Principale Economia Dalle Società Benefit alla European ESG Company

Dalle Società Benefit alla European ESG Company

Dalle Società Benefit - ESG: Environmental, Social e Governance. Criteri per valutare la sostenibilità e responsabilità sociale di un'azienda.
ESG: Environmental, Social e Governance

Dalle Società Benefit  – L’evoluzione delle politiche ESG in Europa sta entrando in una fase diversa da quella che ha caratterizzato gli ultimi anni. La sostenibilità resta un asse strategico dell’Unione, ma il percorso regolatorio rallenta e cambia impostazione. Il pacchetto Omnibus introduce rinvii e semplificazioni che posticipano scadenze rilevanti, soprattutto su rendicontazione CSRD e obblighi di diligenza CSDDD. Nel nuovo assetto normativo il perimetro degli obblighi si restringe: il reporting si concentra sulle grandi imprese con oltre mille dipendenti e almeno 450 milioni di euro di fatturato netto annuo, mentre la due diligence riguarda soprattutto aziende quotate e grandi gruppi con più di 5 mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato. Di fatto, la maggior parte delle PMI europee resta fuori dal perimetro degli adempimenti ESG.
Questo apre una questione di fondo. Se la sostenibilità si fonda meno sulla leva dell’obbligo, come può l’Europa trasformarla in un vantaggio competitivo, mentre Stati Uniti e Cina avanzano grazie a scala, velocità e capacità di attrarre capitali? Secondo Marco Sponziello, presidente dell’Associazione Next EU attiva nel campo dell’innovazione territoriale basata sui principi ESG, quando la sostenibilità non è più trainata dalla compliance deve diventare una scelta di posizionamento riconoscibile e utile al mercato, altrimenti rischia di restare un’intenzione senza impatto competitivo.

Marco Sponziello durante un evento ESG
Marco Sponziello durante un evento ESG

European ESG Company: un modello europeo
In questa direzione si colloca la proposta di Sponziello di una European ESG Company, pensata più come strumento di competitività del mercato unico che come etichetta formale. L’idea è una forma giuridica volontaria, su adesione libera e chiaramente riconoscibile attraverso l’estensione della ragione sociale con l’aggiunta di EEC, con una funzione simile alle Società Benefit italiane ma progettata su scala europea. In questa impostazione la priorità è costruire fiducia senza aggiungere attrito, perché la complessità non necessaria diventa un costo che colpisce soprattutto le PMI.
Per limitare l’introduzione di nuovi adempimenti burocratici, il modello potrebbe fondarsi, oltre che sul cambio di forma giuridica inteso come atto preventivo di impegno, anche sulla predisposizione di un bilancio di sostenibilità in forma semplificata. Come le società benefit sono soggette alla relazione d’impatto, l’impresa che adotta la qualifica di European ESG Company sarebbe quindi tenuta allo standard VSME, previsto per le imprese non quotate che rendicontano volontariamente.
Un’impostazione di questo tipo consentirebbe all’Europa di proporre un’alternativa alle B-Corporation statunitensi, puntando su un valore distintivo europeo: la fiducia regolatoria. Se progettata bene, questa impostazione riduce incertezze, facilita investimenti e rende più fluide le relazioni industriali e finanziarie.  La fiducia è una variabile economica concreta, perché riduce il rischio percepito e può migliorare l’accesso al capitale e la qualità delle partnership.

Fiducia e PMI al centro della sostenibilità
La European ESG Company potrebbe diventare un marchio unico, riconoscibile fin dalla ragione sociale dell’azienda, valido in tutti i 27 Stati membri, capace di offrire comparabilità e credibilità e quindi di orientare scelte di localizzazione, collaborazione e filiera. Potrebbe risultare attrattiva anche per imprese extra-UE, offrendo standard e metriche utili per rafforzare reputazione e accesso a clienti, bandi pubblici e partnership nel mercato unico. Per funzionare, però, deve essere praticabile anche per le PMI, con un percorso volontario che dia identità, visibilità e accesso al mercato a chi investe davvero nella sostenibilità. Se la strada è percorribile solo dalle grandi aziende, osserva Sponziello, non si crea ecosistema e non si produce competitività diffusa.
In questo quadro, alcune esperienze territoriali offrono indicazioni utili. In Puglia, la legge regionale n. 18 del 12 agosto 2022 ha istituito un albo speciale per le Società Benefit, rendendo più visibile un ecosistema di imprese orientate all’impatto e collegando sostenibilità e politiche di sviluppo. Secondo Unioncamere Puglia, al 30 giugno 2025 le Società Benefit attive sono 235, con una crescita di quasi il 30% rispetto all’anno precedente e una leadership nel Mezzogiorno. Per Sponziello questo risultato dipende probabilmente anche dall’istituzione dell’Albo: quando una scelta volontaria diventa riconoscibile e supportata da politiche coerenti, si trasforma in attrattività territoriale e in segnale competitivo verso investitori, clienti e nuove imprese.
Se l’Europa intende rafforzare la propria posizione globale, la sostenibilità può diventare una piattaforma di attrazione e crescita non più fondata solo sull’adempimento, ma su un marchio comune, standard credibili e un ecosistema in grado di portare l’ESG dalla logica della compliance a quella del posizionamento competitivo.

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