di affrontare coltelli, pistole e criminalità diffusa non può poi voltarsi dall’altra parte quando, per salvare una vita – la propria o quella dei cittadini – sono costretti a scegliere. Se il messaggio implicito diventa “difenditi, ma preparati a pagare comunque”, allora a indebolirsi non è solo chi indossa una divisa, ma la sicurezza di tutti noi.
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