
Recitare l’Infinito a Capo Horn
A Bari il viaggio – BARI – Si è svolto nella suggestiva cornice di Villa Romanazzi Carducci l’incontro dedicato all’ultimo libro di Nicola Bottiglieri, “Recitare l’Infinito a Capo Horn”. L’evento, inserito nel programma della rassegna letteraria “Lo Scrittore, il Libro, il Lettore” del 31 gennaio e 1 febbraio 2026, promosso dalla Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), ha visto l’autore dialogare con Giuseppe Romito (MG Radio) in un’anteprima ricca di spunti letterari e storici.
Lungi dall’essere una semplice presentazione formale, l’incontro ha mostrato sin dalle prime battute lo spessore della preparazione di Romito. Avendo letto il libro in anteprima durante la settimana, il moderatore ha saputo offrire al pubblico una definizione chirurgica dell’opera, descrivendola come un lavoro “affascinante, insolito, sospeso tra il diario di viaggio, la riflessione letteraria e la cronaca storica”.
La riflessione letteraria e la cronaca storica nasce da un interrogativo provocatorio: perché recitare la celebre poesia di Giacomo Leopardi proprio alla “fin del mundo”? Secondo Bottiglieri, che ha visitato quei luoghi mitici, “l’infinito di Leopardi è un’apertura verso il vuoto, verso la conoscenza, verso l’immaginazione” e questa sensazione trova a Capo Horn una risonanza geografica forse superiore a quella del Monte Tabor di Recanati. La copertina stessa del volume richiama questa grandiosità, raffigurando il monumento in acciaio dedicato all’albatros, simbolo dell’omonima poesia di Baudelaire, che si erge sul promontorio sferzato dai venti.
Il protagonista del libro è un alter ego dell’autore: un pensionato di 75 anni che realizza il viaggio della vita, portandosi addosso i propri anni come una casa. Centrale è la metafora della chiocciola: l’animale che “si porta la casa appresso”, proprio come il viaggiatore porta con sé la propria cultura e storia. Ma la chiocciola rappresenta anche il modo di viaggiare: “bisogna conoscere i luoghi col corpo, con l’addome, profondamente”, strisciando sulla terra come il gasteropode, in contrapposizione al turismo “mordi e fuggi”. Inoltre, la chiocciola è il simbolo della “at” (@) di internet: il libro, infatti, si configura anche come un epistolario moderno in cui l’anziano narratore comunica via web con un giovane di nome Thomas Zandonai, creando un ponte tra generazioni.
Bottiglieri dedica ampio spazio a una pagina oscura della storia: lo sterminio dei popoli indigeni della Terra del Fuoco. L’autore ricorda con crudo realismo la fine degli Yaghan (o Aganes), dei Selk’nam (Jonas) e degli Alacalufes, popolazioni sterminate dalle malattie e dalla violenza dei colonizzatori. Nel libro vengono citati cacciatori di taglie spietati, come lo scozzese soprannominato “Red Pig”, che venivano pagati per ogni orecchio o parte del corpo di indios che portavano come prova dell’uccisione. Bottiglieri sottolinea come questo genocidio sia stato giustificato culturalmente nell’Ottocento, anche a causa di visioni distorte come quella di Darwin, che inizialmente considerò quegli uomini come esseri molto vicini al mondo animale.
Nel corso dell’incontro è emerso anche un interessante parallelismo tra la “Terra del Fuoco” australe e la “Terra dei Fuochi” italiana. L’analogia, spiega l’autore, si basa sul concetto di inquinamento globale: se in Campania il problema è legato ai rifiuti, nell’estremo sud del mondo la minaccia arriva dal buco dell’ozono e dalle radiazioni solari più violente, a dimostrazione che l’alterazione degli equilibri atmosferici non conosce confini.
L’incontro si è concluso con una riflessione sul finale del libro, che riscrive l’ultimo verso leopardiano. A Capo Horn, luogo di innumerevoli naufragi reali, dire “e il naufragar m’è dolce in questo mare” suonerebbe quasi offensivo. Il protagonista, fumando un sigaro in una buca che funge da “siepe” contro il vento, invece di annegare metaforicamente, inizia a volare: “sentivo il vuoto fuori e dentro di me… ringrazio Dio, Crono e Buddha per avermi dato la possibilità di uscire dal guscio di lumaca del mio corpo”.
Un appuntamento che ha confermato come, per svelare l’anima di un libro, serva non solo un grande scrittore, ma anche un lettore e intervistatore d’eccezione come Giuseppe Romito.
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